Natalia Ginzburg, Le voci della sera: storia di una formazione

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Natalia Ginzburg è, secondo il mio poco modesto e molto di parte parere di lettrice accanita di quasi tutti i suoi libri, l’autrice italiana più sottovalutata del secolo scorso. Nonostante in questi ultimi anni abbia goduto di una rinata attenzione, soprattutto da parte di paesi anglofoni come l’America (anche grazie alla recente menzione fatta da Elena Ferrante, che ha inserito Lessico famigliare nella lista dei suoi 40 libri preferiti scritti da donne, per il The Guardian), da sempre accademici e critici mantengono una certa distanza dalla sua opera.

Le voci della sera: diffidenza

Il perché di questo snobismo non saprei dirlo. La diffidenza nasce probabilmente dall’apparente semplicità della materia (quasi sempre familiare) e da una prosa che Cesare Pavese definiva ironicamente «la lagna», a tratti monotona, ma anche tagliente e brillante. Infatti è proprio dietro questa apparente semplicità che si cela da una parte l’innegabile talento stilistico della Ginzburg, in grado di donare alla narrazione una cadenza personalissima, tramite l’uso frequente di anacoluti, dall’altra una straordinaria capacità di penetrare e analizzare la realtà, senza mai cadere in ostentazioni di intellettualismo.

Le voci della sera

Ciò di cui vorrei parlarvi è un piccolo romanzo, di circa 100 pagine, pubblicato da Einaudi nel 1961, dal titolo Le voci della sera. È un libro che nasce lontano da casa, durante un soggiorno londinese dell’autrice, nel paese della malinconia. Durante questi mesi di lontananza Natalia cerca di ritornare con la mente e con il cuore al suo amato Piemonte tramite le notizie riportate dai quotidiani italiani, unico balsamo alla sua nostalgia.

le voci della sera

Copertina di Le voci della sera, di Natalia Ginzburg, Einaudi. Foto di Ilaria Murali

Mi sono ritrovata tra le mani Le voci della sera qualche mese fa, ad aprile e in pieno lockdown. In un momento in cui l’unico strumento che ci permetteva di mantenere un contatto con gli altri erano le parole, pronunciate o scritte, e ho subito capito di aver trovato un raro e piccolo gioiello. Leggevo, in quel periodo, soprattutto la sera, e mi perdevo in quel racconto, cullata dalle voci dei suoi personaggi. Ritornando indietro con la mente a quei giorni mi rendo conto che leggere un libro come Le voci della sera è stata un’esperienza dolorosa, e allo stesso tempo catartica e necessaria, come solo la vera arte può essere.

Le voci della sera: la trama

Nel romanzo sono narrate le vicende di un anonimo paesino, collocabile in Piemonte, e in particolare di una famiglia di piccoli industriali, i De Francisci, e della loro crescita nell’arco di diversi anni: dalla nascita della fabbrica, all’avvento del fascismo, fino ai giorni contemporanei. Allo stesso tempo è anche la storia di un amore sbagliato e segreto, quello tra la protagonista, e voce narrante, Elsa e il Tommasino, figlio minore dei De Francisci.

La trama del racconto s’intreccia tra passato e presente, sospinta in avanti dai ricordi e dalle voci. Alle voci, infatti, e alle espressioni degli abitanti del paese, con la loro cadenza, la loro ripetitività quasi formulare, che è affidato il compito di sorreggere questa storia, così dura e commovente allo stesso tempo.

Le voci della sera: silenzio

Il cuore pulsante del romanzo è però invisibile, celato sotto l’incessante brulichio di voci che si sovrappongono, si contrastano, si affievoliscono, urlano. Il cuore del romanzo è il silenzio. Un silenzio assordante e tormentato perché nasce non dalla mancanza di comunicazione tra le persone, ma più in profondità: dalla paura di parlare chiaro con sé stessi, e solo dopo con gli altri, dal tentativo di uniformarsi alle aspettative di tutti, dal timore di sognare e dalla voglia crescere. Si tratta di personaggi che hanno “sotterrato i loro pensieri”, come dice il Tommasino, ed è per questo che, alla fine, tutto è andato sciupato.

