Quel che di me la lingua di mio padre ha cambiato

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Il plurilinguismo deve essere integrato nelle scuole: sarebbe un primo passo per orientare l’ora di lingue alla diversità esistente nella società di migrazione tedesca. Foto su Unsplash.

Marcel veniva preso in giro nel cortile della scuola perché sapeva l’arabo.
Ma perché le lingue delle persone migranti vengono ancora percepite come inferiori?

Di Marcel Aburakia per Jetzt.de

Un cortile a Münchner Westen. Qui bambinƐ si scambiano figurine sotto l’occhio vigile dellƐ insegnanti in piedi ai margini del cortile e al centro io in piedi circondato da un’orda di ragazzinƐ. Nuovo arrivato in sesta classe (di circa 12 anni, NdT), il mio primo incontro con lƐ miƐ compagnƐ di scuola si tramuta in una profilazione del mio DNA. In qualche modo si era sparsa la voce che il mio papà fosse “arabo” e la curiosità si sprecava. «Ma quindi cosa mangiate a casa?», «Ma da voi c’è solo il deserto?», «Il tuo papà va al lavoro su un cammello?». A ognuna di queste domande seguono risate fragorose.

Ma il baccano si interrompe quando mi intimano: «Dì qualcosa nella tua lingua!» Silenzio. Trepidante attesa. «Into Kahra!» SBAM! Il branco si piega dalle risate. LƐ ragazzinƐ starnazzano «Intoooo Garaaaaaaa!» per minuti interi, suoni per loro impronunciabili. Senza sapere quel che davvero stanno cercando di ripetermi: «Fate schifo!»

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Essere figlio di una coppia mista spesso significa parlare due lingue diverse, una per ogni genitore. Scena dal film Almanya. La mia famiglia va in Germania.

Sono cresciuto bilingue. Con mamma si parla unicamente tedesco, con baba solo palestinese. Il mio arabo di allora bastava per le brevi telefonate con lƐ parenti. Con le consuete domande di rito sulla famiglia, su come stessi e sul tempo ero piuttosto sciolto; ma se poi mia zia provava a intrattenere con me una reale conversazione, subito andavo a nascondermi con la coda fra le gambe nella stanza dellƐ bambinƐ. Questa cosa era un problema soprattutto per il mio baba. Ma anche lui capì presto che tolto il tempo per il mantenimento della famiglia, ne restava poco per l’insegnamento a casa.

Mi riusciva difficile essere orgoglioso delle mie origini. Essere arabo e parlare arabo, significava essere diverso.

Dal momento che nelle scuole pubbliche tedesche non c’era un’offerta adeguata, nel fine settimana i miei genitori mi mandavano a lezione di arabo. Ogni sabato alle 11. Sgobbare per parenti lontanƐ, in un Paese che allora avevo visitato solo qualche volta e che conoscevo solo dai racconti. Ciò nonostante dovevo scontare i miei sabati così, mentre lƐ miƐ amichƐ potevano godersi il fine settimana. Avrei preferito perfino mettere in ordine la mia stanza o accompagnare i miei genitori a fare la spesa, piuttosto che ripassare di nuovo l’alfabeto arabo. Lo scherno e le risate dellƐ miƐ compagnƐ di scuola mi avevano portato a non voler parlare assolutamente arabo in loro presenza. Mi riusciva difficile essere orgoglioso delle mie origini. Essere arabo e parlare arabo, significava essere diverso.

Anche la giornalista Vanessa Vu sa cosa vuol dire crescere in un ambiente in cui non si possono sempre vivere appieno e positivamente le proprie origini. Nel suo podcast Rice and Shine parla delle sue realtà di vita tedesche-vietnamite. «Si fa una tale violenza alle persone quando si porta loro via una lingua, quando si spezzano i legami nelle famiglie e quando si vuole riscrivere un’altra storia», ci ha raccontato nella puntata del nostro podcast “Gute Sprache, Böse Sprache.

Quando mi sono reso conto che il mio arabo era molto peggio di quello che pensassi, si è diffuso in me il terrore implacabile della perdita.

Anche l’esperienza in sesta classe ha segnato per me l’inizio di un limbo identitario, in cui a seconda dei casi mi sentivo più o meno arabo. Meno quando la comunità araba viene rappresentata negativamente dalla stampa. Più quando andavo a trovare la mia famiglia nell’Heimat.* A diciotto anni ho avuto la mia personalissima svolta. Ero in visita nel villaggio di mio padre e non potevo contare sull’appiglio linguistico del tedesco. Il mio arabo bastava appena per procurarmi da mangiare; durante le conversazioni restavo troppo spesso in disparte invece che intervenire.

Spesso lƐ miƐ cuginƐ ridevano senza che io potessi capire il perché. Era imbarazzante. Quando mi sono reso conto che il mio arabo era molto peggio di quello che pensassi, si è diffuso in me il terrore implacabile della perdita. Soprattutto, come potevo dire di avere radici palestinesi ma di non essere capace di sostenere una conversazione da pari a pari nella mia presunta lingua madre? Anche questa è la chiave per la propria identità. Ed era andata persa da qualche parte sulla strada per la società tradizionale tedesca bianca.

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Crescere nel Regno Unito in una famiglia di origine pakistana. Scena dal film My beautiful laundrette.

«Imparare la lingua dellƐ miƐ nonnƐ mi ha mostrato quanta ricchezza culturale e interculturale si trovi nel turco e mi ha aiutata con l’autostima verso le mie origini», così ha descritto le sue esperienze anche la giornalista turco-tedesca Merve Kayici nella puntata del podcast. Conosce la pressione esercitata sulle persone musulmane da un ambiente puramente bianco. Esperienze che condivide nel suo podcast Primamuslima. Senza passato non si ha futuro. Ho sempre associato i miei progressi ad altre culture, dato che la cultura dellƐ miƐ antenatƐ non era accessibile. Parlare fluentemente inglese e spagnolo, assimilare contenuti anglo-americani. Ma senza lingua sei senza spina dorsale. E senza spina dorsale, non c’è diritta via.

Per ritrovare la mia dignità ho dovuto mettermi anima e corpo nello sviluppo della mia seconda lingua, abbandonata per anni. Film, libri, ripetizioni. Solo così ho potuto sviluppare una profonda autocoscienza. Perché nella mia lingua araba si trova la mia identità palestinese, ed essa mi trasmette un sentimento che non esiste per me in tedesco. E allo stesso tempo il mio essere tedesco riempie l’altra metà della mia esistenza e ho capito quanto sia effettivamente prezioso, conoscere e comprendere, nel senso più vero, due diversi retroscena culturali e sociali.

Capacità mancanti e carenza di insegnanti sono problemi reali. Ma un sistema che fa odiare allƐ bambinƐ le loro origini è un problema ancora più grande.

Non ho mai considerato mio padre responsabile del fatto che non io abbia mai imparato fluentemente l’arabo. Chi è occupatƐ a far campare una famiglia non ha tempo per lezioni di lingua private. Come succede per tante famiglie operaie, il sistema educativo ha lasciato da sola la mia famiglia. Così, via attraverso le generazioni, le identità migranti vanno perse. Tuttavia il sistema educativo tedesco potrebbe rendere le cose molto più semplici per molte persone che crescono bilingui, semplicemente inserendo anche altre lingue nei programmi di studio. Certo, capacità mancanti e carenza di insegnanti sono problemi reali. Ma un sistema che fa odiare allƐ bambinƐ le loro origini è un problema ancora più grande.

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Generazioni plurali di una stessa famiglia. Scena dal film Almanya. La mia famiglia va in Germania.

Come sempre nella maggior parte delle scuole ci sono solo due tipi di lingue: quelle che si imparano per motivi economici e storici. Noi tuttƐ parliamo più o meno bene l’inglese e conosciamo il valore aggiunto di lingue mondiali come lo spagnolo o il cinese standard.

Oppure impariamo lingue per motivi di prossimità, e mi vengono in mente l’italiano o il danese. Ci sono però anche altre lingue che per via dell’alto numero di madrelingua sono in realtà parte della Germania da molto tempo. Il mio arabo, il vietnamita di Vanessa Vu o il turco di Merve Kayikcis. In Germania approssimativamente 1 milione e mezzo di persone ha radici familiari in Paesi arabi. Quasi 125.000 persone di discendenza vietnamita vivono qui. E quasi 3 milioni di persone hanno radici familiari in Turchia. Noi tuttƐ saremmo cresciutƐ molto più coscienti del nostro valore se i programmi di studio non ci avessero bollatƐ come stranierƐ. Invece ci è stato fatto credere così: le vostre lingue sono inferiori e non valgono abbastanza per essere parlate. Nonostante viviamo in Germania da decenni, veniamo resƐ stranierƐ.

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Dopo aver trascorso tre mesi da mia zia nel suo villaggio arabo, posso assicurare che mi sento molto di più a casa. Foto da Unsplash.

Per sostenerci, il plurilinguismo deve essere integrato nelle scuole. Un’offerta universale e volontaria sarebbe un primo passo per orientare fondamentalmente l’ora di lingua alla diversità esistente nella società di migrazione della Germania. Serve un cambiamento di mentalità rispetto al diverso prestigio e immagine delle nostre lingue e quello dell’inglese o del francese. Naturalmente un’autentica riforma non sarebbe semplice. Grazie a una notevole carenza di insegnanti ed espertƐ mancano anche ore di economia, ore di programmazione e ore di salute e alimentazione. Allo stesso tempo nella politica linguistica dell’UE si dice anche che ogni cittadinƐ comunitariƐ dovrebbe parlare almeno tre lingue.

BambinƐ provenienti da famiglie con trascorsi migranti spesso parlano almeno già due lingue, quando vanno a scuola. Invece vengono valutatƐ unicamente per la loro conoscenza del tedesco e nella misura in cui apprendono con successo una lingua prestigiosa e di valore economicamente internazionale come l’inglese. In questa prima fase basta una riforma di pensiero, anche se forse è più difficile da raggiungere rispetto a un’autentica riforma scolastica.

Oggi il mio arabo non è ancora perfetto e non lo sarà mai. Però dopo aver trascorso tre mesi da mia zia nel suo villaggio arabo, posso assicurare che mi sento molto di più a casa (nel senso di Heimat, NdT), da quando riesco a partecipare a ogni risata e a ogni conversazione.

 

*Heimat: concetto tedesco che indica un luogo dove ci sente a casa, a cui si sente di appartenere dal punto di vista affettivo e identitario. (NdT)

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Annalia Leone

Annalia Leone

Dal 1997 alla spasmodica ricerca delle parole esatte per descrivere tutto quello che mi passa per la testa. Più che altro castelli in aria.

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