Babadook e le ombre di un anno di quarantena: amare è difficile

0

A distanza di un paio di anni ho visto nuovamente Babadook, il film della regista Jennifer Kent uscito nel 2014 e oggi disponibile su Amazon Prime. Lo conosco a memoria, ne ricordo le scene, le ombre e le espressioni. Ancora mi nascondo sotto le coperte, ancora ho bisogno di coprirmi le orecchie quando sento la sua voce. Alcuni film ci restano under the skin, tatuaggi che raccontano cosa, in questi casi, ci fa davvero paura.

Babadook

Una pagina del libro tratta dal film Babadook. Foto via internet

Mi sono soffermata a pensare a come sia cambiata la percezione nei confronti di questo film, nel corso del tempo. Madre infermiera e un figlio di 7 anni nato il giorno in cui il padre morì, questi i personaggi sui quali ruota l’intero film. La loro relazione è la base della storia. La loro relazione e quella con le ombre, sarebbe più esatto dire.

Babadook: l’origine delle ombre

Sin dal primo momento in cui ha fatto il suo ingresso nel mondo il bambino di queste famiglie è gravato dall’oppressivo passato dei suoi genitori. Il genitore sembra condannato a rappresentare nuovamente, rispettandone ogni dettaglio con terribile esattezza, la tragedia della sua infanzia con il proprio bambino.

Selma Fraiberg, psicanalista infantile degli anni ’80, era già in grado di fornirci una possibile e chiara chiave di lettura per questa relazione madre-figlio; il peso di lei si riversa sin da subito sulla struttura esile del bambino che cerca dunque di restare in piedi. Un lutto mai superato che si proietta su un figlio che ha una sola colpa: essere nato il giorno sbagliato. Il momento in cui questa madre tocca la nuova vita corrisponde in egual misura al tocco della morte.

Babadook

Ombra. Foto di Luca Maria Diano. In foto, Ylenia Del Giudice. Immagini tratte dalle storie Instagram di Ylenia Del Giudice

In questo modo è facile notare come il transfert freudiano accennato dalla Fraiberg si svincola dalla mente e arriva diretto sul bambino. Le ombre, eccole. Un dolore mai passato, un collegamento di cui abbiamo bisogno per nutrire le ombre che ci portiamo sulle spalle perché senza non siamo più in grado di vivere.

La costante paura di non essere abbastanzaCosa sono le ombre? Quali vi portate dietro?

Babadook: l’impotenza come arma di difesa

La signora Shapiro rassicurò Annie che avrebbe accettato i sentimenti di rabbia di Annie e non se ne sarebbe andata. Con il permesso ora di esprimere la rabbia, i sentimenti rabbiosi di Annie emersero nelle successive sedute, spesso nel transfert, e molto lentamente la rabbia verso gli oggetti del passato veniva rivissuta e messa nella prospettiva adeguata così che Annie poteva porsi in relazione con la sua famiglia di adesso in modo meno conflittuale.

I casi di cui ci rende partecipi la Fraiberg (S. Fraiberg, E. Adelson, V. Shapiro (1975), I fantasmi nella stanza dei bambini. Un approccio psicoanalitico ai problemi posti da relazioni disturbate madre bambino) sono equiparabili al caso di Sam che, così come Greg, si vede costretto a difendere la madre dallo stesso mostro che lei nutre. Il figlio paralutto, come lo identifica Racamier, diventa anche oggetto incestuale: nessun incesto nella relazione eppure l’aria che si respira è la stessa; qualcosa di sbagliato, di primitivo, dal quale abbiamo paura di scioglierci. Il piccolo Sam è l’errore, la prova vivente di un lutto.

Babadook

Essie Davis interpreta Amelia nel film Babadook

L’impotenza e l’incapacità nel difendere la madre nutrono Sam. Un circolo vizioso che non sembra in grado di sciogliersi e che si spinge sempre verso altri limiti.

In mezzo alla rabbia e alle lacrime, mentre raccontava del suo oppressivo passato, Annie si avvicinò a Greg, lo prese, lo abbracciò, e gli mormorò parole di conforto. Ora sappiamo che Annie non era più spaventata dei propri sentimenti distruttivi nei confronti del bambino.

Babadook: le ombre della quarantena

Che cosa unisce il mostro cinematografico ai nostri strascichi? L’incapacità immediata dell’elaborazione.

Non è certamente possibile elaborare qualcosa in tempi brevi, immediati. Soprattutto se l’esperienza diventa lunga e crea costanti incertezze. È passato quasi un anno dalla mia polmonite ed ogni volta che sento la gola che raschia ho paura. Questa è più o meno la sensazione quando qualcuno ci passa vicino e non indossa la mascherina.

L’ombra che mi porto dentro (e dietro, come un velo strisciante) è quella dell’autosabotaggio. È una creatura che difficilmente tace, è logorroica, urla. Mi urla di smetterla, di non fare, di non dire, di non essere. La sua lingua è lunga, affilata, e la sento attorno al collo. Mi pietrifica – Cosa sono le ombre? Quali vi portate dietro?

Guardavo un film, qualche sera fa. Attori e attrici in strada, al bar, senza mascherina. Mi sono chiesta: ma come fanno, ma non dovrebbero…?  Il pensiero non l’ho terminato, mi sono accorta prima che si trattava di un film, non di vita reale trasposta. Sembrava però impossibile che qualcuno potesse muoversi in quel modo senza preoccuparsi delle multe e dei posti di blocco.

