Christian Laiontini: el chico malo ed empatico del cinema italiano

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Il cuore non batte più o va ad un ritmo che non ti appartiene, è un attimo e smetti di essere te stesso. La vita segue impulsi inaspettati: tocchi il cielo con un dito dalla gioia, sprofondi nel dolore, ti risollevi in preda all’ira, fino a quando la sentinella interiore riconduce con i piedi per terra. È devastante ed è questione di sfumature, quelle dell’attore Christian Laiontini.

Nato a Madrid, le sue radici madrileñe coesistono con quelle catanesi per una combinazione in cui el temor non è contemplato. Dopo gli studi all’Accademia di Arte Drammatica nella capitale Spagnola, inizia la sua carriera con la danza ed il teatro di movimento con Eimuntas Nekrosius; trasferitosi a Roma approda poi alla recitazione, una dimensione che gli permette di sviluppare un’altra atleticità, ovvero quella dell’anima: con un profondo scavo interiore supera i suoi limiti, che diventano al contempo strumento per raccontare le verità dei personaggi interpretati.

Christian Laiontini

Christian Laiontini, attore italo-spagnolo, racconta l’esperienza sul set di Sopravvissuti, desideri e limiti da superare per realizzare il suo sogno. Foto di bsweetes.

Christian Laiontini: chi è?

La sua empatia, trasparenza e riservatezza divergono con i ruoli di cattivo o criminale impersonati ne: L’Onore e il rispetto 5 di Alessandro Inturri & Luigi Parisi (2018), I delitti del BarLume 6 di Roan Johnson (2019), Christian di Stefano Lodovichi (2020), The Last Planet di Terrence Malick (2020), Thanks! di Gabriele Di Luca (2020), per citarne alcuni. Uomini senza scrupoli e non solo, perché nella sua carriera Christian Laiontini ha anche vestito i panni di uno dei pontefici più celebri del Rinascimento: Papa Giulio II in Michelangelo diretto da Luca Basile.

Un’esperienza figa! Fare Giulio II che aveva in sé un guerriero e ordinò a Michelangelo di ridipingere la Cappella Sistina pur sapendo che questo avrebbe comportato al pittore un impegno per tutta la vita, ha comunque avuto anche un po’ di sadismo.

– Christian Laiontini

Buoni o cattivi poco importa, perché ogni set rappresenta una sfida, oltreché un luogo dove costruire relazioni con tutto il cast ed in cui raggiungere il suo grande desiderio: entrare nell’immaginario collettivo e nel cuore degli spettatori con un personaggio unico.

Impegnato nelle riprese di Sopravvissuti di Carmine Elia con Barbara Bobulova e Lino Guanciale, Christian Laiontini ci ha parlato del suo lavoro di attore a stretto contatto con l’emotività e ci ha raccontato dei suoi cassetti fatti di messaggi tangibili per non acostumbrarse (abituarsi) mai.

Christian Laiontini: la danza

Parlaci della tua esperienza con la danza
«Facevo il ballerino perché all’inizio della mia vita artistica ballare era il mezzo più facile per me, con l’intelligenza corporea riuscivo a comunicare quello che avevo dentro. Non ero un grandissimo oratore, la mia adolescenza è stata più di pensiero che di parola e la danza mi aiutava. Questa passione è diventata poi un lavoro, la recitazione invece è arrivata dopo. Sapevo chi era Martha Graham nella danza, ma non sapevo chi fosse Shakespeare, avevo letto qualche frase nei dolcetti della fortuna ma non riuscivo a ricondurle all’autore. Il teatro per me era inesistente».

Christian Laiontini

Christian Laiontini: La danza è una disciplina diversa dalla recitazione, perché significa mettere i tuoi segreti ed emozioni alla mercé degli altri. Foto di bsweetes.

Quindi in quell’istante hai capito che recitare era la tua strada o lo hai scoperto in un secondo momento?
«Anche in un terzo momento. La danza è una disciplina diversa dalla recitazione, perché consiste nello svelarti continuamente, mettere i tuoi segreti ed emozioni alla mercé degli altri. La recitazione mi ha portato con i piedi per terra e mi ha fatto stare male. Quando ho cominciato a recitare sul serio, non mi definivo un attore perché non avevo una padronanza del mezzo: se piangevo, ridevo o scherzavo io rimanevo incazzato, disperato e triste per giorni. Ero sempre un fiume in piena nel bene e nel male. Poi in un terzo momento ho capito che era un grandissimo mezzo di comunicazione e di disciplina, con cui superare i miei limiti».

