Coronavirus: game over per l'industria della carne?

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Tra gli effetti diretti e indiretti del Coronavirus, è possibile rilevare un forte impatto sul settore della carne. Foto di Ant Rozestsky su Unsplash.

Il 2020 è stato inevitabilmente improntato al Coronavirus, ormai lo abbiamo messo in conto. Questo nemico microscopico ha cambiato per sempre le nostre vite e ha messo in luce alcune falle della nostra società che non possiamo più nascondere sotto il tappeto. Ne avevo già parlato analizzando il Southworking, e oggi voglio mettere a fuoco come il Covid stia cambiando l’industria della carne.

Il rapporto dell’uomo con la natura consiste ormai da secoli in uno sfruttamento senza scrupoli e senza limiti delle risorse della terra. Tale rapporto alienato e insano è visibile soprattutto nell’industria degli allevamenti intensivi: carne, latticini e uova che arrivano sulle nostre tavole lasciano dietro di sé una scia di dolore animale e di inquinamento ambientale che hanno conseguenze disastrose.

Un virus venuto da Marte. O forse no?

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Uno dei tanti wet market cinesi. Foto di Natalie Ng su Unsplash.

Un articolo recente sul tema esordiva dicendo che il Coronavirus sembra una malattia venuta da Marte. Purtroppo non riesco a credere che sia così. Pur non essendo ancora chiara l’origine del virus, sono i nostri stili di vita ad aver reso così capillare la sua diffusione e così devastanti i suoi effetti.

Il mercato di Wuhan in Cina, identificato come fulcro dei primi contagi, altro non è che un mercato di animali vivi, dove la carne di anatre, polli, tartarughe, conigli, cani, ecc., viene venduta in condizioni alquanto discutibili.

Il Coronavirus non è la prima malattia collegata al commercio di animali per la loro carne. Basta pensare al virus H1N1 dell’influenza suina, che nel 2009 fu responsabile di un’altra pandemia; al virus H5N1 dell’influenza aviaria, riscontrato per la prima volta nei polli nell’800 e colpevole di un’epidemia tra il 2003 e il 2005; l’encefalopatia spongiforme bovina (morbo della mucca pazza), diffusasi tra le mucche alimentate con farine di origine animale.

Questi esempi dovrebbero farci riflettere su come alleviamo, su cosa consumiamo e sulle conseguenze che le nostre scelte alimentari hanno nel lungo termine.

Macelli e allevamenti nell’occhio del ciclone

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E’ impensabile che nel 21esimo secolo si allevino ancora animali per la loro pelliccia. Alcuni cuccioli di visone in un allevamento in Svezia in una foto di Jo-Anne McArthur su Unsplash.

Durante la prima ondata di Coronavirus, molti macelli e allevamenti di animali di vario genere sono stati fortemente coinvolti dai contagi. Sono diventati celebri i casi di macelli tedeschi e statunitensi chiusi per focolai di Covid, così come la diffusione a tappeto di una variante del virus negli allevamenti di visoni in Danimarca.

Se nel primo caso è stata sufficiente una chiusura temporanea degli stabilimenti di lavorazione della carne e dei prodotti animali, nel secondo si è assistito a una vera e propria strage di massa di queste creature selvatiche.

Entrambi gli eventi servirebbero a farci mettere in discussione questo modello produttivo e di consumo. E’ risaputo che gli allevamenti di animali si ripercuotono negativamente sull’ambiente, inquinando e sfruttando le risorse naturali a livelli altissimi. Le situazioni generatesi a causa del Coronavirus non hanno fatto altro che sottolineare ancora di più quanto sia insostenibile, per uomini e animali, proseguire su questa strada.

E’ mai possibile che nel 21esimo secolo sussista ancora la domanda di pellicce di visone, con tutte le tecnologie a disposizione per crearne di sintetiche?
E’ mai possibile che si continui a investire nell’industria della carne, pur conoscendo gli effetti disastrosi che tale business ha sull’ambiente?
E’ mai possibile che il nostro benessere non possa fare a meno di causare dolore agli animali e al pianeta?

Meno carne, più verde: il Coronavirus cambia i piatti in tavola

La maggiore consapevolezza del nostro rapporto alienato con la natura e gli animali, resa possibile dal Coronavirus, ha mosso qualcosa nella mente dei consumatori. Il lockdown ha fatto sì che molta gente ripensasse il proprio modo di consumare, di mangiare e di vivere: si è fatto strada un rinnovato impegno a mangiare sano, verde, senza sprechi.

