Volevo nascondermi. Fra belve di cui nessuno sa

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In foto, Elio Germano sul set di Volevo nascondermi, film di Giorgio Diritti. Foto di scena di Chico De Luigi

In foto, Elio Germano sul set di Volevo nascondermi, film di Giorgio Diritti. Foto di scena di Chico De Luigi

Con il film Volevo nascondermi (uscito nelle sale il 19 agosto 2020), Giorgio Diritti ci racconta la spasmodica, fisica e viscerale ricerca del pittore Antonio Ligabue della propria pace, del proprio spazio in cui poter respirare liberamente.

La narrazione delle sue vicende getta gran parte della sua luce sull’incapacità delle persone che lo circondano di comprendere veramente lo stato mentale di Ligabue, che si dice infestato da un male, un diavolo che deve far uscire fuori. Assieme a tre attori differenti per ogni stadio della sua vita, in cui quello della maturità è profondamente e puntualmente interpretato da Elio Germano, ripercorriamo tutta la storia dell’artista: già dalla tormentata infanzia vissuta nel cantone tedesco della Svizzera, presso una famiglia contadina tedescofona che lo ha adottato dalla madre biologica italiana, vediamo subito l’enorme difficoltà di Toni a relazionarsi con le altre persone, che lo deridono, lo scansano e lo umiliano, incapaci di comprenderlo e accettarlo.

Volevo nascondermi: Ligabue e la natura

Leopardo nella foresta (1956-57), Antonio Ligabue. Collezione privata

Leopardo nella foresta (1956-57), Antonio Ligabue. Collezione privata

L’unico rifugio è la natura, verso cui dimostra un attaccamento quasi primordiale, al punto da sembrare intenzionato ad amalgarmarcisi per sempre, per un bisogno di mimetizzarsi con essa, di perdercisi, come in un guscio protettivo. Il senso del titolo è dunque evidente, il tema del nascondersi è centrale: per tutta la vita Ligabue cerca disperatamente di nascondersi, di scomparire, di essere lasciato in disparte, preso da una continua inquietudine intorno alle persone (adulte), da una sfiducia cosmica e animale verso l’umanità, sempre pronta a fare del male, e allo stesso tempo pervaso da un’ingenuità sgargiante come i suoi quadri e disarmante, inerme davanti alla realtà grigia di nebbia e cinismo che lo circonda.

Lungo tutto il film, entriamo nella sua mente labirintica, contratta da improvvisi spasmi e scossoni, che disperatamente si dimena fra le catene delle prigioni psichiatriche fasciste e che finalmente respira nella pianura desolata e silenziosa, attorniata dalle sue bestie immaginarie e immaginate, che altro non sono che l’espressione possente e insondabile della sua spinta, del suo soffio vitali, che non sanno piegarsi alla violenza della realtà ma solo alla tela, all’argilla e al colore, che fanno contorcere Ligabue lungo tutto il processo di creazione, attraversato nel suo fragile e resiliente corpo da una forza artistica midollare.

Ligabue è condannato a essere un’anima in pena, schiacciato dalla brutalità del mondo esterno e dall’energia primitiva del suo estro artistico, che scalpita per essere liberato. Proprio come il suo Leopardo.

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Annalia Leone

Annalia Leone

Dal 1997 alla spasmodica ricerca delle parole esatte per descrivere tutto quello che mi passa per la testa. Più che altro castelli in aria.

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