Luigi Lo Cascio, la costanza delle passioni nella vita e in scena

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In foto, Luigi Lo Cascio interpreta Walter Mercurio nel film Smetto quando voglio – Ad honorem, regia di Sydney Sibilia

In foto, Luigi Lo Cascio interpreta Walter Mercurio nel film Smetto quando voglio – Ad honorem, regia di Sydney Sibilia

Come fuoco, la passione che in lui arde inesorabile; come aria, la delicatezza del suo essere; come acqua, le parole usate con parsimonia; come terra, la profondità nel vivere le vite degli altri e radicarsi in esse dimenticando per un istante la sua, quella di Luigi Lo Cascio, attore palermitano classe 1967. Sono ormai lontani i tempi dell’atletica leggera, degli studi abbandonati in medicina, delle sporadiche esibizioni in strada con gli amici delle Ascelle per rimediare qualche soldo e gli studi all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico con l’intransigente maestro Orazio Costa.

Oggi, Luigi Lo Cascio è tra gli attori più apprezzati del cinema italiano, con un amore smisurato per il suo mestiere, che vive giorno per giorno. Negli anni Duemila vince il suo primo David con il film I cento passidi Marco Tullio Giordana, in cui a proporlo per il ruolo è lo zio attore Luigi Maria Burruano. A distanza di vent’anni ne ha portato a casa un altro, come miglior attore non protagonista nella pellicola Il traditore, di Marco Bellocchio. Nella sua lunga carriera costellata di film – di cui uno da regista, La città ideale (2012) – sempre deciso a superare suoi limiti e a mettersi  in gioco, decide di dedicarsi alla scrittura. Nel 2018 viene pubblicato il suo esordio narrativo, edito da Feltrinelli, Ogni ricordo un fiore, con duecentotrenta racconti di vita.

Il primo agosto lo vedremo al Teatro Greco di Siracusa per Voci sole, della Fondazione Inda, con la sua grande passione, il mito: sarà Aiace nella lettura del poeta greco Ghiannis Ritsos, con musica dal vivo di G.U.P Alcaro. In tempo record ci ha parlato di alcuni aneddoti di vita e di questo eroe classico, che lo vedrà per la prima volta calcare i gradini dell’antico Teatro.


La mia fortuna, non il mio pregio, è che a un certo punto ho individuato ciò che mi piaceva e l’ho inseguito, vissuto e sto continuando a viverlo con passione.


Vieni da una famiglia numerosa. Che bambino eri?

«Ero un bambino molto vivace fino alla quinta elementare, poi ho avuto un periodo di “appannamento” durante le scuole medie e fino al quinto ginnasio, perché ero fisicamente più piccolo rispetto ai miei coetanei, che stavano crescendo come colossi rispetto a me. Poi, durante l’adolescenza, sono tornato a essere più attivo. Ero molto veloce negli sport, come anche i miei fratelli: eravamo febbrili, abbiamo fatto tutti atletica leggera ed eravamo delle schegge da ragazzini».

Pregi e difetti?

«Non passo il tempo a contemplarmi, se non in termini di singole manifestazioni. La mia fortuna, non il mio pregio, è che a un certo punto ho individuato ciò che mi piaceva e l’ho inseguito, vissuto e sto continuando a viverlo con passione. Non mollo sulle cose che mi piacciono e mi attraggono, sono costante in questo senso e lo reputo un pregio, perché concentrarsi su ciò che ti appassiona ti mette sempre in una condizione di ascolto, ricerca e studio. Di difetti ne ho talmente tanti: dormo tutti i pomeriggi, per esempio. Non esiste giorno, da quando sono nato, in cui sia stato sveglio dopo pranzo e, anche quando lo sono, in realtà continuo a dormire. È un difetto perché condiziona un po’ la mia vita e quella delle persone che mi sono vicine».

Quando hai capito che recitare era la tua strada?

«Intorno ai vent’anni. L’ho sperimentato inizialmente con il teatro di strada: con dei miei amici, quando ero studente di medicina, organizzavo spettacoli in piazza per pagare gli spostamenti che facevamo per andare a vedere delle gare di atletica leggera a Helsinki o a Stoccarda. Mi piaceva molto stare in scena, avere addosso gli occhi degli spettatori, la loro attenzione. Mi sono accorto che era una cosa che non mi terrorizzava, ma mi creava entusiasmo e ho capito che dovevo abbandonare l’università e fare gli esami all’Accademia di arte drammatica, per diventare attore».

In foto, l'attore Luigi Lo Cascio interpreta Salvatore Contorno nel film Il traditore, regia di Marco Bellocchio. L'attore ha vinto il David nel 2020 per la sua interpretazione

In foto, l’attore Luigi Lo Cascio interpreta Salvatore Contorno nel film Il traditore, regia di Marco Bellocchio. L’attore ha vinto il David nel 2020 per la sua interpretazione

Pensi mai di riprendere il tuo percorso in medicina?

«No, è impossibile. È inutile desiderare una cosa che sarebbe un hobby. La medicina è una pratica, una vita, è una relazione con la persona che si affida a te, quindi non potrei farlo. Si può riprendere uno studio teorico o di riflessione, ma non qualcosa che mette in campo il rapporto con gli altri esseri umani in condizioni di difficoltà. Io mi sono fermato un momento prima di frequentare gli istituti del policlinico, quando inizi a rapportarti con i malati».

Qual è l’aneddoto o il ricordo più bello vissuto con le Ascelle che ti viene in mente?

«Ogni tanto, capita un’occasione nella vita che ti fa ripensare a qualcosa di strano e in questo momento mi viene in mente Napoli. Dovevamo fare uno spettacolo, era il periodo in cui il Napoli vinceva lo scudetto con Maradona e c’era talmente tanto traffico che arrivammo in ritardo di mezz’ora, quando già tutto il pubblico era già seduto in sala. Siccome non c’era l’ingresso per gli artisti, siamo dovuti passare così come eravamo, dispiaciuti, tra la platea che ci stava già aspettando in maniera molto, molto rumorosa. Là lo spettacolo è cominciato molto prima di raggiungere i camerini e lo ricordo bene».

Quali erano le “batoste” che Orazio Costa ti infliggeva insieme agli altri amici all’Accademia d’arte drammatica, per preparati ad affrontare gli ostacoli della professione di attore?

«Era sempre un “no”, a tutti noi. Mi ha fatto capire che non esiste la battuta detta in maniera perfetta, non c’è perfezione o risultato definitivo quando si recita, è sempre un lavoro di approssimazione. I suoi no erano il muro contro il quale dovevamo schiantarci per capire, una volta risollevati dai nostri limiti, come riprendere le forze per riprovarci. Si chiamano prove teatrali, infatti, perché bisogna provare, provarci, mettersi alla prova».

In foto, Luigi Lo Cascio interpreta Peppino Impastato nel film I cento passi, regia di Marco Tullio Giordana

In foto, Luigi Lo Cascio interpreta Peppino Impastato nel film I cento passi, regia di Marco Tullio Giordana

Quando capisci che un ruolo è fatto per te?

«Non lo capisco mai. Se è un ruolo che mi piacerebbe fare, lo capisco mentre sto leggendo: mi rendo conto che il personaggio mi fa intravedere territori espressivi che mi divertiranno e mi faranno provare qualcosa di nuovo. Sicuramente anche chi è il regista aiuta le mie scelte, immaginarmi che una determinata scena accadrà all’interno di un determinato stile registico che io magari apprezzo e dentro cui mi piacerebbe recitare».

C’è un regista con il quale sogni di lavorare?

«Kubrick, ma in realtà non c’è un regista in particolare. Mi piacerebbe, prima o poi, lavorare su certi testi e studiare certe cose: ho fatto poche volte Pirandello, rispetto all’amore che ho per questo autore, i cui romanzi sono bellissimi».

Una sceneggiatura che ti ha colpito profondamente?

«I cento passi».


Se fai un film e già vinci sembra una cosa facile, invece a vent’anni da allora non l’ho più vinto e mi sono reso conto che vincere un David è un evento altamente improbabile. Quando lo vinci con questa consapevolezza, te lo godi in maniera molto più piena.


Quale ruolo ti ha dato del filo da torcere?

«Tutti. La prima cosa sbagliata è pensare di fare le cose con disinvoltura. Ammesso che la cosa sembri più semplice, bisogna crearsi degli ostacoli, perché solo questo crea attenzione, la volontà di esserci fino in fondo. Tutto ciò che non crea contrasto porta a qualcosa di calmo, piatto e inutile».

Film preferito?

«Il Cacciatore, di Michael Cimino. Dall’inizio alla fine».

Alla vittoria del tuo secondo David hai dichiarato che, quando vincesti il premio per I cento passi, eri troppo incosciente. Perché?

«Ero incosciente rispetto al premio, non mi rendevo conto di quanto fosse difficile vincerlo. Se fai un film e già vinci sembra una cosa facile, invece a vent’anni da allora non l’ho più vinto e mi sono reso conto che vincere un David è un evento altamente improbabile, perché ci sono più di cento film all’anno in Italia e tanti altri attori protagonisti bravissimi. Quando lo vinci con questa consapevolezza, te lo godi in maniera molto più piena».

