Andrea Carpenzano: la ricerca del nulla nella vita e un road movie a Venezia

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L'attore Andrea Carpenzano fotografato da Marcello Bianca all'Ortigia Film Festival 2020 a Siracusa

L’attore Andrea Carpenzano fotografato da Marcello Bianca all’Ortigia Film Festival 2020 a Siracusa

È un’afosa mattinata di agosto con il sole a picco – com’è consuetudine nella città di Siracusa – quando, davanti alla cornice barocca del Duomo, sull’isola di Ortigia, tra orde di turisti e apecar per escursioni, emerge dalla folla l’attore Andrea Carpenzano, un venticinquenne dall’aria tranquilla e lo sguardo apparentemente triste, dai modi spontanei e l’accento romano. Di lui colpiscono subito l’altezza, il volto dai tratti etruschi e la sua somiglianza a un personaggio della serie Dark o partorito dalla mente di Tim Burton: un Edward mani di forbice sensibile, autoironico e, a parer suo, anche un po’ «rincoglionito».

Attento osservatore di circostanze, volti e atteggiamenti, questo giovane attore tende a esprimere senza filtri la sua visione del mondo, con la stessa naturalezza che traspare dalle sue interpretazioni: Tutto quello che vuoi (2015), La terra dell’abbastanza (2018) e Il campione (2019). Approdato per caso nel mondo del cinema (scelto mentre accompagnava un’amica al provino del film di Francesco Bruni) è tra gli attori più promettenti della sua generazione.

Quest’anno lo abbiamo visto alla 77° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, con il film Guida romantica a posti perduti di Giorgia Farina, al fianco di Jasmine Trinca e Clive Owen, e all’Ortigia Film Festival 2020, dove lo abbiamo incontrato nelle vesti di giudice.

Andrea Carpenzano e Giuliano Montaldo in una scena del film Tutto quello che vuoi, di Stefano Bruni

Andrea Carpenzano e Giuliano Montaldo in una scena del film Tutto quello che vuoi, di Stefano Bruni

«Aria boheme, tenebrosa e fuori dagli schemi», dicono di te. Tu come ti definiresti?

«Un ragazzo normalissimo che ha la sua personalità, come tutte le persone a questo mondo. Non so etichettarmi con qualche aggettivo. Una cosa che mi hanno trasmesso le situazioni è la sensibilità, come tutti. Ci vorrebbe tanto tempo e tanti sguardi per capire com’è veramente un persona».

Se la tua vita fosse un film, che titolo avrebbe?

«Il nulla».

«Attore per sbaglio». Quando sei stato scelto da Francesco Bruni per il film Tutto quello che vuoi, come hai reagito?

«La prima cosa che ho pensato è che il cinema italiano doveva essere davvero tanto in crisi per scegliere me. In generale non ho avuto grandi esternazioni, solitamente reagisco in maniera apparentemente neutra; poi dentro sono felice e grato. Successivamente, poi, iniziano i sensi di colpa per tutto ciò che potrei fare».


È importante che, mentre la faccio, quella cosa sia credibile per me. Ci devo credere.


Se non avessi fatto l’attore, cosa saresti diventato?

«Forse un ladro, però di quelli spiccioli, non di appartamento. Il ladro sfigato, uno di quelli cui suona il telefono mentre ruba, oppure un oste».

Vino preferito?

«Vino bianco Bolla, metodi classici, ma anche vini siciliani: bianchi dell’Etna e, tra i rossi, Barolo e Amarone».

Il tuo approccio a una sceneggiatura e a un ruolo?

«Parlo con il regista e cerco di capire cosa ha in mente lui e poi cosa ho in mente io, poi cerco di trovare un compromesso con me stesso, per credere in quello che sto facendo. È importante che, mentre la faccio, quella cosa sia credibile per me. Ci devo credere».

Se dovessi descrivere il lavoro dell’attore, come lo definiresti?

«Una bambola annoiata che cerca di sopravvivere».

Stefano Accorsi e Andrea Carpenzano in una scena del film Il campione, di Leonardo D'Agostini

Stefano Accorsi e Andrea Carpenzano in una scena del film Il campione, di Leonardo D’Agostini

Ti piacerebbe ancora recitare in un film di Harmony Korine o c’è un altro regista con cui vorresti lavorare?

«Vorrei, ma non succederà mai (ride, ndr). Ci saranno sicuramente, ma non li conosco ancora. Il desiderio rimane, anche se non c’entro con il suo immaginario. Ho un viso troppo banale per lui».

I film che rivedi spesso?

«Quelli di Sergio Leone e Appuntamento a Belleville».

Hai un idolo del cinema che ammiri e al quale aspiri per bravura?

«Ci sono tanti attori fenomenali e il fatto di doverne scegliere uno ti preclude tante cose. La mia è una visione che va al di là dell’elemento singolo: mi piacciono più le situazioni in cui gli attori si trovano a recitare o magari, a volte, mi piace solo la faccia. È riduttivo dare nomi – che naturalmente ci sono e a migliaia. Mi piacciono quelli tutti morti, come Franco Citti».


Devo accettarmi a un certo punto, è parte del processo, ma se ti devi sforzare per accettarti vuol dire che c’è un problema di base.


Hai dichiarato di osservare gli attori che ti circondano per carpire i loro atteggiamenti e la loro recitazione. Hai mai pensato di prendere delle lezioni di recitazione?

«Più che altro io passeggio molto e cerco di vedere i volti che incontro nella vita quotidiana: magari passo e vedo una persona che ha una faccia pazzesca e ha una reazione per una cosa che sta succedendo in quel momento. Diciamo che questa mia pigrizia di non mettermi fermo al tavolo e studiare certe cose provo a farla muovendomi. Quando vado a camminare guardo solo le persone e raramente guardo il contesto generale: mi interessano di più i volti e le espressioni. Un paesaggio è bello, ma se ci metti una persona lì mi concentro su quello. Le persone sono la cosa più bella».

Nel 2019 a Vanity Fair dici: «Mi faccio cagare quando mi rivedo sullo schermo». Lo pensi ancora?

«Penso sia un discorso anche di paura delle responsabilità: recitare è una responsabilità, ci devi “mettere la faccia” e provo un certo senso di colpa. Quando mi guardo, dico: “Ma che cazzo, c’era quell’altro che aveva una faccia stupenda e poi ci sono io”. Però mi sto abituando: devo accettarmi a un certo punto, è parte del processo, ma se ti devi sforzare per accettarti vuol dire che c’è un problema di base. Non me la vivo male, ne sono consapevole e mi piace, in un certo senso».

L'attore Andrea Carpenzano fotografato da Marcello Bianca all'Ortigia Film Festival 2020 a Siracusa

L’attore Andrea Carpenzano fotografato da Marcello Bianca all’Ortigia Film Festival 2020 a Siracusa

Cammini ancora venti chilometri al giorno? Sfogo, isolamento dal mondo o che altro?

«Ora un po’ meno. A volte faccio gli stessi tratti e incontro le stesse persone, anche se non ci salutiamo mai e non ci conosciamo. Per esempio, sul lungotevere c’è sempre un uomo con un cane e ho capito l’orario in cui va a fare la passeggiata. È bello perché, quando non lo ritrovo in quell’orario, spesso mi chiedo dove sia. Poi però, a cinquanta metri, lo ritrovo e mi piace questa cosa, perché a volte è vestito diverso, ha una faccia diversa e anche il cane cambia. Guardandomi da fuori è ridicolo, quindi mi piace».

Giudice dell’Ortigia Film Festival, che effetto ti fa essere dalla parte opposta?

«È divertente. In realtà tutte le cose che ho visto mi hanno divertito, perché avevo smesso di vedere tanti film. È stato anche allucinante poter commentare, perché l’ho trovato sempre un po’ sbagliato. Vedi un film, fine. Se vince è perché bello, se perde è una merda».

Tuo padre è siciliano e tua madre romagnola. Cosa ti piace degli uni e gli altri?

«I romagnoli sono pazzi, però con gli occhi tristi, usano la finta felicità per sopravvivere. I siciliani sono reali, che non vuol dire sinceri, belli o brutti. Solo reali».

Jasmine Trinca, Andrea Carpenzano e Clive Owen in una scena del film Guida romantica a posti perduti, di Giorgia Farina

Jasmine Trinca, Andrea Carpenzano e Clive Owen in una scena del film Guida romantica a posti perduti, di Giorgia Farina

Sarai alla 70° Mostra del cinema di Venezia con il film Guida romantica a posti perduti, di Giorgia Farina. Com’è stata l’esperienza di questo road movie?

«Come tutti i set è stato bello, perché ho conosciuto tante persone persone – tra cui Jasmine e Giorgia – stupende e tutte diverse. Jasmine in realtà la conoscevo, ma di traverso; ci siamo sempre sfiorati, ma mai toccati. Lì ho passato un bel tempo».

Una fuga verso posti perduti o dimenticati in cui si giunge alla scoperta di sé grazie all’altro. Possiamo parlare di solidarietà umana?

«Semplicemente è l’incontro di due persone che è accaduto. Non penso ci sia una retorica sotto, di darsi una mano a vicenda, perché in realtà quando incontri una persona e dai una mano è una cosa egoistica in primis. È un incontro di persone che si dovevano scontrare, come nella vita: è molto reale come film. Poi lo sa Giorgia, non mi spingo su queste cose».

Puoi parlarci del tuo ruolo?

«Ho molto a che fare con Jasmine, sono il ragazzetto innamorato di lei».


Sto cercando di sopravvivere – come penso tutti noi – però non mi concentro neanche sul dover sopravvivere. Non sto cercando assolutamente niente.


Ti sei sentito intimorito a lavorare con Jasmine Trinca e Clive Owen?

«No, intimorito sarebbe stato sbagliato. È come quando ti invitano a una partita e ci sono tutti i campioni a giocare: anche quando inciampi è divertente; durante la partita parli con qualcuno, ti prendi in giro. È buffo ritrovarsi in queste situazioni e non bisogna averne timore. Io non so l’inglese e con Clive ho parlato poco, ma quei sorrisi che faceva non erano di circostanza. Poi Jasmine è meravigliosa, sembra una lupa smunta».

C’è un viaggio che ti ha permesso di riscoprire te stesso?

«Ogni volta che passeggio. Il problema, però, è che non penso mai a me. Non mi faccio tutte queste domande su me stesso, cosa fossi prima, cosa sono diventato. A queste cose, di solito, ci pensi quando sei in bagno: quello è il momento migliore. Quando passeggi pensi ad altro e spesso mi piace guardare e basta, gli studi su me stesso mi annoiano, li trovo banali».

Hai dichiarato di non cercare la felicità. Cosa stai cercando?

«Sto cercando di sopravvivere – come penso tutti noi – però non mi concentro neanche sul dover sopravvivere. Non sto cercando assolutamente niente: quelle cose che succedono nella mia vita le vivo, ma non ho pensieri».

Un ruolo che ti intriga e che vorresti interpretare?

«Un cartone animato, ma non doppiaggio. Un misto fra Pippo e Lumière».

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Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco le mie dita, le mie idee, le mie emozioni, un desiderio irrefrenabile di dire la verità, irriverenza, ironia. Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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