Childfree: mentire a se stessi o innata menomazione?

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Lo dicevo ieri mentre tenevo mio nipote: lo guardo, è bello, ma non sento niente. Essere childfree è una benedetta maledizione.

Molte donne vivono la mia stessa situazione, ovvero quella di sentire il peso di una maternità non desiderata. Childfree è essenzialmente questo, liberi dai bambini, liberi da impegni e dalla gestione di una vita che non ha in alcun modo chiesto di essere concretizzata.

È un termine, questo, di uso molto comune al giorno d’oggi. Articoli di giornali riportano insistentemente statistiche sul rapporto donne-carriera-rinuncia ai figli: magari non è per il lavoro che rinunciamo a diventare genitori. Magari è che davvero ci piace più la nostra vita. Magari sono anche gli uomini a non desiderare di essere genitori.

Childfree: non ti crede nessuno

L’immagine del childfree resta ancorata come le teorie terrapiattiste agli ideali atavici di origine, probabilmente, patriarcale. Ancorata a quell’ingenuo bisogno di veder soddisfatto l’obiettivo di vita.

Nascita e catena sono sinonimi. Vedere la luce, vedere delle manette…

Cioran, filosofo romeno, aveva in qualche modo compreso il tipo di legame che un childfree identifica con il tema della natalità. Sfido chiunque ad opporsi all’immagine delle manette. In ogni caso le manette piacciono a molti.

Proprio perché le manette piacciono, la risposta che viene data è sempre la stessa: non è vero, non è possibile. Sei troppo giovane, vedrai che cambierai idea, per forza!

Childfree

Willow and Roxas per il movimento Childfree. Foto da Instagram.

Childfree: quando non senti

Escludendo tutti gli estremisti che odiano i bambini, resta una grande e buona parte di persone che non sentono e non provano nulla nei confronti dei neonati. Vi siete mai chiesti perché cuccioli e bambini, così come i cartoni animati dagli occhi grandi, ci piacciono molto?

Essenzialmente perché le loro proporzioni distorte ci obbligano in qualche modo a prenderci cura della progenie.

Konrad Lorenz, nel 1943, aveva evidenziato i Kindchenschema, ovvero gli schemi che si ripetono nei cuccioli e che ci spingono a sorridere: testa piu grande rispetto al corpo, occhi grandi, bocca e naso piccini, forme arrotondate.

Le stesse forme arrotondate e levigate di cui, molti anni dopo, parlerà Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano.

[…] La levigatezza non ferisce, e neppure offre alcuna resistenza. Chiede solo un like. L’oggetto (Gegenstand) levigato elimina la propria oppositività (Gegenf). Rimuove così ogni negatività […]

Ma se qualcuno di noi non sentisse davvero?

Childfree: a volte si è costretti a mentire

In moltissimi casi chi sceglie di diventare genitore lo fa per quell’istinto di cui parlavo poco sopra e a causa della monogamia.

La monogamia divenne per l’evoluzione della specie un’arma a doppio taglio: utile per la difesa del nido e della prole, un problema per la diversificazione e la mescolanza. Sappiamo di dover avere un compagn* per fare una famiglia ma non siamo in grado di spiegare il perché.

Childfree

I pinguini immortalati dal fotografo Tobias Baumgartner a Melbourne. Un volontario della colonia ha rivelato che si tratta di una coppia di vedovi. Foto da Instagram. 

Quando invece siamo in grado, rivolgiamo lo sguardo al concetto arcaico di famiglia. Da lì, lo sproloquio sugli esseri umani che non sono nulla senza figli.

Immaginate dunque quante domande si pone un childfree. Non sento, per quale motivo? E se sentissi qualcosa e lo ignorassi volontariamente? E se il bisogno di ossitocina rilasciata dal contatto con un cucciolo fosse rimpiazzabile, si continuerebbe a sentire quel bisogno di dare la vita?

A volte mentiamo a noi stessi magari, altre volte mentiamo a chi insiste nel chiedere quando arriverà il momento di fare figli anche per noi.

Childfree: riflessioni sulla posizione

Molti childfree ci sono nati senza questo istinto e molti ci sono invece diventati. Così come chi è diventato genitore perché lo ha sempre desiderato e chi invece per obbligo sociale.

Fin dove l’egoismo dell’essere umano può e deve spingersi?

About author

Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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