Martina Ferrari, se son sogni fioriranno anche in pandemia

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È l’ora in cui le cose perdono la consistenza d’ombra che le ha accompagnate nella notte e riacquistano poco a poco i colori, ma intanto attraversano come un limbo incerto, appena sfiorate e quasi alonate dalla luce: l’ora in cui meno si è sicuri dell’esistenza del mondo. – Il cavaliere inesistente, Italo Calvino (n.d.R)

Immagini nebulose, figure sconosciute ed un senso di vuoto incombono spesso senza alcun controllo e inchiodano in un’altra dimensione, spazzate via solo da un battito di ciglia e da quell’esclamazione trita: “Ah, era solo un sogno!”. Ma cos’è un sogno, se non la trasposizione per immagini di dubbi, desideri e vicissitudini sepolti? Lo sa bene l’analista e immaginatrice Martina Ferrari, 31 anni di Roma, laureata in Scienze e Tecniche psicologiche e Psicologia dell’infanzia, dell’adolescenza e della famiglia a La Sapienza, che proprio da un sogno ha ideato la sua creatura onirica/virtuale: Instasogno.

Martina Ferrari

Collage dei sogni per Instasogno. Foto di La Repubblica

Nata durante il lockdown, questa pagina Instagram, con illustrazioni della grafica Momusso, delinea un cosmo di emozioni, fragilità e sensazioni in cui Martina chiede agli utenti di inviare i loro sogni per trasporli in personalità generiche, che riflettono quegli aspetti intimi sepolti nell’animo umano. Una pagina che vuole abbattere anche lo stigma della salute mentale, argomento che Martina ha molto a cuore, persona sensibile, creativa, paziente, testarda, malinconica e ansiosa (avete capito bene, anche un’analista può esserlo e senza alcuna vergogna) che fin da piccola ama circondarsi di persone sagge ed immergersi in sogni ad occhi aperti per fuggire dalla realtà. Il sogno, dunque, diventa un aspetto reiterato nella sua vita, tanto da essere oggetto di una ricerca empirica, insieme al professore Vittorio Lingiardi sullo studio accurato dei sogni in lockdown e l’impatto del Covid sull’inconscio.
Inseparabile dalla sua triade: tabacco, rossetto e smarthphone e fedele amante di Montale, sogni alla mano e al cuore ci ha portato a spasso nel suo mondo.

Martina Ferrari: chi è?

Parlaci delle le tue passioni.
«Scrivere è la mia passione primaria. Poi mi piace amare, dormire e stare con gli animali, prendermi cura di loro. Mi piacciono gli umani, gli interni mi incuriosiscono. La mia più grande passione è immaginare».

Perché hai scelto il mestiere dell’analista?
«Perché non potevo farne un altro. So che è una risposta strana, ma non so spiegarlo in altro modo. É qualcosa che hai dentro, che non si studia e non si impara se non ce l’hai. É un demone, per citare Hillman. Io ho bisogno di praticare la clinica altrimenti non sono io. Non credo che sia altruismo, è qualcosa di più complesso, quasi più vicino all’egoismo: ogni analista cerca e trova nel lavoro quello che non ha avuto nella propria infanzia. Cerca di essere il genitore che avrebbe voluto essere, il figlio che non è stato, l’amore che non ha ricevuto, il limite e il confine che gli è stato tolto, cerca la cura curando l’altro, il simile che è sé stesso. Il training serve ad amministrare tutto questo, la clinica serve a viverlo. Tutti i giorni, proprio tutti».

Martina Ferrari

«Scrivere è la mia passione primaria. Poi mi piace amare, dormire e stare con gli animali, prendermi cura di loro. Mi piacciono gli umani, gli interni mi incuriosiscono. La mia più grande passione è immaginare». Foto di Martina Ferrari

 

Martina Ferrari: lavoro poetico

Pro e contro di questo lavoro?
«Posso dirti che è intenso e come tutte le cose intense illumina, emoziona, distrugge, sfianca, ti fa perdere pezzi, te ne fa trovare milioni di altri, è un’avventura nel bosco proprio e altrui che non ha mai un arrivo, ma è scandito dalla scoperta di piccoli tesori. Qualche volta sogno il mio antico dolore, che si mescola agli antichi dolori dei miei pazienti. Vivo l’esistenza nella sua pienezza. Mi sento una persona molto fortunata. Tutte le persone che incontro mi insegnano qualcosa di importante, imparo molto dai miei pazienti, sarò grata ad ognuno di loro per tutta la vita».

