Se la polizia è violenta in Nigeria

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La violenza e gli abusi della polizia in Nigeria hanno scatenato un'ondata di manifestazioni. Foto di Temilade Adelaja su Reuters.

La violenza e gli abusi della polizia in Nigeria hanno scatenato un’ondata di manifestazioni. Foto di Temilade Adelaja su Reuters.

Anche in Nigeria la polizia commette sistematicamente violenze contro la popolazione.

È un problema che intacca in maniera strutturale moltissimi Paesi nel mondo. Uno degli esempi più eclatanti, è quello portatoci dagli Stati Uniti, dove la violenza della polizia si intreccia con un profondo razzismo sistemico contro le persone nere.
Questa è una questione di cui si è parlato tanto (anche se mai abbastanza), soprattutto negli scorsi mesi estivi. Ha generato moltissime reazioni di opposizione a livello internazionale, portando anche a momenti di autocoscienza per le questioni di razzismo sistemico e sociale nei singoli territori nazionali.

Sars: la violenza istituzionalizzata della polizia

Una questione di cui invece non si è parlato tanto (e non se ne parlerebbe mai abbastanza) è la violenza della polizia in Nigeria. Si tratta di una violenza sistemica e decennale, trasversalmente rintracciabile in tutti i corpi di polizia nigeriani, ma che trova il suo culmine negli abusi di potere perpetrati dalla Sars (Special anti-robbery squad). Si tratta di una divisione organizzata nel 1992 con l’obiettivo di combattere specificamente i casi di rapine a mano armata e i sequestri di persona.

L’autorizzazione a operare sotto copertura e la garanzia della pressoché totale immunità rispetto alle proprie azioni ha portato sempre più agenti a compiere violenze e arresti totalmente arbitrari sulla base di stereotipi e pregiudizi. Un rapporto di Amnesty International del 2016 riporta che sarebbero almeno 82 le persone incarcerate dalla Sars e vittime di esecuzioni extra-giudiziali, torture e stupri, chiuse in celle isolate e senza la possibilità di essere assistite da medic* e avvocat* e senza la possibilità di poter vedere le proprie famiglie.

Alcuni manifestanti in Nigeria contro la violenza della polizia. Foto di Ayokanmi Oyeyemi Kaizen da Internet.

Alcuni manifestanti in Nigeria contro la violenza della polizia. Foto di Ayokanmi Oyeyemi Kaizen da Internet.

Le manifestazioni di opposizione, che ormai si protraggono da diversi anni, sono riprese a inizio ottobre a seguito della pubblicazione di un video in cui si vede un agente Sars uccidere un uomo, col presunto fine di rubargli la macchina.
Dopo essere stata sciolta svariate volte fra il 2017 e il 2019, l’11 ottobre di quest’anno la Sars è stata nuovamente sciolta, ma i*le ex-agenti sarebbero stat* ridistribuit* in altri corpi di polizia o riorganizzat* in nuove divisioni, senza così risolvere veramente il problema. Il punto è che non si vuole risolverlo, perché è il risultato più evidente di un sistema incancrenito, di una consuetudine oppressiva.

Infatti la polizia ha continuato a perpetrare abusi di potere verso la popolazione. Il caso più recente e che ha riscosso più attenzione a livello internazionale è datato 20 ottobre, quando, durante una manifestazione pacifica, la polizia ha staccato la corrente elettrica in tutta la città di Lagos e ha usato lacrimogeni e sparato contro i manifestanti e contro persone che si trovavano a passare in quelle strade per caso o per necessità. Secondo Amnesty International sarebbero state uccise 38 persone e ferite centinaia.

La voce del movimento pacifico #EndSars

Quello che è successo il 20 ottobre è il risultato di una crisi che dura almeno dal 2017. Una crisi collettiva esasperata e stremata dalla violenza delle forze dell’ordine, che hanno nel mirino soprattutto persone appartenenti alle fasce economicamente più deboli, giovani e progressiste, donne, persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+.

Sono proprio tutte queste persone a organizzare e a mantenere viva l’opposizione a questo sistema soffocante e a portare avanti proposte e soluzioni costruttive e sostenibili tramite il movimento #EndSars. Collettivi LGBTQIA+ mettono a disposizione mezzi di trasporto per consentire a chiunque di poter andare a manifestare in sicurezza, e ancora Safe-houses dove poter passare la notte; collettivi femministi, come il Feminist Coalition si occupano ad esempio di raccogliere fondi e cibo e acqua per i*le manifestanti.

Fra le richieste del movimento #EndSars vi è principalmente la riforma profonda e strutturale delle forze dell’ordine. Ma i*le manifestanti richiedono anche il rilascio de* compagn* arrestat* da inizio ottobre; risarcimenti per le vittime della violenza della Sars e per le loro famiglie; la creazione di un corpo indipendente che indaghi sui crimini della Sars; una valutazione psicologica per i*le agenti Sars che ne analizzi l’idoneità a lavorare nella polizia; e un aumento di stipendio per tutti i corpi di polizia.

Le manifestazioni pacifiche di #EndSars hanno avuto risonanza in tutto il mondo. Foto di Pius Utomi Ekpei via Getty Images.

Le manifestazioni pacifiche di #EndSars hanno avuto risonanza in tutto il mondo. Foto di Pius Utomi Ekpei via Getty Images.

Nel mondo ci sono state manifestazioni di supporto, organizzate soprattutto da persone di origine nigeriana che vivono in altri Paesi; ma quella della Nigeria è una crisi di cui non si parla a sufficienza. Troppo spesso si lasciano in disparte, ignorate, le situazioni politiche e sociali dei Paesi africani. Almeno finché non diventano oltremodo critiche o coinvolgono direttamente Paesi europei o americani.

È un circolo vizioso: non si fa sufficiente informazione perché i meccanismi e i contesti in atto non sono di dominio pubblico, non sono abbastanza conosciuti dalla maggior parte dei Paesi occidentali. Di conseguenza non si fa un’informazione approfondita e continuativa, perché nessun* capirebbe o sarebbe abbastanza interessat* per capire. Continuando sempre così, finché non succede qualcosa che riguarda anche noi (noi chi?). A quel punto si raccolgono informazioni sommarie e sbrigative, quel tanto che basta per confermare quel poco (spesso stereotipato) che già si sa, per poi concentrarsi sull’evento che tocca più da vicino il nostro piccolo orto privilegiato.

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Annalia Leone

Annalia Leone

Dal 1997 alla spasmodica ricerca delle parole esatte per descrivere tutto quello che mi passa per la testa. Più che altro castelli in aria.

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