Lo dimostra l’aumento dei consumi di prodotti biologici, che secondo un’indagine Nielsen hanno avuto una crescita del 24,8%. A ottobre, Ansa ha riscontrato un aumento del 25% nel numero degli italiani che sceglie di evitare carne o alimenti di origine animale dalla propria dieta.

Pur non essendo ancora chiara l’origine del virus, sono i nostri stili di vita ad aver reso così capillare la sua diffusione e così devastanti i suoi effetti.

Come riportato dal Guardian, anche gli organizzatori del movimento Veganuary rilevano un successo in crescita per la loro iniziativa. Si prevede che la loro proposta di fermare il consumo di carne e alimenti di origine animale per il mese di gennaio, nel 2021 vedrà coinvolte centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo.

Infine, per il New York Times, la decisione di eliminare la carne dalla propria dieta è uno dei propositi più in voga per il 2021. Sembra proprio che il Coronavirus abbia dato una spinta a cambiare le carte, anzi, i piatti in tavola.

SOS carne: le associazioni degli agricoltori corrono ai ripari

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Hamburger, salsicce e bistecche vegetali sono stati protagonisti di un’accesa discussione al Parlamento UE. Una foto di Sheri Silver su Unsplash.

Nel mese di ottobre abbiamo potuto assistere allo scoppio di una vera e propria diatriba sul nome dei prodotti vegetali alternativi alla carne al Parlamento UE. Chiamarli burger, salsicce, bistecche, ecc. trarrebbe in inganno il consumatore, dicono le associazioni degli agricoltori. Il verdetto ha visto i green burgers uscirne indenni, ma tale scontro va letto in primo luogo come campanello d’allarme delle lobby della carne, probabilmente spaventate dai cambiamenti in corso.

A meno di un mese dalla decisione del Parlamento UE, spunta una campagna per il consumo di carne rossa firmata dalla Commissione Europea. La campagna, dal costo di 3.6 milioni di euro, invita bellamente a consumare carne europea, con tanto di proposta sulle verdurine da scegliere per contorno.

Ma perchè promuovere il consumo di carne quando sono ben noti gli effetti che tale consumo ha sulla salute e sull’ambiente? E perchè proprio ora?

Carne, addio: il futuro è veg

La risposta che ho cercato di darmi, leggendo i segni dei tempi, è che le cose stanno cambiando.

Il Coronavirus ha messo in moto le coscienze e le intelligenze di tante persone che non riescono più a rimanere indifferenti. Forse l’industria della carne sta davvero giungendo al capolinea, considerate le moltissime alternative vegetali e sostenibili che si affacciano sul mercato.

Le lobby di agricoltori e allevatori stanno cercando in ogni modo di correre ai ripari, in previsione dell’impatto che le decisioni di migliaia di consumatori consapevoli avranno sul loro giro d’affari.

Tantissime aziende produttrici di carne, latte e derivati stanno iniziando a ripensare il loro business, proponendo a loro volta prodotti plant-based, per recuperare punti con vegetariani e vegani.

 Il lockdown ha fatto sì che molta gente ripensasse il proprio modo di consumare, di mangiare e di vivere: sano, verde, senza sprechi.

L’esigenza di passare a un’alimentazione di tipo vegetale, o comunque con quantità sempre minori di carne, viene continuamente ribadita da scienziati e ambientalisti. Una dieta verde permetterebbe di ridurre notevolmente l’impatto ambientale, sia per consumi di acqua, che per impiego di terra e piante, che per livelli di CO2 immessi nell’atmosfera.

Le risorse del pianeta stanno finendo, e per poterle allocare al meglio dobbiamo invertire la rotta quanto prima, se vogliamo evitare il disastro climatico e la sofferenza di migliaia di persone. La nostra generazione ha in mano il futuro della terra, ma forse la soluzione è più facile di quanto sembri.

Se vi dicessero che possiamo salvare il pianeta un pasto alla volta, ci provereste anche voi?

 

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Cristina Iorno

Cristina Iorno

Cristina ama le lingue come se fossero persone. O forse le ama perché, proprio con le persone, la mettono in contatto. Per mantenere viva la sua storia d'amore con inglese, tedesco e spagnolo, Cristina si serve di libri, viaggi, film, serie tv e canzoni. Dopo aver vissuto in Germania, Polonia e Spagna, e aver girato in lungo e in largo, si sente più che mai una cittadina del mondo. Crede nell'amicizia, nel valore della semplicità e nel destino, tant'è che Serendipity è una delle sue parole preferite. Ambientalista in erba, Cristina colleziona cartoline di tutti i posti che è riuscita a visitare e spera di raccoglierne presto da tutti i continenti.

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