Le qualità che deve possedere un’analista?
«Deve essere curioso e saper soffrire, ovvero stare e sostare nella propria sofferenza. Ma è importante che abbia passione, che ci sia sempre Eros; quindi, che trovi un modo del tutto personale per far dialogare Eros e Thanathos. Che abbia coraggio, quello latino, cor habeo, avere cuore».

Ci sono delle domande frequenti che ti rivolgono?
«“Come faccio a smettere di soffrire?” e “Che devo fare?”».

La cosa più bella che ti ha detto un paziente?
«Ogni giorno me ne dicono moltissime. L’ultima cosa più bella che mi è stata detta è stata: oggi sono andato al mare».

Cosa risponderesti a chi pensa che un’analista debba essere un esempio e quindi esente da sofferenza psichica?
«Se è un collega che deve cambiare mestiere, se non è un collega che lo aspetto in studio, ma so già che non verrà».

 

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Martina Ferrari: Instasogno

Parlaci del progetto Instasogno. «Instasogno nasce da un sogno. Il lockdown era appena cominciato, ci trovavamo nella fase acuta del trauma pandemico. Nella fase acuta dei traumi ogni essere umano fa quel che può per sopravvivere psichicamente. Io ho sognato e creato Instasogno, l’ho sognato come una pagina Instagram in cui c’erano dei terapeuti a cui venivano inviati sogni, che li interpretavano istantaneamente. Il mio mestiere mi insegna che questo non è possibile, ma mi insegna anche che prendere contatto con i propri sogni, quindi con i propri desideri e le proprie paure è profondamente benefico per gli umani. Ancor di più se a questo si accompagna l’azione di scrivere i sogni a mano e di mandarli a qualcuno che, anche se non li interpreta, li riceve, li legge. Volevo unire e separare inconsci, pensare pensieri nuovi e aiutare gli altri a farlo in un momento traumatico».

Qual è l’obiettivo di Instasogno? «Aiutare le persone ad andare dentro, in fondo, nelle proprie cantine. Provo a creare delle mappe generiche degli interni degli umani, generare curiosità e distribuire torce per andare a vedere ciò che è sepolto. Questo è molto difficile da realizzare su un social che funziona per immagini, perciò l’obiettivo di Instasogno è evocare. Abbattere lo stigma sulla salute mentale. Comprendere che non siamo tutti pazzi, ma siamo tutti pozzi. Che la psicoterapia, se ben fatta e condotta da professionisti competenti e formati può fare luce, o meglio, può fare la differenza nel buio, può mostrare l’opposto, il simile ed aiutarci ad integrare le nostre differenze; può renderci noi stessi, perché la psicoterapia è coraggio. Coraggio del terapeuta, coraggio del paziente. Ci si scambia coraggio per esistere nella complessità della vita e del mondo».

martina ferrari

Entrare in relazione è un atto di coraggio perché in un costante donare e ricevere si crea una coperta di amore destinata a durare per l’eternità. Ma vaglielo a dire al cuore quando perdi qualcuno di non preoccuparsi perché tutto è eterno. In foto, Martina Ferrari e Nube.

 

Quanti messaggi hai ricevuto?
«Ne ricevo in media cinquanta al giorno».

Il sogno che ti ha colpito di più?
«Raccolgo i sogni da anni, a cominciare dai miei, ne ho più di mille. Uno che mi è rimasto impresso è di una ragazza che corre a cavallo di un coniglio gigante all’interno di una città labirinto durante un uragano e cerca i genitori. Indossa una maglietta con la copertina del libro di Teresa Ciabatti “La più amata”».

Quali sono i temi che si ripetono maggiormente?
«In questo ultimo anno di trauma pandemico scenari apocalittici, viaggi in treno, spostamenti, paesaggi, tanto mare, uragani, tempeste, tsunami, invasioni della propria abitazione, malattie dermatologiche misteriose, case antiche e labirintiche». 

martina ferrari

Ogni lotta inizia provando nei contorni del nostro corpo il coraggioso desiderio di smettere di soffrire.⁣ È intenso, è come una bomba. Oggi spero che possiate osservare le nuvole sdraiati su un prato. In foto, Martina Ferrari

Se ti dico Momusso, cosa mi rispondi?
«Innamoramento emotivo mediato dall’estetica dei nostri reciproci linguaggi. Una persona poliedrica, molto complessa, estremamente sensibile, posseduta da un demone. Il demone dell’emotività resa tratto per mezzo delle parole nei suoi pensieri. Pensieri di malinconie inessenziali, per citare Calvino».

