I 10 «non-tormentoni» che hanno salvato l’estate 2020

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Immagine estratta dal video di Luna Araba, del duo Colapescedimartino, con Carmen Consoli

Immagine estratta dal video di Luna Araba, del duo Colapescedimartino, con Carmen Consoli

Sono irrimediabilmente finiti i tempi in cui i brani dell’estate diventavano tormentoni perché era il pubblico a decretarne il successo. Oggi, infatti, nascono tormentoni, non lo diventano, per questo non lasciano alcun segno; si impongono, non si propongono. Sia ben chiaro, nessuno vuole denigrarli, ma sottolineare la totale assenza di personalità, spontaneità e originalità di quelli di oggi: prevedibili, indistinguibili, a tal punto da annullarsi l’uno con l’altro.

Eppure, quest’estate, qualcosa di buono è successo. Ci abituiamo in fretta alla mancanza di gusto, creatività e personalità, tanto da non accorgerci che, dietro quello che si sente e si vede, c’è dell’altro. Che non è meno bello, interessante o accattivante, ma semplicemente meno visibile. Dietro il «Frena, suave suavecito, il cuore è a dieta, tu hai appetito» di Baby K, c’è il racconto consapevole e personale di una Chiara Galiazzo adulta e finalmente a fuoco, che parla di una felicità matura e senza sbavature. Dietro il «reggae in spiaggia» di Alessandra Amoroso e i Boomdabash, c’è l’inno alla rinascita di Arisa. Insomma, oltre quello che abbiamo sentito (nostro malgrado), c’è una fitta rete di tormentoni che non ce l’hanno fatta, probabilmente perché erano (sono e restano) canzoni di qualità. Canzoni, non prodotti.

Quelli che sto per raccontarvi sono dieci brani che dimostrano che d’estate si può fare a meno di parlare di cocktail, spiagge e feste, si può fare a meno del reggaeton e persino di utilizzare la parola «estate» a ogni inciso. Dieci canzoni da cantare di fronte a un falò e sotto l’albero di Natale, in primavera e in autunno, quest’anno e pure il prossimo. Dieci canzoni senza scadenza, con degli interpreti distinguibili, che sembra un fatto ovvio (dovrebbe esserlo, in verità), ma non lo è per niente.

Margherita Vicario feat. Izi, Piña colada

Margherita Vicario ha tanti pregi: l’ironia, innanzitutto, che maneggia con grande maestria e personalità; non risulta mai caricaturale o ridondante, ma ipnotica e travolgente; un talento naturale nella scrittura e nell’interpretazione di storie comuni, ma mai prevedibili. Del resto, è una cantautrice e si sente. È un’attrice e si vede. Come se non bastasse, la Vicario ha la capacità di essere leggerissima e profonda, di scendere negli abissi aggrappandosi al sarcasmo, di raccontare stati d’animo diversi con il solo ausilio della sua inconfondibile sagacia e arguzia.

Quest’estate ha proposto Piña colada, un brano che racconta, con acume e apparente spensieratezza, lo smarrimento e la paura del futuro, mentre il presente si muove alla cieca, senza sapere che direzione prendere («Ma l’errore più frequente è non vivere il presente, tra depressione e paranoia, piega la testa, arriva il boia»).

Levante, Sirene

Levante non ha bisogno di presentazioni, perché è una cantautrice con una personalità talmente definita ed evidente da non correre mai il rischio di essere confusa con un’altra. La sua scrittura è personale, affascinante, coinvolgente. Quest’estate, ha vinto una sfida per niente facile: raccontare gli ultimi mesi, che sono stati difficili, atipici e sospesi a mezz’aria, senza risultare in alcun modo prevedibile. Per farlo, Levante ha scelto una metafora, quella di Ulisse legato all’albero maestro, mentre le sirene intonano un canto suadente e affascinante.