Babadook

Frame tratto da Antichrist, di Lars Von Trier

Il tempo passa, lo stato ansioso cresce e con lui tutte le ombre junghiane. Diamo in pasto alle ombre le nostre paure, la nostra irrazionalità che si insinua nei momenti di maggior stress emotivo e fisico. Ne era l’esempio L’Avversaria, di Michela Srpic, letto oramai un anno fa.

Stati ansiosi e paure che lasciamo crescere dentro le nostre mura: che siano di casa o che siano quelle che alziamo intorno a noi, vengono alimentate in continuazione, fino a che non ci stanno più in quello spazio ed esplodono, con forza distruttiva.

Sono i contorni di spazi che prepotenti vogliono essere disegnati. Sensi di colpa, le mieCosa sono le ombre? Quali vi portate dietro?

A dirlo non sono io ma tutto quello che vediamo ogni giorno. Da chi perde la pazienza con maggior facilità a chi ha sviluppato crisi di panico che giacevano silenti; da chi aveva una sua routine ed ora si è perso a chi invece ha rallentato e non sa più stare al passo con la vita fuori; a chi si credeva capace di essere genitore e invece capisce solo ora che era il caso di non farli quei figli.

Babadook: ombre dentro

C’è chi le ombre le sente dentro e le porta dietro, come un peso attaccato alla caviglia.

Il petto schiacciato e quella sensazione di non farcela, di essere sul punto di impazzire. Una crisi di panico forse, una psicosi magari. L’ordine degli Psicologi del Veneto  parla di malattie da quarantena. Malattie che forse giacevano già nel profondo, in attesa di un varco.

Babadook

Una pagina del libro tratta dal film Babadook. Foto via internet

Ecco come, inconsapevolmente, abbiamo nutrito le nostre ombre. Non potevamo fare diversamente. Oggi, a quasi un anno di distanza, ci restano i conti da fare, le relazioni da recuperare perché invase dalle nostre ombre.

Quando sento dire che è colpa della quarantena se sono finiti amori famiglie amicizie e rapporti con noi stessi, io non ci credo. Non siamo stati in grado di reagire all’ombra e va bene così, siamo esseri umani fatti di acqua ed emozioni. 

Babadook: l’ombra cresce in casa

Così come nel film, le nostre ombre sono cresciute nelle nostre mura domestiche, nelle nostre celle. Si legge, su un articolo di La Repubblica del 16 ottobre 2020:

“Dall’indagine è emerso che al passare delle settimane di lockdown aumentavano anche i problemi e i sintomi psichici”, spiega Andrea Fiorillo, presidente della Società Italiana di Psichiatria Sociale, primo autore dello studio, “ad esempio la settimana peggiore per la salute mentale è risultata quella del 4 maggio, alla fine del lungo blocco delle attività, mentre nell’ultima settimana di marzo, circa a metà del lockdown, le problematiche non erano così accentuate”.

Abbiamo aperto la porta, siamo usciti, abbiamo con entusiasmo ripreso a vivere.

Babadook

Francisco Goya, Saturno divora un figlio, 1820-1823, olio su intonaco. Madrid, Museo del Prado

Direi tutto quello che è mio e che fa parte di me e che non voglio che altre persone sappiano che è in me, perché ci resterebbero male se ci entrassero in contatto. E che allo stesso tempo voglio proteggere da quelle stesse persone perché non capirebbero e finirebbero col ferire me, ferendo quella ombra (in questo caso identifico il non capire con il ferire). Quindi diciamo metto una distanza a doppio senso. E dalla quarantena direi il presentimento che le persone mi fregheranno sempre. E di non permettermi più di sbagliare – Cosa sono le ombre? Quali vi portate dietro?

Errato. Ci abbiamo creduto, questo si. Abbiamo voluto convincere noi stessi che le ombre non ci avrebbero perseguitato. Invece le sentiamo che picchiettano affamate sui dorsali, sul palmo della mano, si siedono sulle nostre gambe quando decidiamo di concederci il nostro tempo. Mi guardano dall’armadio, direbbe Joele, 7 anni.

Babadook: un goccio di Das Unheimliche per tutti

Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare

Così descriveva Freud il concetto di perturbante che tanto ci piace e che infiliamo letteralmente ovunque. Le ombre sono diventate per noi la famiglia che ci è stata accanto durante il lockdown e che ci ha accolti il 4 maggio 2020, quando siamo tornati a casa dopo aver ripreso, magari, il proprio posto a lavoro. Quell’ombra è diventata una figura materna, familiare ed estranea allo stesso tempo.

[…] L’ombra, in quest’ottica, è ciò che finisce investito da queste insicurezze/paure/ingombri e che tuttavia non può fare a meno di fare pare di noi – Cosa sono le ombre? Quali vi portate dietro?

In conclusione, dunque, c’è ben poco che possiamo fare. Continuare a non dare corpo a queste ombre oppure, come Amelia, tentare di scendere a patti con loro. Più ne vanifichiamo l’esistenza e più loro occupano uno spazio sempre maggiore, Samuel lo sa bene e prova ad avvisare Amelia. Babadook esiste, non puoi fermarlo.

Ma puoi fartelo amico, forse.

About author

Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

No comments

Potrebbero interessarti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi