I beati anni del castigo: il collegio come un ventre

0
collegio

I beati anni del castigo di Fleur Jaeggy, Adelphi Edizioni. Foto di Camilla Gazzaniga

Già nel proprio titolo, il romanzo I beati anni del castigo dà spazio a un’antitesi, a una dissonanza. Il disappunto in una frase, eppure si tratta di due termini che non potrebbero essere l’uno senza l’altro. Questa è l’antitesi del Bausler Institut, un collegio femminile svizzero, una facciata di quiete al di fuori, eppure uno stato di cattività che ristagna al suo interno.

Questa è l’antitesi di Frédérique, la nuova arrivata in collegio. Nessuna simpatia per lei, eppure appare attraente agli occhi di tutte. Della sua figura accostata a quella della protagonista – anche lei educanda nel collegio – che appena la vede, capisce che non può fare a meno di lei, del suo contrario. Ha il fascino assoluto ed esasperante di chi non si lascia conquistare.

Le ragazze sono chiamate alla disciplina; molte di loro inventano un’altra maniera di parlare, un nuovo portamento. Per alcune, stare in collegio è un idillio. L’obbedienza un piacere torbido e rassicurante.

La nostra casa è il collegio

La prosa di Fleur Jaeggy è sobria, curata, inevitabilmente nervosa. Deve appuntare un sentimento indefinibile, la vita nella sua contraddizione, che si rigenera in ogni domani senza mai fissarsi, come si fa invece con un fiore lasciato a essiccare in un libro perché viva in eterno.

Questo è Frédérique. L’autrice ricerca il contrasto di questo luogo idillico e opprimente nelle singole parole. Molti sono gli ossimori adoperati: l’«indulgente severità» della direttrice, le «caste passioni» covate nel collegio. La compagna di stanza della protagonista è «brava e cattiva» così come, in fondo, anche le altre.

La trama lascia intravedere l’esperienza personale dell’autrice, educanda in un collegio svizzero come la sua protagonista e, a libro finito, rimane un sospiro in gola, chiedendosi se la storia tra lei e Frédérique non sia un po’ anche quella di Jaeggy. È vero che il contesto del collegio lascia un segno autobiografico; ma non può superare la soglia dell’immaginazione narrativa, da solo.

Il suo nome è racconto

La protagonista non è ancora entrata nella vita, la sfiora appena. E forse, proprio per questo il suo sentimento per Frédérique è così fitto; perché lei, Frédérique, sembra sapere già tutto della vita – per poi distaccarsene. Sa portare questo disprezzo nichilista cucito addosso, nascosto dal rispetto e dall’obbedienza. E la stessa attitudine la riguarderà anche gli anni successivi al collegio, quando le due s’incontreranno a Parigi; Frédérique abita lì e si circonda di nulla. La sua casa è vuota, ingiallita; tutto sembra stucchevole e misero, invece è solo il proseguo della figura di Frédérique, sempre più pronunciata verso un “assoluto”, una separazione dal mondo delle cose.

In una scena particolarmente densa di significati, il viso di Frédérique è coperto da un cappuccio. Davanti a lei una candela smangiata e una sedia, l’unica della casa. Jaeggy descrive il suo volto come avvolto da un velo che ne lascia intatta la bellezza, quasi fosse quello di una madonna, composto e solenne. Gli occhi fuggitivi, che non riflettono la fiamma, sono ormai rivolti a qualcos’altro. La sua espoliazione non è miserevole, è estatica, come fosse un esercizio alla morte.

collegio

Fleur Jaeggy è sobria, curata, inevitabilmente nervosa. Deve appuntare un sentimento indefinibile, la vita nella sua contraddizione. Un ritratto di Fleur Jaeggy. Foto da Internet.

Un’amitié amoureuse

«Pensavo agli opposti che si toccano, a una sorta di gioco fra i contrari, che diventa una simbiosi» scrive Jaeggy a un certo punto. La soluzione a quel luogo angusto che è stato anche una tiepida casa, la complicità di un sentimento mai pronunciato per quello che è stato. Anche a distanza di tempo, la protagonista non riesce a confessare di essere stata innamorata di Frédérique, forse appiattendosi dietro al devoto rigore che vedeva in lei. Il percorso di avvicinamento è stato reso con una semantica militare, ad accentuarne lo sforzo: come in una battaglia, Frédérique deve essere conquistata con metodo, soppesando le parole, le maniere, le ragioni.

Un pensiero di carnalità non c’è mai stato. La memoria ritrova un istante in cui Frédérique la prende per mano, ma non c’è piacere fisico in questo toccarsi. I corpi sono dati soprattutto nel loro essere impersonale, innocente: non può essere diversamente quando ci si veste e sveste davanti alle compagne, si fa il bagno insieme. E Frédérique riesce ad andare anche oltre alla corporeità, che eppure le appartiene: veste abiti che camuffano le sue forme, anzi, la sua unica forma è la magrezza. Non si specchia mai – appunta la protagonista – la sua materia è da superare come quella del mondo.

L’assoluto in lei

La figura nebulosa di Frédérique trova un contrasto concreto nel personaggio di Micheline. Fatta la sua entrata nel collegio si staglia sulle altre, come era stato per Frédérique, ma in maniera differente. Micheline per la protagonista è un’amica facile, perché resa dall’esteriorità: il suo essere trova piena forma negli abiti licenziosi, negli abbracci carnali. Esibisce l’allegria come chi non sa che può diventare stucchevole.
Il legame con Frédérique, invece, richiede lo sforzo mentale di chi ha visto il mondo per poi porsi al di sopra; e Frédérique lì è arrivata, il suo corpo smunto e gli abiti sobri sono solo la traccia mondana, necessaria per esistere. Il suo essere sembra unito all’assoluto.

Le passeggiate della protagonista, sulle alture montane che attorniano il collegio come a fissarne l’arcadica cattività, sono all’inizio un esercizio di solitudine, per poi diventare il bisogno di accostarsi a qualcosa di irrappresentabile, aulico, che nel mondo non può che trovare espressione in certe manifestazioni della Natura. Quelle che si danno nel sensibile, ma sono altro dal sensibile. Che dapprima sgomentano, appaiono terribili, ma poi il solo pensarle testimonia una superiorità d’animo.

Proprio come Frédérique, dai modi prima spaventosi, poi irresistibili. Frédérique, come una forma impetuosa della Natura, come una tempesta o una vetta, si avvicina al sublime.
È un’interpretazione questa, suggerita forse dai miei studi filosofici. Ho poi letto la scena in cui la protagonista dichiara il suo amore: «più che a lei, mi rivolgevo al paesaggio». Mi è parso di poterci credere un po’ di più.

C’è qualcosa di assoluto e imprendibile in certi esseri, sembra una lontananza dal mondo, dai vivi, ma sembra anche il segno di chi subisce un potere che non conosciamo.

A quel tempo non c’è tempo

Nel corso del romanzo sono due gli addii pronunciati da Frédérique: nessuno dei due ha la pretesa di essere definitivo, ma il secondo sancisce la fine di un tempo. È un soffio dettato nella «lingua dei morti», così scrive Jaeggy, e la bambola regalata dal collegio, gettata via e dimenticata dalla protagonista, è l’altra faccia del tempo. Che in collegio si rigenerava giorno per giorno, scandito da una sorta di automatismo, ripetitivo e rincuorante, circolare ed eterno. Fuori, il tempo è una linea che corre e non rallenta, se non davanti alla rovina e alla morte. Ed è in questo che Frédérique è andata oltre, vedendo della vita tutti i suoi limiti, senza però tentare di riempire gli spazi in mezzo.

Nella scena finale, la protagonista ritorna al collegio che non esiste più, al suo posto una clinica per ciechi. L’epilogo dei beati anni del castigo. Di quell’amicizia “amorosa” come una confidenza redatta in un diario sbiadito, in cui non si distinguono più gli spazi chiari da quelli scuri. Come chi vuole vedere ma non può.

Il cognome di Frédérique significa racconto. E, poiché il suo nome è racconto, mi lascio andare a pensare che sia lei a dettarlo, o a scriverlo, con il suo modo di ridere punitivo. Ho anche un inspiegabile presentimento che il racconto sia già stato scritto. Compiuto. Come le nostre vite

About author

Camilla Gazzaniga

Camilla Gazzaniga

Come riconosci Camilla? Qualcosa di vintage addosso, un taccuino su cui raccontare quello che si ferma a guardare, e generalmente un berretto stretto così da non perdere nulla. Si orienta in città contando le mattonelle, svolta al primo portone scrostato, fotografa tutto e ripassa. È laureata in Filosofia con un lavoro sul corpo, il normale e il patologico. Si sta specializzando tra le università di Pavia e Lione, dove spulcia per qualche appunto in più. Se al «ciao, come stai?» sfodera un libro infilato in borsa e abbassa lo sguardo, non ti offendere, è solo timida!

No comments

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi