Via delle periferie è la poesia dell'algia in un tempo fermo

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Via delle periferie mi arriva con una dedica che solo io posso capire, fatta su misura per il linguaggio che io e Riccardo Zanin abbiamo usato sin da subito. Non è la sua prima silloge poetica e non è la prima pubblicata con Eretica Edizioni, di cui più volte vi ho raccontato e che è entrata nel progetto #dietrounlibro.

Riccardo, fra le altre cose, mi augura di provare un po’ di sana emarginazione. Via delle periferie è la città degli invisibili, di quelli che si nascondono e vengono nascosti. 

Via delle periferie: parlarne bene è facile

Parlare bene di qualsiasi parola impressa su carta è sempre estremamente facile e sempre troppo da codardi. Diceva Calvino: «Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto». Con Via delle periferie ho scoperto che in periferia non ci voglio stare. Che nelle vie tristi e grigie che odorano di degrado non riesco a stare. Non fisicamente ma emotivamente.

Parlarne bene è facile perché basta conoscere l’autore e, poesia dopo poesia, sembra di sentire la sua voce che mi parla attraverso una videochiamata, mentre è sul divano e con il suo accento del nord mi racconta della sua periferia, quella emotiva; la pancia che si attorciglia, la testa che cede.

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Il Tramonto, poesia scelta da Via delle periferie di Riccardo Zanin, pubblicato da Eretica Edizioni. Foto di Ylenia Del Giudice

Via delle periferie: belle poesie brutte

Eretica chiama questi libriccini rossi quaderni di poesia. Quaderni nei quali il poeta annota tutto, come fosse un vecchio taccuino ma con l’importanza di un diario chiuso con un lucchetto. Nelle poesie di Eretica sono raccontati i padroni di queste parole che poco dopo diventano schiavi: senza il verbum in rima, senza la libertà di espressione di sé, lo scrittore non è altro che uno schiavo con la bocca cucita e incatenato che cerca di comunicare qualcosa.

Belle poesie, si. Perché conosco Riccardo e di rado sono costretta a chiederne una spiegazione. Brutte poesie, è vero anche questo però: cosa riuscirebbe a esplorare un forestiero viaggiando nei quaderni di Zanin?

Vedrebbe picchi di confusione. Ripensamenti, accenti stranieri che spingono ad andare lontano in pochi versi e in quelli successivi, nella pagina accanto, scopre che si è appena aperta la faglia di Sant’Andrea sotto i piedi e si torna al centro del mondo, in un abbraccio consolatorio che odora di casa e che non consola: il vuoto resta.

Poesia dopo poesia si viene a creare un filo rosso tipico della mano di Riccardo Zanin. A primo impatto c’è una gran confusione; il lettore è disperso in un mare di vie che si intersecano come il labirinto delle uscite del GRA.

Via delle periferie: il brutto delle recensioni

Quanto ho scritto sino ad ora non c’è online. Su Instagram, la consacrata Chiesa Gemella della subcultura dei bookblogger, nessuno si esprime diversamente dal solito e vuoto – ma accattivante come il marzapane per i fratellini – bellissime fantastiche meravigliose. Tre aggettivi che non possono essere associati a Via delle periferie.

Via delle periferie è un pugno nello stomaco. Non si lasciano leggere facilmente queste poesie, non si lasciano accarezzare come un gatto e non trasmettono amore. C’è tanta desolazione, tanta algia e molto poco nostos. Il grigiore dell’abbandono assomiglia all’ombra di una delle ultime scene di Babadook, ombra che non rincorre e annienta tutto.

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Via delle periferie di Riccardo Zanin, pubblicato da Eretica Edizioni. Foto di Ylenia Del Giudice

Omettere questa parte di esperienza di lettura non equivale ad un favore nei confronti dell’autore. Equivale a spingerlo ancora più in periferia, ancora più all’angolo. Equivale a rinnegare una condizione umana che è quella di uno stato di abbandono, tipico delle periferie; di uno stato di recherche sporadica della stabilità emotiva affrontata con dei Carioca (p.34) con cui sporcarsi il viso.

Con questi occhi
ci daremo i corpi.
Tra dolci tocchi,
graffi e morsi.
Carezze al viso,
baci al sapor carioca.
Sarò l’ultimo, come Creso,
a sfiorare questa bocca.

Via delle periferie: quell’ultima pagina che non legge mai nessuno

Riccardo Zanin nelle sue sillogi apre lo sportello dell’auto al lettore. Si assicura che il lettore abbia scelto di viaggiare e spendere tempo fra queste pagine senza alcun obbligo. Lo prepara a ciò che troverà, in sostanza. In Via delle periferie, però, alla fine del viaggio quella portiera la sbatte. Caccia, per così dire, il forestiero che si è addentrato nella speranza di trovare parole più commestibili, digeribili e contenuti latenti talmente miseri da non dover richiedere l’uso del pensiero.
Sono poesie, del resto vanno solo lette.

Pennac scriveva che “l’uomo costruisce case perché è vivo, ma scrive libri perché si sa mortale″. Riccardo Zanin è consapevole della sua mortalità e lo si deduce da tutta la silloge poetica. Non basta scorrere la quarta di copertina, bisogna arrivare all’ultima pagina:

C’è bisogno di voltarsi un attimo, guardare chi ci sta vicino, fisso negli occhi e dirgli: «anche io soffro». Non possiamo sentirci meglio perché c’è chi sta peggio. Dobbiamo sentirci uguali anche nella sofferenza, poiché l’unica cosa che ci unisce è quel romantico soffrire. È la nostalgia della felicità, ma averne implica la conoscenza diretta di una mancanza, di un qualcosa che si vissuto.

L’algia è questa allora, è Via delle periferie, le sue poesie dai colori indefiniti, sfumati e liberi di essere identificati come meglio si ha bisogno.

About author

Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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