Cosa rappresenta per te la dimensione del sogno?
«Ricongiungimento alle radici, radicamento libero. Un albero mobile, flessibile e plastico, che puoi portare dove vuoi. Tutti gli antenati dentro di te e i loro labirinti. Il seme che ti ha generato, l’amore strano da cui sei nato. La paura di esistere, il desiderio di farlo con tutto il cuore del mondo. Il dolore felice di essere sé stessi con gratitudine per il fenomeno del nascere e del morire. Con i sogni elaboriamo questo, lo raccontiamo a noi stessi e diamo forma al tutto».

Martina Ferrari: sogni e vita quotidiana

I sogni possono aiutarci nella vita quotidiana? «I sogni rappresentano una parte importantissima della nostra esistenza, sono narrazioni non casuali. Tuttavia è il dialogo, mediato dalle immagini, che poi intratteniamo con i nostri sogni a rappresentare un ponte tra noi e noi stessi, un dialogo di avvicinamento, di comprensione, di pensieri nuovi, di avventurose scoperte. I sogni spingono l’umano alla domanda su di sé e sul mondo attraverso le immagini che vengono in visita di notte. Ogni personaggio del sogno parla di noi, ne deriva che lavorare con impegno e passione con i sogni ci aiuta a complessificare e ad ampliare le nostre mappe interne. I sogni sono guide, ci prospettano strade e percorsi. Io mi chiedo sempre “perché una persona sogna questo, in questo momento?”».

Come sta andando la ricerca empirica su lo studio dei sogni in lockdown fatta con il professore Vittorio Lingiardi?
«Abbiamo ricevuto tantissime risposte, tantissimi sogni. Stiamo lavorando sui trascritti dei sogni. Ci siamo concentrati molto sulle emozioni dominanti nei sogni, sulla presenza di riferimenti diretti al Covid e abbiamo riscontrato una grande presenza di paesaggi apocalittici, di elementi di contagio e contaminazione. A breve sarà pronto un articolo scientifico che diffonderemo.

Secondo te la pandemia ha reso le persone più altruiste o egoiste e diffidenti?
«Non ho gli elementi per poter rispondere compiutamente a questa domanda. Ogni soggetto ha reagito al trauma pandemico come ha potuto in base alla sofferenza che ha strutturato il suo essere nel mondo ben prima della pandemia. I traumi di qualsiasi genere sfidano i nostri meccanismi di difesa e, spesso, i risultati si rivelano sorprendenti. C’è diffidenza perché si teme il contagio e si teme di contagiare, si teme la distruttività incontrollabile, si teme l’imprevedibile. Quando l’umanità intera soffre per qualcosa di imprevedibile si generano miracoli terreni».

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Un’indagine di OpenPolis ha messo in evidenza con il Covid-19 sta mandando in crisi i servizi dedicati alla salute. Solo il 75% dei servizi è riuscito a mantenere il contatto con i pazienti. Tu come hai mantenuto il contatto con i tuoi?
«In modo del tutto naturale e spontaneo. Quando è stato impossibile recarsi di persona in seduta è stata privilegiata la modalità online. Mi trovo bene a lavorare online, anche se preferisco lavorare di persona con tutte le precauzioni necessarie. Nessun paziente ha rinunciato al proprio spazio terapeutico durante la pandemia ed il mio studio è sempre stato aperto. Io non lavoro in un servizio pubblico, certamente immagino che possa essere stato molto complesso mantenere il contatto con i pazienti, che sono molti, mentre il personale è poco. Problemi che, tuttavia, c’erano già e che la pandemia ha reso manifesti».

martina ferrari

Scava nella tua miniera interiore e prenditi cura della tua luce, di Martina Ferrari, Instasogno. Illustrazione di Momusso, Foto da Instagram

In che modo consiglieresti alle persone di prendersi cura di sé?
«In questo periodo consiglio di prendere aria, di passeggiare il più possibile, di non escludere la possibilità di beneficiare di contatti reali seppur a distanza di sicurezza, di non abusare della dimensione digitale. Di parlare con altre persone di quello che si prova, di scriverne e di non fare finta che niente sia accaduto. In generale consiglio di tenere viva la passione: dedicatevi a quello che vi emoziona nonostante la paura».

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Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco le mie dita, le mie idee, le mie emozioni, un desiderio irrefrenabile di dire la verità, irriverenza, ironia. Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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