Danzi ancora?
«Ho smesso. Adesso sogno di vincere un Oscar, però prima sognavo spesso, nei primi anni romani in cui non avevo capito bene chi fossi, di ballare in luoghi assurdi e liberi. Sognavo di fare le piroette sulla sabbia, che era impossibile, ma nel sogno mi venivano bene perché forse il terreno poco stabile ero io, ma in realtà la stabilità era dentro di me. Oggi mi manca meno ballare, però il primo amore non si dimentica mai».

Christian Laiontini: i ruoli, i registi, il set

Quali ruoli ti senti cuciti addosso?
«Quelli che mi cuciono addosso sono legati al mio volto, al mio sguardo intenso, che può trasmettere tutto o niente. Il mio desiderio più grande è di fare qualcosa di leggero come una dark comedy, in cui potrei risultare più potente. Però certi cattivi hanno un’umanità che non ho mai giudicato e non giudicherò: come i buoni estremi, anche i cattivi estremi hanno avuto dei passaggi interiori per essere così, quindi questa cosa mi diverte».

Dimentichi un ruolo interpretato o ti segna?
«Lo dimentico, mi rimane più il rapporto con le persone avuto su un set. Sono attaccato più al me che costruisce rapporti in quei momenti».

Il set in che ti ha forgiato?
«L’ultimo, la serie Sopravvissuti con Lino Guanciale e Barbara Bobulova. È stato un set molto pesante a livello di stress, dinamiche, quantitativo di scene di tensione e per il personaggio: il capo dei pirati spagnolo. Ho scoperto, però, dei compagni di avventura bellissimi in primis Lino Guanciale che mi ha supportato, perché spesso tu da attore ti metti in discussione. Questo set mi ha forgiato a livello umano e ho riscoperto delle cose di me come la pazienza e lavorare sulla stanchezza a ritmi quotidiani molto forti. È stato pressante però alla fine ce lo siamo portati a casa».

Christian Laiontini

Christian Laiontini: Un attore bravo, è colui che ti fa dimenticare il suo nome e cognome e vive la sua parte umana sempre, facendo esperienza, interagendo e commettendo anche errori, perché l’errore genera il personaggio. Foto di bsweetes.

Tra i registi con cui hai lavorato c’è Terrence Malick in The Last Planet. Com’è stato quel set e che regista è Malick?
«Religioso! È stato un set spirituale ed una delle esperienze più importanti a livello attoriale. È una persona fantastica e umile, quando ti guardava in faccia lo faceva veramente, si relazionava agli attori con umanità: non lo sentivo distante, sapevo che qualunque cosa facessi non ero da solo».

È vero che sul set ti sei imbottito di antistaminici per l’allergia?
«(Ride). Sì, mi hanno “drogato” come non mai. Non ti dico il trip assurdo, non capivo nulla, ho fatto un viaggio astrale».

Christian Laiontini: il lavoro con Di Luca e Lodovichi

Il 15 giugno su Netflix è uscito Thanks! di Gabriele Di Luca, in cui interpreti Latino, un “cinico latino”. Ti ci rivedi in qualche aspetto nella realtà? «Io sono un cinico sentimentale. Mi sento abbastanza come l’acqua che quando ti arriva addosso lo può fare in maniera cinica o avvolgendoti. Anche questo set figo. Gabriele Di Luca è un grande, ama gli attori all’inverosimile e comprende gli essere umani, soprattutto gli attori, prova con loro e non ti giudica. Il mio ruolo non c’era nello spettacolo teatrale, lo hanno inserito nel film e scegliendomi hanno fatto un po’ quello che fanno i genitori con un bambino da adottare e amare. Il set era molto scialla, alla andiamo a lavorare! Alcune riprese erano al freddo, ma non si percepiva per la bella atmosfera».

Con Stefano Lodovichi, invece, hai recitato in Christian. Che rapporto hai avuto con lui? «Lui è stato una scoperta umana, il suo set gli somiglia e quando ti guarda è come se ti accarezzasse. Incontrarlo è stato come quegli amori che si inseguono in eterno, si conoscono, si vedono e si salutano pure, anche se non avresti mai immaginato di fare qualcosa insieme o di pensare entrambi le stesse cose. In questo set ho dovuto imparare la lingua sinti, perché il personaggio non parlava in italiano. È stato difficile, ma sono stato supportato da alcuni sinti, con i quali ho mantenuto i rapporti. Avevo una strizza impressionante per la lingua, il set e mi sentivo carico di responsabilità, forse anche perché ho scoperto di avere avuto un trauma da bambino, perché non sopportavo gli animali in gabbia. All’inizio mi sentivo veramente strano, il set mi stava per vincere, poi Stefano e i coach sinti mi hanno dato manforte e siamo arrivati alla fine».

Faccio parte di una categoria che non ha avuto carezze, né amore, né empatia da parte del Governo. […] Il mondo è andato avanti, ma quello dello spettacolo si è fermato o è ripartito con tanti problemi. […] Vorrei più diritti per questo lavoro, perché la nostra categoria e la cultura devono essere valorizzati. -Christian Laiontini

Come ti prepari per un ruolo? «Spesso quando vado a fare i provini rimango con i fogli in mano, come se fossi quasi disinteressato all’argomento e dovessi guardare tutto in terza persona. Penso a come si potrebbe muovere un personaggio, come lo farebbe lui e non come lo farei io, altrimenti non sono convinto di averlo trovato. Sposto il mio baricentro e cambio le mie abitudini. Al provino per il capitano dei pirati quando sono arrivato, cercavo il personaggio e sentivo il mio il cuore battere, il provino è durato 1 ora e mezza e ho capito che il cuore non mi batteva più a quaranta minuti dalla fine. La ricerca del personaggio per me è come un amico che conosci e vivi dall’esterno, sai cosa potrebbe dire e fare, è una persona che mi sta a fianco. Non credo a quella cosa che il personaggio entra dentro di te; è come se mi creassi un amico immaginario. Fuori di testa proprio! (Ride). Sono davanti a qualcosa che prima è un ologramma e poi diventa una figura reale. Mi metto nei suoi panni: cosa fa, come guarda le cose o che modo di parlare ha».

Christian Laiontini: sogni e desideri di un cinico sentimentale

Christian Laiontini

Christian Laiontini: Certi cattivi hanno un’umanità che non ho mai giudicato e non giudicherò: come i buoni estremi, anche i cattivi estremi hanno avuto dei passaggi interiori per essere così, e mi diverte. Foto di bsweetes.

«Ho cassetti pieni di desideri che pesano…» scrivi su Facebook . Ce ne vuoi dire qualcuno? «In questi giorni sto facendo un lavoro interiore strano: i cassetti a me non piacciono, non ho mai messo nulla dentro, neanche le mutande. L’unica cosa che custodisco al loro interno sono cose tangibili, che mi ricordano me. Ultimamente faccio dei post-it e ogni volta che apro un cassetto della mia camera c’è scritto: “Comincia a svuotare qualcosa”. Adesso il cassetto dei desideri lo sto alleggerendo, vorrei raggiungere lo scopo nella vita di essere identificato con un personaggio e che la gente si identifichi nel bene o nel male ad un personaggio che ho interpretato. Il mio più grande desiderio era quello di non aver paura di desiderare in grande. Non uso più il verbo sperare e non mi privo più di dirmi bravo».

Hai riti scaramantici prima di entrare in scena o di un ciak?«Prima di un ciak, mi guardo sempre con il direttore della fotografia. Cerco sempre di individuarlo perché guardarlo mi fa stare bene. La prima cosa che ho imparato è saper prendere le luci e quando mi rendo conto che le luci ci sono tutte e ci sono avvolto, lo guardo per dire “Cazzo ce l’ho fatta, hai visto?” In tutte le cose che ho fatto l’ho sempre guardato e lui guarda me. Non me lo posso perdere, lo cerco sempre. In teatro non sono scaramantico, non faccio nulla. Io sono lì per un motivo e subito dopo il motivo è andarmene, perché penso chi me l’ha fatto fare; poi quando sono lì capisco che quella è la dimensione ideale per me».