La locandina dell'evento che vedrà protagonista Luigi Lo Cascio al Teatro Greco di Siracusa. Grafica di Carmelo Iocolano

La locandina dell’evento che vedrà protagonista Luigi Lo Cascio al Teatro Greco di Siracusa. Grafica di Carmelo Iocolano

Il primo agosto sarai nei panni dell’Aiace di Ghiannis Ritsos, la tua prima volta al teatro greco. Come la vivrai?

«Non lo so, perché se lo sapessi non andrei. Mi auguro che quello che in questo momento è emozione e trepidazione si trasformi in una vertigine che, anziché paralizzami, mi sospinga».

In cosa consiste la forza e la debolezza di questo personaggio?

«La sua stessa forza è saper cogliere ciò che c’è di positivo nella sua debolezza. Non considerarla un limite, come fa quello di Sofocle. In Ritsos Aiace viene ripensato e si rende conto che non è la forza in battaglia che fa un essere umano, anzi tutto questo viene sminuito in lui insieme ai valori in cui crede, che sembrano illusioni vane».

Ti rivedi di più in un Aiace, Ettore o Achille?

«Sono tutti e tre dei colossi: Aiace è il più grande di tutti e non mi ci rivedo, Achille ha queste preoccupazioni, mentre in Ettore c’è il rapporto con la moglie, il figlio e il padre che vanno oltre la dimensione del guerriero e questo me lo rende più caro. Anche se è un eroismo che non vedo in me».

Mito preferito?

«La tragedia Baccanti mi ha appassionato di più e ci ho scritto anche un testo: La Caccia. Dipende, però, dalle situazioni della vita, perché il tuo processo di identificazione ti spinge a pensare a un modello più che a un altro»

In foto, Luigi Lo Cascio interpreta Michele nel film La città ideale, di cui è anche regista

In foto, Luigi Lo Cascio interpreta Michele nel film La città ideale, di cui è anche regista

Dopo l’emergenza Covid-19, come vedi il futuro del cinema e del teatro?

«Non si può prevedere, dipenderà se l’emergenza finirà o no. Se continuasse non potremmo fare altro che subirla; se invece dovesse finire, penso che il ricordo di come è l’uomo in generale sia più forte del trauma che abbiamo subito e quindi si tornerà a vivere come prima. Non vedo un motivo per cui ripensare il teatro, se non c’è il contagio torneremo a fare lo spettacolo sulla scena e occupare le poltrone».

L’insegnamento che vorresti trasmettere ai tuoi figli?

«L’onestà. Non mettere al primo posto in maniera spregiudicata i propri interessi a discapito della vita degli altri. Dovrò essere capace di mostrarlo silenziosamente con il mio esempio, perché sono cose che i bambini recepiscono non in forma di slogan o decalogo, ma che assorbono da quello che avviene intorno a loro e spero che da qui assorbiranno autenticità e passione per le cose che fanno. Vorrei anche che trovassero qualcosa che li prenda in maniera entusiasmante».


Non è importante la persona, perché un attore può essere timido, problematico o poco intraprendente nella vita, ma il miracolo è che attraverso lo studio e l’entusiasmo di certi momenti chiunque può scoprire in sé un’attitudine, una forza espressiva che non sapeva di avere.


Cos’è per te la felicità?

«Non lo so, sono temi oceanici. Posso dirti che si può manifestare, che esiste e avviene e che è impossibile farla durare a lungo, ma fin’ora, considerando le cose che sono successe, potrei dire che la mia è stata una vita felice e fortunata».

Pensi ancora che un attore debba avere carisma nella vita, come tuo zio Luigi Maria Burruano?

«No, non è affatto necessario. È stato il motivo per cui mi sono sentito autorizzato a provarci anche io. Prima pensavo di dover essere come lui, giganteschi anche nella vita, invece l’importante è che l’attore abbia un qualche tipo di magnetismo e sia in grado di attirare l’attenzione attraverso il suo personaggio. Non è importante la persona, perché un attore può essere timido, problematico o poco intraprendente nella vita, ma il miracolo è che attraverso lo studio e l’entusiasmo di certi momenti chiunque può scoprire in sé un’attitudine, una forza espressiva che non sapeva di avere. Sono convinto che salire su un palcoscenico sia una grande occasione».

In bocca al lupo per Aiace!

«Viva il lupo!».

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Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco le mie dita, le mie idee, le mie emozioni, un desiderio irrefrenabile di dire la verità, irriverenza, ironia. Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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