Elena Ferrante, L'amica geniale e i libri in cui affondare

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Pochi giorni fa: Natale sta sgusciando via, uno dei raffreddori più intensi degli ultimi anni mi sta grattando via il naso e il labbro superiore, ho dei lavori da chiudere e gli ultimi quattro esami della mia carriera universitaria mi ricordano ciclicamente la propria imminenza. Eppure sono rannicchiata sotto una coperta e tra le mani tengo l’ultimo volume della tetralogia de L’amica geniale di Elena Ferrante: Storia della bambina perduta.

Lo finisco in pochi giorni, eppure la copertina ha già la consistenza morbida e malleabile di un libro che è stato aperto, maneggiato, chiuso, riaperto, fermato con l’indice, sfogliato all’indietro, sbirciato in avanti, richiuso, riaperto, richiuso. Non riesco a smettere di leggere. E a un certo punto – forse complice la dose massiccia di Zerinol che ho assunto nelle ultime ore – faccio qualcosa che, in vent’anni che leggo e amo la lettura, ho sempre evitato di fare: mi butto nella retorica. E penso: “Ma quanto è bello leggere”.

Probabilmente l’antistaminico gioca un ruolo chiave anche nella riflessione in cui mi lancio subito dopo. Da quanto tempo è che non mi immergo così tanto in una storia? Mi è capitato anche con i due volumi precedenti della tetralogia della Ferrante – che ho letto nel corso del 2020, riuscendo chissà come a centellinarli, a imporre qualche mese di distanza tra l’uno e l’altro. Non mi era successo col primo volume.

Elena Ferrante: le letture d’affondo

Quando parlo di immersione non intendo l’urgenza di proseguire, di capire come si evolverà la storia, come finirà – che è una situazione comunque inebriante, e molto più frequente. Si tratta proprio di movimenti diversi. Non una spinta in avanti, una corsa verso il traguardo, verso un apice che si tocca e si spegne; ma un lento affondare, risalire, ridiscendere. Mi sono resa conto di quanto sia più raro quest’ultimo movimento. Perché se la lettura “per sapere come finirà” è forsennata e destinata all’autocombustione, la lettura d’affondo è qualcosa che si costruisce con lentezza, che lavora in noi.

Per intenderci, quando si legge un libro de L’amica geniale – unica lettura d’affondo, per me, in parecchi anni – non si va avanti solo per capire se Lenù riuscirà a costruirsi e scoprire che ne sarà di Lila e degli altri personaggi del rione. Si va avanti perché se ne rimane invischiati, perché si ha la perfetta percezione di un mondo intero che funziona e che va avanti parallelo a noi, oltre la copertina violacea delle Edizioni E/O. Forse è per questo che il libro risulta fin da subito così consunto, stropicciato senza volerlo. Perché questo tipo di lettura stordisce, porta a questionarsi sulla corporeità dell’oggetto-libro, sul tramite assurdo tra questa realtà e un’altra.

Elena Ferrante crea un universo autonomo, così ben congegnato che almeno dal secondo libro in poi – forse per le letture d’affondo ci vuole tempo, forse è per questo che il primo volume non mi aveva catturata – sembra veramente possibile muoversi per il rione, entrare negli appartamenti di questa e quella famiglia, riconoscerne i volti per strada, anche senza seguire il filo del libro. È un mondo che va avanti per conto suo. La voglia irrefrenabile di leggere nasce dall’impressione di stare perdendosi qualcosa.

Elena Ferrante

La tetralogia de L’amica geniale di Elena Ferrante, E/O Edizioni. Foto di Guendalina Ferri

Elena Ferrante: da piccoli è più facile

Ne ho parlato brevemente con un amico, l’altro giorno – ero ancora sotto Zerinol. Ci siamo chiesti perché questo tipo di lettura ci sembrasse molto più frequente nei libri d’infanzia. “Perché i libri per adulti sono meno spensierati”, ha detto lui. Eppure L’amica geniale è tutt’altro che spensierato.

Ho provato a ripensare ai libri che da piccola leggevo con questa stessa urgenza, come se le loro storie s’imponessero come vite parallele nelle quali non vedevo l’ora di rituffarmi, risalire, rimmergermi. Non erano solo le grandi saghe fantasy ma, più spesso, libri autonomi e dai ritmi neppure troppo serrati. Per esempio, ricordo di aver divorato Tornatràs di Bianca Pitzorno. E ricordo un altro sintomo tipico delle letture d’affondo: la malinconia acuta alla fine accompagnata da nostalgia divorante, aggravata dal fatto che il mondo che ci manca non l’abbiamo mai fisicamente abitato. Prognosi: dai tre giorni ai tre anni, di solito. Posologia: confronto con persone rimaste orfane dello stesso libro, nuove letture, il tempo.

Probabilmente per un bambino è più semplice accettare la possibilità di un mondo funzionante e ben oliato appena oltre le pagine del libro che sta leggendo. E dunque è più semplice rompere quella distanza fatta di lettere in Times New Roman, Garamond, Book Antiqua – a seconda della casa editrice – in cui da adulti, sempre più spesso, rimaniamo ingarbugliati.

E un po’ forse dipende anche dalla natura dei libri che leggiamo. I libri per adulti sono meno spensierati? Non per forza, però è più raro percepire quella cosa che invece da bambini percepivamo con più naturalezza, una cosa che – neanche a farlo apposta – emerge più volte ne L’amica geniale, quando Lenù cerca suggestioni per i libri che vuole scrivere: il puro piacere di raccontare. E, dall’altra parte, il puro piacere di leggere.

Elena Ferrante: il piacere di raccontare

È qualcosa che agisce sia in produzione – lo scrittore – che in ricezione – il lettore. Il puro piacere di raccontare è qualcosa di raro, quando senti il peso di dovere qualcosa a chi ti legge – anche solo l’originalità. È qualcosa che crea mondi. Li crea perché per carità, quando una storia è raccontata così è senz’altro ragionata, ma è anche essenzialmente goduta. E spesso succede con le storie più schiette, soffiate fuori – un’altra volta magari parliamo della disarmante naturalezza con cui scrive Elena Ferrante, che inanella subordinate precise e leggere come se fossero volute di fumo –, che si depositano in noi e, per un po’, con noi rimangono.

Quando si ha la fortuna di imbattersi in letture così quando ormai si è adulti, la sensazione è quella di una riconnessione interna. È un’emozione potente, lo scoprirsi ancora capaci di immergersi in un altrove. Restituisce il senso della lettura. Non è un caso che la storia de L’amica geniale affondi le radici in Piccole donne e si srotoli lungo un percorso che è giocato sull’amore, sull’odio, sulle potenzialità e sulla violenza delle parole. Libri così, checché ne dica Lila, checché ne dica Lenù, ti inducono a posare un attimo la copertina sulle ginocchia, a riemergere giusto quei pochi secondi per prendere fiato e pensare, con quella punta di retorica di cui sopra: “Ma quanto è bello leggere”.

E forse l’antistaminico c’entra, ma fino a un certo punto.

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Guendalina Ferri

Guendalina Ferri

Pistoia, 24 anni. Perlopiù scrivo.

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