Il risultato? Un brano onirico, malinconico, commovente, capace di dare persino al dolore una via di espiazione. Sirene fotografa un anno senz’altro insolito, complicato, imprevisto, ma, soprattutto, rivela esattamente quel che è Levante: un’artista che, sebbene sappia fermare il presente e raccontarlo in una canzone, ha tutte le carte in regola per essere una cantautrice senza tempo. La strada è quella giusta.

Achille Lauro feat. Gow Tribe , Bam Bam Twist

Achille Lauro ha stoffa, uno spiccato intuito e una buona cultura che gli permette di avere un atteggiamento accogliente nei confronti della musica, anche di quella che, apparentemente, non gli appartiene. E poi, inutile negarlo, ha alle spalle un impero del marketing che è pronto a fare di lui (e con lui) un percorso imprevisto e sorprendente, dove una comfort zone non esiste e il cambiamento è il solo imperativo che mescola le carte in tavola. E così, in un’estate di reggaeton, fiumi d’alcol e amori da spiaggia, Lauro torna ai primi anni Sessanta e rispolvera il twist.

Con Bam Bam Twist, continua il suo percorso in verticale, fatto di sali e scendi che lo portano a contaminarsi con epoche, suoni e stili diversi. Dal 1969 (titolo del suo ultimo disco di inediti) al 1990 (titolo, invece, dell’album di cover che celebra gli anni Novanta), passando per gli anni Sessanta: Achille Lauro sa stare ovunque vada.

Arisa, Ricominciare ancora

Arisa è un’artista che ha un pregio di non poco conto: sebbene (nella maggior parte dei casi) sia un’interprete, ha la capacità di dare un’impronta personalissima e riconoscibile a quel che canta. Non presta semplicemente la propria voce a una canzone, ma le offre la propria personalità artistica e il proprio vissuto. Così, ogni brano si carica di emotività ed eleganza e, soprattutto, si riempie di un’anima tangibile e stratificata, perché Arisa è sfaccettata, irrequieta, in costante evoluzione e quello che racconta è la propria sofferta volontà di non omologarsi a quel che la circonda.

Ricominciare ancora celebra il miracolo di essere se stessi in un momento in cui è facile perdersi e confondersi con un presente incerto («Siamo marinai, disarmati eroi, siamo dei satelliti di un pianeta dimenticato»).

Paola Iezzi, Mon amour

Paola Iezzi non è soltanto il nome di una cantautrice pop di talento, ma è un marchio di fabbrica: dove si posa il suo gusto, il suo sguardo, la sua idea di arte, che è fatta innanzitutto di cura dei dettagli, lì nasce una bella canzone pop. Da quando è terminato il sodalizio artistico con la sorella Chiara, Paola ha dimostrato di non aver perso smalto, anzi, di essere pienamente consapevole del proprio valore: così, dopo l’ipnotica Gli occhi del perdono della scorsa estate, quest’anno è stata la volta di Mon amour.

Un brano, questo, che racconta una tematica più che mai attuale, vale a dire i rapporti che nascono, si consumano e, spesso, muoiono su uno smartphone. Il tutto accompagnato da un ritmo elegante, malinconico e trasversale, capace di fondere mondi diversi: si passa da un beat latino a chiari riferimenti al pop degli anni Ottanta, da Michael Jackson, la cui Liberian Girl è quasi citata nella successione degli accordi, alla Lambada dei Kaoma.

Colapesce e Dimartino feat. Carmen Consoli, Luna Araba

Tre siciliani, un brano ammaliante e un racconto onirico ma estremamente concreto della loro terra. La descrizione che Colapesce e Dimartino fanno della Sicilia è impalpabile, eppure visibile a occhio nudo. Luna Araba è un brano che si vede, si proietta davanti allo sguardo dell’ascoltatore come una raccolta di immagini conservate in un angolo della mente. Un’eleganza d’altri tempi, la loro, che incontra la voce calda e accogliente di Carmen Consoli, che si sposa in modo del tutto naturale con le parole usate dai due artisti.

Luna Araba fa parte di un disco, I mortali, scritto e cantato da Colapesce e Dimartino; un album, il loro, intenso, autentico, disarmato.

Chiara Galiazzo, Non avevano ragione i Maya

Chiara Galiazzo è pienamente a fuoco, stavolta. Lo dicevo in apertura, lo ribadisco adesso: con Bonsai – Come fare le cose grandi in piccolo, il disco che contiene Non avevano ragione i Maya, Chiara ha trovato la quadra, è centrata, riconoscibile e profondamente sincera. A costo di mostrare fragilità e imperfezioni, stavolta si è spogliata di qualsiasi artificio e si è raccontata per quel che è: Bonsai lascia il segno di una carezza, ma arriva addosso prepotente, disarmante, come un evento inaspettato ma necessario.

Non avevano ragione i Maya parla di una felicità autentica e consapevole, perché è la felicità di chi è sopravvissuto alla tempesta. Brano elegante, leggerissimo, con un vissuto che non si trascina.

Anna Tatangelo feat. Geolier, Guapo

Anna Tatangelo ha smesso di fare Anna Tatangelo ed è pronta a lasciarsi alle spalle le etichette che hanno segnato (e danneggiato) la sua carriera. Ha abbandonato la sua comfort zone, non è la prima volta che lo fa, ma stavolta ha tagliato il cordone ombelicale: oggi è un’interprete che si appresta a pubblicare un disco urban, del passato è rimasta la voce e l’intensità con cui l’ha sempre usata, il resto è stato riscritto da capo. Al fianco di Martina May, una delle nuove leve dell’R’n’B italiano, autrice del brano, e Davide Totaro, alias Dat Boi, produttore, Anna ha trovato la sua dimensione e risulta credibile.

Guapo, pezzo in cui la Tatangelo incontra il dialetto napoletano e la scena rap e trap italiana, è un brano senz’altro originale e distante da quello che Anna è stata sino ad oggi. Una ripartenza coraggiosa, da premiare.

Giorginess, Hollywoo

Malinconia e tenerezza, in un brano intimo, carnale, emotivo: il racconto di un rapporto finito è il tema di Hollywoo, il pezzo con cui Giorginess, al secolo Giorgia D’Eraclea, si è proposta lo scorso luglio. Una canzone, questa, che svela tutti i volti di un’assenza e riscrive i ricordi di chi resta. Hollywoo non è un fatto preciso, ma una sensazione, un odore, un déjà vu, non è dolore, ma nostalgia. Ma, soprattutto, non è la solitudine, ma tante solitudini che ridefiniscono il presente.

In attesa del suo terzo disco di inediti, previsto per l’autunno, Giorginess ha già pubblicato Maledetta, primo estratto dal nuovo progetto, e – più recentemente – Hollywoo, che ci consegna una cantautrice matura, sensibile e riconoscibile.

Diodato, Un’altra estate

Diodato ha raccontato l’estate da una prospettiva inedita, quella di un tempo sospeso: non è ancora estate, non è più inverno, non è mai stata primavera, quello di cui parla questo brano, dunque, è il primo passo verso un tempo nuovo, inedito, per questo incerto. E lo fa, come sempre, in modo poetico e travolgente. Un’altra estate è un’onda che tocca il bagnasciuga al mattino presto, quando non fa più freddo, ma non ancora caldo. E lì, nel limbo di chi si chiede cosa accadrà, Diodato ha saputo disegnare una speranza («E nuoteremo con il cuore in gola fino all’orizzonte, perché in fondo noi a quell’orizzonte ci crediamo ancora»).

Un’altra estate interrompe, almeno momentaneamente, il percorso di Che vita meravigliosa, l’album pubblicato dal cantautore pugliese in seguito alla sua partecipazione a Sanremo 2020. Chiusa questa parentesi necessaria, perché l’estate che abbiamo vissuto meritava parole inedite, mi auguro riprenda la promozione del disco, perché merita di fare tanta strada ancora.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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