La pandemia e la fine dell'entusiasmo

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L’uomo volgare scambia per follia il disagio di un’anima che non respira in questo mondo abbastanza aria, abbastanza entusiasmo, abbastanza speranza.

Germaine de Staël, scrittrice francese della fine del 1700. Prima di lasciarvi alla lettura di queste riflessioni, sono qui a chiedervi: lo avete più incontrato il vostro entusiasmo? – n.d.R.

Entusiasmo: quant’era bello

Fino ad un anno e mezzo fa, se mi domandavano che facoltà frequentassi all’università, senza che potessi controllarlo, le mie labbra si aprivano in un sorriso sincero e gli occhi luccicavano. Molto spesso il mio interlocutore notava questo entusiasmo e mi chiedeva lumi, e io non potevo che spiegargli quanto mi piaceva quello che studiavo, quante persone avevo incontrato, quante nuove esperienze avevo vissuto.

Dopo un anno di lezioni online, quell’entusiasmo è finito sotterrato da cumuli e cumuli di terreno. Non ho conosciuto nuove persone, non ho mai visto o interagito in presenza con i docenti, nemmeno con il mio relatore – e a questo punto, è già tanto se lo vedrò il giorno della laurea. L’università è diventata puro e semplice studio, le interazioni sono tutte in digitale – tramite mail con i docenti, tramite cellulare con i colleghi -, le conferenze come le lezioni attraverso uno schermo, impersonali, inadeguate.

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Edgar Invoker, Clearance, 2020, acrylic\monotype\brush\masking film\airbrush\, 55*75 cm.

Attenzione, non sto dicendo che le scelte che sono state fatte siano sbagliate per forza, io per prima sono consapevole che sono state prese delle decisioni per il bene di tutti e ancora oggi seguo ligia tutte le indicazioni, anche se metà dei miei conoscenti fanno quello che vogliono “perché ormai sono stanchi e arrabbiati”. Ma fare delle scelte implica sempre delle conseguenze, con cui poi bisogna fare i conti: dov’è finito l’entusiasmo?

Quel filo rosso che mi spronava ad alzarmi alle 5.30 per la lezione delle 8 nonostante il sonno e le maledizioni e il freddo e Trenitalia; quel sentimento che mi faceva stare bene anche quando dovevo preparare tre esami in contemporanea e impazzivo dietro i concetti di chimica organica che non capivo. Dov’è? Posso recuperarlo? Oppure la mia esperienza universitaria finirà così, un po’ nell’indifferenza?

Entusiasmo: follia…

È come il freddo. Si insinua in un modo lento, con un brivido alla schiena, un brivido perenne, come quando dimentichi la porta socchiusa e il vento utilizza quello spiraglio per aggrapparsi alla schiena e dalla schiena propagarsi in tutto il corpo. Quel brivido di freddo che sembra penetrato fino alle ossa, che se cerchi di scacciare indossando un maglione in più o alzando la temperatura diventa solo un sollievo temporaneo, perché poi eccolo, è di nuovo lì quella sensazione di freddo che ti accompagna per tutta il giorno e che vola via solo alla sera, quando decidi di concederti un lungo bagno caldo. Allora in quel momento il freddo è sconfitto, è impossibile che riesca a sopravvivere in una condizione del genere.

Così è la stanchezza. Si insinua piano, spostando un piccolo oggetto di arredamento, magari fa rotolare via propria la fiducia, l’entusiasmo, la passione oppure il filo rosso che crea il senso. Lo sposta e si sostituisce, pianta la sua tenda, srotola il sacco a pelo, prepara il barbecue per cucinare i pasti e tira fuori una sedia da campeggio, indossa gli occhiali da sole e si siede a leggere il giornale. Ha trovato una nuova casa e non ha intenzione di andarsene molto presto. Una grande stanchezza.

Entusiasmo: … o disagio?

Un giorno, contro ogni previsione, esce il sole. È un sole splendente, luminoso, non è minacciato dalle nuvole, lui regna in alto sovrano e perfino il cielo sembra danzare con lui, nella sua incredibile limpidezza e nelle sue sfumature degne di una tavola di colori di un pittore. Il fiume adesso luccica nei suoi riflessi, il muschio verde, ancora bagnato dalla brina che è caduta nella notte, assume una sfumatura diversa, la foglia, l’unica rimasta appesa ad un albero che è rimasto spoglio, sembra un esempio di resilienza e non di solitudine.

Cammini con il naso rivolto al cielo e poco importa se aumenti le possibilità di inciampare o di sbattere contro qualcosa. C’è qualcosa nelle sfumature del cielo – a destra è un celeste chiaro, sfumato, che va a scurirsi leggermente mentre alzi lo sguardo in alto per poi raggiungere il suo apice di intensità a sinistra – che ti attrae. E poi capisci. È la promessa di giorni migliori.

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Frame di Loop, cortometraggio di Stuart Langfield. Foto di Stuart Langfield by Instagram

Dura pochi secondi. È un sentimento passeggero ma che ti investe. Poi la grande stanchezza ha sentito scricchiolare il terreno sotto i suoi piedi e si adopera per riprendere il suo potere. Ma intanto l’hai vista quella sensazione, l’hai provata, sai che esiste, sai che dietro le nuvole più grigie e tempestose e arrabbiate si nasconde sempre senza nessuna eccezione senza nessuna esclusione un cielo limpido. La promessa di giorni migliori. Anche se quel giorno non è ancora arrivato, sai che c’è.

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Valentina Zanin

Valentina Zanin

Classe '93, amo i libri e ancora di più le biblioteche, suonare (o provarci) la chitarra; perennemente in viaggio, appassionata di filosofia, telefilm dipendente.

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