Linguaggio non binario: quando la linguistica risponde ad esigenze sociali

0
Si definiscono “non-binari” quelle persone che non si riconoscono né nel genere maschile né in quello femminile oppure che si riconoscono in entrambi, alternativamente o contemporaneamente. Immagine di Sharon McCutcheon su Unsplash

Si definiscono “non-binari” quelle persone che non si riconoscono né nel genere maschile né in quello femminile oppure che si riconoscono in entrambi, alternativamente o contemporaneamente. Immagine di Sharon McCutcheon su Unsplash

Parlare di comunità non-binary, al giorno d’oggi, è tutt’altro che una novità. Si definiscono “non-binari” quelle persone che non si riconoscono né nel genere maschile né in quello femminile oppure che si riconoscono in entrambi, alternativamente o contemporaneamente. L’attenzione riconosciuta a tale comunità aumenta di anno in anno: nonostante ciò, permane una grande difficoltà nella creazione di un linguaggio parlato volto alla non discriminazione dei soggetti non-binari.

All’interno della lingua italiana, infatti, manca un tertium genus, un genere neutro che affianchi il maschile e il femminile, in modo da garantire tutela sociolinguistica a chi sente di non appartenere alla logica binaria uomo/donna. Nel corso degli anni si è cercato di sopperire a tale mancanza con l’utilizzo di una serie di segni grafici. La dottoressa Vera Gheno ha individuato e catalogato ben quindici tentativi di inclusione delle persone non-binarie nel linguaggio, utilizzati in diversi gruppi di riferimento.

Le ricerche

Come la sociolinguista spiega ai microfoni di Rick DuFer, il primo contatto con comunità LGBTQ+ e con soggetti non-binari è avvenuto a seguito di diversi congressi, da lei tenuti, sul tema del maschilismo nella lingua italiana. Nel saggio Femminili singolari – Il femminismo delle parole, la dottoressa Gheno indaga il complicato fenomeno della prevalenza del maschile nella nostra lingua e si espone sulla questione dei femminili professionali.


 

Come si risolve il problema della discriminazione dei soggetti non-binari nella lingua italiana?


 

La sociolinguista racconta di aver gestito per sette anni l’account Twitter ufficiale dell’Accademia della Crusca. Proprio in quel ruolo si è resa conto di quanto le discussioni si inasprissero parlando di femminili professionali. Dalle polemiche nate su Twitter – alle quali, ovviamente, non ha mai risposto – è nata la sua riflessione sulle problematiche sociolinguistiche legate alle donne lavoratrici e sul concetto di femminismo in ambito linguistico.

Le varianti inclusive in uso

Frequentando sempre maggiormente collettivi femministi connessi alla comunità LGBTQ+, la dottoressa Gheno si è sentita sempre più spesso porre una domanda: “Come si risolve il problema della discriminazione dei soggetti non-binari nella lingua italiana?”.

Un quesito simile non è di facile risoluzione: da qui nasce dunque il lavoro di registrazione delle varie forme di inclusione usate dalle singole comunità non-binarie. Tra le quindici varianti considerate, si ricordano le più famose:

  • L’asterisco al termine della parola (Es: Buongiorno a tutt*);
  • La barra al termine della parola (Es: Buongiorno a tutt-);
  • La chiocciola al termine della parola (Es: Buongiorno a tutt@);
  • Elidere le finali (Es: Buongiorno a tutt);
  • Terminare la parola con “u” (Es: Buongiorno a tuttu);
  • Terminare la parola con “x” (Es: Buongiorno a tuttx).

Come l’autrice riporta all’interno del suo saggio, tutte queste varianti hanno una caratteristica comune: sono quasi del tutto inutilizzabili nel linguaggio parlato. Come rimarginare, quindi, tale vulnus sociolinguistico?

La proposta: lo scevà. Cos’è e da dove nasce?

Il termine scevà deriva dall'ebraico shĕwā e indica la vocale neutra ebraica. Viene pronunciato come se fosse una sorta di “e” brevissima, dal timbro indistinto e molto debole, e si legge come una parola tronca.

Il termine scevà deriva dall’ebraico shĕwā e indica la vocale neutra ebraica. Viene pronunciato come se fosse una sorta di “e” brevissima, dal timbro indistinto e molto debole, e si legge come una parola tronca.

La proposta della sociolinguista è la seguente: utilizzare lo scevà.

Il termine scevà deriva dall’ebraico shĕwā (in tedesco Schwa) e indica la vocale neutra ebraica. Lo shĕwā ebbe origine nella formazione prebiblica delle parole ebraiche come abbreviazione delle cosiddette vocali vere. In lingua ebraica viene pronunciato come se fosse una sorta di “ebrevissima, dal timbro indistinto e molto debole. Successivamente fu utilizzato in linguistica e fonetica per indicare la vocale media per eccellenza, il cui simbolo è rappresentato da una sorta di “e” rovesciata (ə) e la cui pronuncia è di scarsa sonorità, senza tono o accento.