Stiamo quasi sempre zitti, ora, insieme. Ce ne stiamo quasi sempre zitti, perché abbiamo cominciato a sotterrare i nostri pensieri, bene in fondo, bene in fondo dentro di noi. Poi, quando riprenderemo a parlare, diremo solo delle cose inutili

le voci della sera

Natalia Ginzburg, autrice di Le voci della sera. Foto The Guardian

Le voci della sera: maschere e compassione

I personaggi ci vengono restituiti secondo il metodo tipico della Ginzburg, che tende a dipingerli come burattini, maschere fisse, caratterizzati in primis dai loro indumenti e dai loro vezzi o modi di dire. Ma non si tratta mai di maschere vuote. Dietro di esse è possibile scorgere, anche solo per qualche istante, un cuore che batte e una mente che pensa. La straordinaria capacità dell’autrice è quella di celare e rivelare, allo stesso tempo, i pensieri e turbamenti dei suoi personaggi.

Basta una frase, al momento giusto, per suggerire uno stato d’animo. Si viene così a creare una forte empatia da parte lettore nei confronti dei personaggi. Il meccanismo lo spiega Italo Calvino: quando la Ginzburg presenta un personaggio e ne evidenzia fattori esteriori come l’abbigliamento, i gesti, le battute ricorrenti, il suo scopo non è il semplice denotare, ma quello di creare degli appigli a un sentimento di vicinanza e compassione.

Le voci della sera: storia di una formazione intima e privata

Le voci della sera oltre a essere una storia di paese, d’amore, è sopra ogni altra cosa la storia di una formazione intima e privata, vissuta dalla protagonista. Elsa, come tante altre eroine uscite dalla penna della Ginzburg, è una ragazza che cerca in tutti i modi di emanciparsi dalla sua casa e dalla sua famiglia, concepita come tana, che protegge e soffoca allo stesso tempo.

Ed è qui che la storia si cala nei nostri giorni di insicurezze e dubbi. Confinata in casa dalle misure di sicurezza, nel momento della mia vita in cui avrei dovuto essere altrove, mi sono rivista in Elsa, come riflessa in uno specchio di carta, nella sua impotenza e nel suo tentativo di (ri)cominciare a vivere. Il suo paese era casa mia; le sue paure e i suoi sogni erano, e sono, le mie paure e i miei sogni; la ricerca della sua voce, sovrastata dalle voci degli altri, è la mia ricerca.

Le voci della sera: la ricerca delle nostre voci nella sera

Per Elsa, alla fine del racconto, è di nuovo ottobre: comincia a far freddo e i primi lampioni in città vengono accesi. Poco è cambiato dall’autunno precedente, ma lei ha avuto il coraggio di tentare di uscire dalla sua tana. Per me, per noi, ora è febbraio e iniziamo timidamente a sognare la primavera.

È passato quasi un anno da quando mi sono tuffata in questo libro, come per cercarvi dentro una risposta al periodo che stavamo vivendo, cercando di fare mia una minima parte dell’infinita saggezza di Natalia Ginzburg. Ma inutilmente: perché nei libri puoi trovare certo un po’ di conforto, ma mai una risposta. Anzi, sono nate in me mille altre domande. Nonostante nel mondo reale poche cose siano cambiate, continuo, e continuiamo a camminare, con il nostro bagaglio pieno di sogni, e talvolta di illusioni.

Natalia, sono inciampata nel sentimentalismo che tanto detestavi e fuggivi, spero tu possa perdonarmi.

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Ilaria Murali

Classe 1998, laureata in Lettere Moderne a Perugia, ora studentessa di Italianistica presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Amo la letteratura, il cinema e la musica: originale direte! Sono al terzo rewatch di Friends e questa mi sembra l'informazione più importante. Scrivo per sciogliere, almeno in parte, "quella specie di ovo sodo dentro, che non va né in su né in giù".

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