Ti è mai capitato di non essere in sintonia con attori/attrici sul set? E come hai affrontato la situazione? «I miei successi e quelli degli altri attori non devono togliere nulla a nessuno. Sul set non mi è mai successo, mentre a teatro sì. Non è semplice affrontare quei momenti, io per fortuna riesco a scindere l’attore dall’essere umano: le persone con cui mi è capitato, in qualche modo, le stimavo a livello lavorativo, ma a livello umano erano delle merde. Se le persone non valgono il gioco, potrei anche non controllare le mie reazioni».

Non mi aspetto niente, ma sono pronto a tutto

-Christian Laiontini

Un bravo attore si riconosce da… «…Quanta cazzimma ha! Se: sostiene i ritmi stressanti di un set, capisce che la creatività è anche fatta di matematica, segue bene le indicazioni, prova in tutto e per tutto a portare la scena dove gli chiede il regista, non oscura altra gente per brillare, fa della squadra la sua forza, non ha la paura di essere fragile davanti agli altri, accoglie con umiltà anche l’aiuto che riceve e se il grado di permalosità è veramente basso, altrimenti si trasforma in ego. Un attore bravo è colui che ti fa dimenticare il suo nome e cognome e vive la sua parte umana sempre, facendo esperienza, interagendo e commettendo anche errori, perché l’errore genera il personaggio».

Un attore che ammiri? «Pierfrancesco Favino, lo stimo tanto e mi trasmette stacanovismo e amore per gli altri. Anche Luca Marinelli e Alessandro Borghi, sono attori diversi, ma entrambi dei bei testimonial italiani. Loro per me rappresentano dei traguardi da superare per essere unico tra gli unici».

Un ruolo che sogni di interpretare? «Mi piacerebbe partecipare ad una serie come Gomorra o a un crime del genere. Quel tipo di recitazione viscerale, con intensità di sguardi, e tensione. Vorrei lavorare con Xavier Dolan, Tim Burton e mi piacerebbe tantissimo lavorare con Paolo Genovese, perché i suoi film hanno dentro sempre un’emozione, che appare leggerezza ma non è mai leggera. Oppure anche con i fratelli D’Innocenzo; voglio lavorare con registi che saprebbero valorizzare il mio volto. Se questa è l’era delle facce e non dei bellocci, attori come me avranno più spazio. Ogni giorno per me è il giorno, sento che sta arrivando qualcosa, una vibrazione nell’aria. Non mi aspetto niente, ma sono pronto a tutto».

Christian Laiontini: «Se mi fai vibrare io mi aziono, se vibro accade»

Come definiresti il tuo cammino cinematografico?
«Ancora ho le scarpe buone e non le ho consumate».

Com’è stato per te il 2020 e cosa ti auguri in questo nuovo anno?
«È stato un anno di merda, per me e tutta la categoria. Non ho sopportato le cose che sono state fatte ai lavoratori dello spettacolo di qualunque reparto. Non penso agli attori famosi, perché hanno la visibilità tale da poter continuare a vivere. Io penso a quelle persone che l’attore lo fanno realmente, perché hanno scelto quello e costruiscono cose per altri attori come i tecnici ed i macchinisti.

 

 

 

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Faccio parte di una categoria che non ha avuto carezze, né amore, né empatia da parte del Governo. Ci hanno abbandonato! Il mondo è andato avanti, ma quello dello spettacolo si è fermato o è ripartito con tanti problemi. Per me è stato anche un anno di rivoluzione e spero che nel 2021 si troverà una risoluzione a tutto e che certe minoranze o categorie trovino una reale voce o aiuto. Vorrei più diritti per questo lavoro, perché la nostra categoria e la cultura devono essere valorizzati».

Il tuo motto nella vita?
«Se mi fai vibrare io mi aziono, se vibro accade».

Prossimo copione?
«Sto ancora girando Sopravvissuti, però attendo delle notizie…».

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Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco le mie dita, le mie idee, le mie emozioni, un desiderio irrefrenabile di dire la verità, irriverenza, ironia. Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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