In questo caso, introducendo lo scevà negli esempi precedenti, avremo: “Buongiorno a tuttə”, da leggersi quasi come se si fosse in presenza di una parola tronca.

L’accoglienza

La proposta della dottoressa Gheno non ha tardato a ricevere elogi e critiche: tutto nasce dalla traduzione del saggio Il contrario della solitudine dell’autrice brasiliana Marcia Tiburi, edito per effequ (la stessa casa editrice con cui la linguista ha pubblicato Femminili Singolari).


 

Lo scevà è una mera proposta di aggiornamento linguistico, al pari dei tanti neologismi che, di volta in volta, vengono aggiunti sul dizionario.


 

La filosofa brasiliana dedica il suo lavoro a «todas, todes e todos», utilizzando un genere neutro (todes) assente nella sua lingua d’origine, coniato ad hoc per la comunità non-binaria. Per la traduzione di tale voce viene utilizzato lo scevà, divenendo così un saggio dedicato a «tutte, tuttə e tutti». Da questo momento, lo scevà appare non solo all’interno del testo stesso, ma anche di tutti gli articoli di riferimento e diviene, presto, una forma abbastanza riconosciuta di tertium genus.

Il vero caso mediatico nasce, però, a seguito di un articolo, pubblicato su La Stampa, in cui la proposta della studiosa viene riportata con molte imprecisioni, alle quali ella stessa risponde prontamente, supportata dalla casa editrice effequ. La dottoressa Gheno sottolinea infatti che tale proposta – solo accennata all’interno del suo saggio – trae origine da Luca Boschetto, che, dal 2015, lotta a favore della creazione di una sorta di genere ulteriore che garantisca inclusione alle persone non-binarie.

Dalle ricerche di Boschetto, infatti, è nato l’Italiano Inclusivo, un sito in cui si raccolgono le opinioni più influenti sulla possibile realizzazione di un intervento che aggiunga (e non sostituisca, come l’articolo giornalistico pareva paventare) il neutro ai più comuni maschile e femminile.

I limiti dell’utilizzo dello scevà

Proprio il clamore provocato dalla proposta dello sceva ci ridà il senso del mestiere del linguista: stare dietro alle esigenze delle persone che rendono la lingua viva, che la usano quotidianamente e che, in quanto tali, da essa chiedono giusta rappresentazione. Foto di Erin Song su Unsplash

Proprio il clamore provocato dalla proposta dello scevà ci ridà il senso del mestiere del linguista: stare dietro alle esigenze delle persone che rendono la lingua viva, che la usano quotidianamente e che, in quanto tali, da essa chiedono giusta rappresentazione. Foto di Erin Song su Unsplash

La dottoressa Gheno non nasconde gli evidenti limiti dell’utilizzo dello scevà. Infatti, come scrive in un articolo sul magazine La Falla, lo scevà potrebbe apparire complicato da utilizzare in mail e messaggi di testo poiché, attualmente, non compare sulle tastiere di cellulari o computer. Tale simbolo, infatti, è presente solo tra i caratteri speciali dei programmi di videoscrittura.

Dal punto di vista fonetico, di contro, non sarebbe facile comprenderne la corretta pronuncia, nonostante sia un suono già presente in alcuni dialetti italiani (per citarne due: il napoletano, nonché una serie di dialetti dell’Italia meridionale che si ispirano a esso, e il piemontese, in cui viene chiamato terza vocale e la cui presenza differenzia tale dialetto dagli altri di derivazione gallico-italica e franco-provenzale).

Le nuove esigenze sociali

Insomma, dietro le parole della sociologa italo-ungherese non si celano stravolgimenti della lingua italiana – come qualcuno ha potuto pensare – né velleità di riforma radicale di una materia tanto vasta quanto difficile da rimaneggiare. Lo scevà, quindi, è una mera proposta di aggiornamento linguistico, al pari dei tanti neologismi che, di volta in volta, vengono aggiunti sul dizionario.

Concludendo il suo ragionamento con Rick DuFer la studiosa si dice ben conscia del fatto che, avendo il suo pensiero subito una distorsione simile ed essendoci stata una tale polarizzazione di idee, sarà difficile “raddrizzare” nuovamente il dibattito al momento, apparendo del tutto inutile ogni nuova proposta di dialogo. Eppure proprio il clamore provocato da tali idee –sottolinea la dottoressa Gheno – ci ridà il senso del mestiere del linguista: stare dietro alle esigenze delle persone che rendono la lingua viva, che la usano quotidianamente e che, in quanto tali, da essa chiedono giusta rappresentazione.

About author

Chiara Ferrante

Chiara Ferrante

Studentessa di giurisprudenza appassionata di comunicazione. Writer e press officer freelance, illustratrice in erba.

No comments

Potrebbero interessarti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi