Comfort women: due corti animati sul trauma degli stupri

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Con il nome comfort women si indicano le schiave sessuali dell’esercito giapponese durante la seconda guerra mondiale. Molte di loro morirono in quegli anni, tra violenze e malattie, oppure suicidandosi. Altre riuscirono a essere rilasciate e tornare a casa dopo la guerra. È sulle testimonianze di queste sopravvissute che si basano due corti animati coreani: Herstory (Kim Jun Ki, 2011) e Never ending story (Nicole Tam, 2014).

Comfort women: una memoria controversa

Si calcola fossero circa 200mila ragazze tra i 13 e i 19 anni e provenivano principalmente dalla Corea. Queste ragazze venivano rapite (spesso con l’inganno) e portate in stazioni di conforto, bordelli militari costruiti a fianco degli accampamenti. Qui subivano ogni tipo di abuso per mano dei soldati giapponesi.

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Un fotogramma di Herstory (Kim Jun Ki, 2011)

La memoria delle comfort women è ancora oggi un controverso campo di battaglia. La cittadinanza giapponese più conservatrice, tra cui anche alcuni storici, continua a sostenere che le ragazze fossero prostitute volontarie e retribuite. Il governo giapponese aveva infatti diffuso questa contro-narrazione dal periodo post-bellico, rafforzata anche dalla pornografia degli anni ’70. Quindi l’oblio imposto non serviva a cancellare la memoria dei bordelli militari, di cui non si negava l’esistenza, bensì a nascondere gli abusi che vi erano commessi.

Si tratta di un oblio imposto per via testuale, attraverso la costruzione di una narrazione alternativa. Infatti non basta cancellare alcune tracce per manipolare la memoria, ma bisogna farne emergere altre, controllate. In questo caso la priorità era nascondere l’avvenimento di abusi e traumi. La riscrittura del passato è servita a costruire un diverso fatto storico, che sarebbe avvenuto in un ambiente consensuale e che non includeva esperienze traumatiche.

Per decenni le vittime non denunciarono gli abusi. Secondo Mary Lynn Bracht, autrice di Figlie del mare, un romanzo sulle comfort women, prima in Corea del sud

«[…] parlare di tutto ciò era considerato anti-patriottico e chi lo faceva veniva accusato di tradimento. Allo stesso modo, nel nord, il corpo delle donne era considerato come il corpo della patria. In entrambi i casi dominava la reticenza e il silenzio obbligato e perciò anche chi ricordava ha finito per tacere: era l’unico modo per continuare a vivere, o almeno a sopravvivere. Questa memoria si era però sedimentata in profondità ed è riemersa pubblicamente appena è stato possibile. A Seul, dopo il ritorno alla democrazia, il movimento delle donne è cresciuto e sono iniziate le manifestazioni».

(Caldiron, 2018)

Solo quarant’anni dopo la guerra, nel 1991, pochi anni dopo il ritorno della democrazia, Kim Hak-Sun (1924-1997) fu la prima vittima a denunciare gli stupri dell’esercito giapponese. Dopo di lei altre donne si fecero avanti.

Seguirono due anni di proteste settimanali, note come Wednesday demonstration, che avevano luogo nel cortile dell’ambasciata giapponese a Seul, attorno alla “statua della pace” o “statua della comfort woman”, opera in bronzo della coppia di scultori coreani Kim Seo-kyung e Kim Eun-sung. La statua ritrae a dimensioni naturali una giovane ragazza seduta proprio di fronte all’ambasciata. A terra è scolpita un’ombra distorta, in cui riconosciamo il profilo di una donna anziana e ingobbita. Accanto un’altra sedia in bronzo, vuota.

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Una manifestazione attorno alla statua della pace in una scena di Never ending story (Nicole Tam, 2014).

Solo il 4 agosto 1993, con la dichiarazione di Kono, il governo giapponese ammise l’effettiva esistenza di abusi durante la guerra, anche se modulando bene i toni: “in molti casi sono state assunte contro la propria volontà, tramite la persuasione e la coercizione, ecc.”. La dichiarazione ha comunque suscitato le critiche di alcuni conservatori, compreso l’ex primo ministro del Giappone Shinzō Abe. Si tratta di una posizione politica, di immagine e anche di interesse economico.

È stata infatti tortuosa la strada che, a fine 2015, ha portato il Giappone a versare un risarcimento di un miliardo di yen (circa 8 milioni di euro) in un fondo per sostenere le allora 46 vittime sopravvissute. In cambio la Corea si impegnava a rimuovere la statua della pace e a considerare del tutto estinto il “debito” del Giappone.

In molti accusarono la leader coreana Park Geun-hye (poi finita in carcere per corruzione) e l’ex primo ministro Abe di aver risolto la questione semplicemente per ragioni di stato. Infatti le 46 vittime non erano state consultate, al Giappone non era stata imputata nessuna responsabilità legale e la compensazione economica non sarebbe andata direttamente alle donne violentate.

Così, a un anno di distanza dall’accordo del 2015 che doveva chiudere la questione, gli attivisti coreani hanno posizionato la statua della comfort woman di fronte al consolato giapponese a Busan. È stato come gettare sale sulla ferita ancora aperta che separa i due stati: il Giappone ha ritirato console e ambasciatore e posticipato importanti incontri in materia economica.

Nello stesso periodo di conflitto politico ed economico, le testimonianze delle vittime con le loro memorie personali hanno dato vita a prodotti mediali come i corti animati Herstory e Never ending story.

Comfort women: ripartiamo dalle testimonianze

Il primo corto, Herstory, è composto da un’animazione cui si sovrappone l’audio della vera intervista alla sopravvissuta Chung Seo-woon, rilasciata nel 1995, quando la donna aveva 75 anni. Invece Never ending story è basato sulla testimonianza della sopravvissuta Myeung-Ja. Il primo appare subito più reale perché propone un visivo che accompagna la vera testimonianza. Il secondo un’animazione meno letterale, ricca di metafore visive, ma non per questo meno connesso con la storia della sopravvissuta. Infatti, anche se in Never ending story non sentiamo la vera voce di Myeung-Ja, la protagonista la incarna e si racconta in prima persona.

Una metafora visiva da Never ending story (2014): la routine di abusi viene rappresentata sottoforma di alghe nere a forma di braccia che trattengono la vittima mentre annega

Una metafora visiva da Never ending story (Nicole Tam, 2014): la routine di abusi viene rappresentata sottoforma di alghe nere a forma di braccia che trattengono la vittima mentre annega

Nonostante le differenze tra le due storie, si può rintracciare una sequenza narrativa simile. Il rapimento, il trasporto e l’incontro con le altre vittime, l’arrivo nelle stazioni di conforto e la quotidiana routine di stupri, il tentato suicidio, il ritorno a casa tra vergogna e paura, la rottura del silenzio con la testimonianza e, infine, la richiesta di scuse formali dal Giappone e il riconoscimento della verità.

Comfort women: una memoria prostetica

Se da un lato l’obiettivo dei corti è certamente informare dei fatti e far valere la voce delle sopravvissute, dall’altro lato coinvolgono emotivamente gli spettatori molto più di qualsiasi documentario. Si tratta di un valore che investe la sfera del sentire. Lo spettatore non ne esce solo più informato. È trasformato soprattutto sul piano emotivo. Viene immerso in un mondo dell’orrore e ne esce scosso.

Questo effetto è possibile grazie a una serie di tecniche del linguaggio cinematografico, come gli effetti sonori, la musica, la scelta dei colori. Ma il mezzo più forte in questo senso è la soggettiva, che posiziona lo sguardo dello spettatore in coincidenza con quello della protagonista. La soggettiva è scelta spesso sia in Herstory sia in Never ending story. In entrambi i corti viene simulato lo sbattere delle palpebre, a indicare una perfetta coincidenza della camera con gli occhi di Chung Seo-woon e di Myeung-Ja. Lo spettatore si ritrova a guardare il carnefice esattamente dal punto di vista con cui lo ha guardato la vittima, attraverso il suo sguardo.

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Una soggettiva da Herstory (Kim Jun Ki, 2011)

La soggettiva funziona come un dispositivo di senso che ci costringe a identificarci con la vittima. Chi guarda l’audiovisivo ri-vive l’esperienza. Nelle scene di stupro e nelle altre soggettive non siamo più i testimoni ma le vittime. Attraverso il processo di identificazione sensoriale e corporea con le vittime, gli spettatori dovrebbero esperire qualcosa di simile agli effetti sensoriali e percettivi provati dalle protagoniste del trauma originario, raggiungendo un coinvolgimento propriocettivo che li porta ad assimilare il corpo delle ragazze rappresentato.

A questo proposito ci torna utile la nozione di memoria prostetica, un termine coniato per descrivere la memoria di eventi che non sono stati direttamente vissuti ma esperiti attraverso la mediazione di un mezzo di comunicazione di massa. In questo modo si può avere la memoria traumatica dello stupro senza avere vissuto l’esperienza dell’evento ma soltanto una sua rappresentazione mediatica.

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Una soggettiva da Never ending story (Nicole Tam, 2014)

Comfort women: rappresentare un trauma e preservarne la memoria

Nell’ambito dei Trauma Studies, a partire dagli anni Novanta, è emerso il concetto di “crisi della rappresentazione”, ovvero l’impossibilità di rappresentare il trauma, di dire e mostrare l’orrore. Il trauma sarebbe destinato a ripetersi senza fine e ritornare sulla scena identico a se stesso, “si ri-presenta piuttosto che rappresentarsi” (Violi, 2014, p. 41). Le vittime stesse non potrebbero rappresentare la loro esperienza ma solo ri-attualizzarla. Evidentemente il racconto delle sopravvissute e i seguenti rielaborati smentiscono la teoria della crisi della rappresentazione. Possiamo allora interrogarci non sulla possibilità di raccontare il trauma, bensì su come si realizzi la sua costruzione discorsiva.

Secondo Judith Herman, esperta di traumi, “mettere la storia in parole”, come hanno fatto le vittime con le loro testimonianze, è lo scopo finale di una terapia del trauma, che può essere intesa come una trasformazione e integrazione della memoria traumatica in memoria narrativa (Violi, 2014, p. 46).

Dominick LaCapra, nel suo lavoro nei Trauma Studies, riprende i concetti di origine psicoanalitica dell’acting out e del working-through. L’acting out è ripetizione compulsiva e letterale del passato, tendenza a rivivere il trauma senza poterne prendere le distanze, in un’atemporalità fissa. A questo si contrappone il lavoro dell’elaborazione, working-through, un processo che rende possibile, insieme alla narrativizzazione e messa in discorso del trauma, anche un suo, seppur difficile, superamento. In questo processo la persona traumatizzata cerca di ottenere una “giusta distanza” dal trauma e impara a distinguere passato, presente e futuro (Violi, 2014, pp. 47-51).

L’acting out del trauma da parte delle vittime può essere una fase necessaria che non per questo si oppone in maniera assoluta a un processo successivo di elaborazione. In questa prospettiva il working-through è un processo di riarticolazione e riequilibrio di forze che possiamo individuare nella rottura del silenzio delle vittime, quindi nella messa in parola.

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Un fotogramma di Herstory (Kim Jun Ki, 2011)

È importante notare che questa messa in parola non riguarda soltanto il soggetto traumatizzato e il suo processo psicologico. Il testimone non è mai solo. L’atto del testimoniare, qualunque forma assuma, implica sempre uno spazio dialogico. Nel momento in cui il discorso viene ascoltato e accolto da qualcun altro, esso viene interpretato ed entra a far parte di un processo di costruzione intersoggettiva di senso. Ecco che la narrazione degli audiovisivi diventa anche nostra quando la accogliamo come vera e contribuiamo a costruire socialmente una nuova memoria dei fatti.

Il più grande cambiamento di questa nuova narrazione è il riconoscimento sociale degli abusi commessi e del trauma delle comfort women. Il trauma è un’attribuzione mediata socialmente, non è intrinseco negli eventi ma frutto di un apprezzamento collettivo. Nel momento in cui la memoria della collettività elimina il precedente scarto con la memoria individuale delle vittime, ovvero quando la memoria pubblica e quella del singolo convergono, si raggiunge una stabilità. Le memorie individuali vengono incluse in una forma culturalmente condivisa di attribuzione di senso e le vittime potranno iscrivere la propria esperienza in un quadro comune di interpretazione.

La Statua della pace e gli audiovisivi analizzati giocano un ruolo centrale nella costruzione del trauma delle comfort women e lo preservano fissando il suo valore. In particolare i corti animati consentono una migrazione del trauma in contesti diversi da quelli in cui l’evento ha avuto luogo, dando luogo a forme di consumo internazionale del trauma, che può essere ripetuto a distanza sia nel tempo che nello spazio.

La realizzazione dei corti, quindi, non ha semplicemente l’obiettivo di far ricordare. Il ricordo serve a sua volta a uscire da un conflitto irrisolto, ad attribuire responsabilità e colpe e a costruire una nuova memoria collettiva delle comfort women a livello internazionale.

Una scena di una manifestazione in Never ending story (2014)

Una scena di una manifestazione in Never ending story (Nicole Tam, 2014)

Bibliografia consultabile qui.

About author

Milena Vesco

Milena Vesco

Nata ad Alcamo, in Sicilia. Ha preso molto sul serio il fatto che "in principio era il Verbo" e si è laureata in Comunicazione a Bologna. Adesso studia Semiotica, lavora e fa tante altre cose. Ad esempio sfila un paio di collant al giorno, mangia mayonese e si impegna per diventare ogni giorno se stessa.

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