Luna e la sua regata: da Calvino all'Ariosto, conquistatrice di mondi di carta

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Non sapeva concepire desideri in contrasto con la natura della Luna e il suo corso e il suo destino, e se la Luna ora tendeva ad allontanarsi da lui, ebbene egli godeva di questo allontanamento come aveva fino allora goduto della sua vicinanza.

Questa cosa di un ennesimo lockdown mi ha lasciato una crepa. Dopo un anno mi rendo conto di sentire finalmente qualcosa, di provare disagio nel dovermi chiudere nuovamente. Cerco con lo sguardo la fuga non da casa, ma dall’obbligo, dal grigiore.

Troppo spesso penso a Orlando che perse il senno sulla Luna, alla Luna de Le Cosmicomiche, a quella dei falò. Quante volte le speranze riposte nella Luna hanno trovato carta su cui imprimersi? Tante, mai troppe. La Luna continuerà ad essere la nostra rassicurazione, la coperta calda contro i mostri della notte.

Luna: variazione #1

La Luna è pressoché in ogni testo che leggiamo; ci sono innumerevoli variazioni di Luna: La Luna che illumina le donne in guerra, quella che si lascia tramandare in una storia narrata e quella che sembra irraggiungibile. Non è possibile dire quale sia la Luna migliore perché ogni Luna è diversa, ogni notte, così come il suo riflesso negli occhi di chi guarda.

Là dove il grigio aveva spento ogni sia pur remoto desiderio d’essere qualcos’altro che grigio, solo là cominciava la bellezza.

Queste due citazioni sono tratte da Le Cosmicomiche di Italo Calvino, probabilmente fra i primi viaggi sulla Luna che ho fatto di cui ho memoria. Le Cosmicomiche sono una raccolta difficile da gestire per gli editori. Nel 1970, in una lettera scritta in occasione dell’allestimento degli Amori difficili, Calvino scrisse: «Mentre un romanzo come si pubblica si ristampa e non ci sono più problemi […], per un libro composito una presentazione in nuova veste o con un nuovo titolo è sempre come una novità. È come una esposizione per un pittore, per cui conta come i quadri sono messi insieme, se si vuole fare una cosa che abbia senso».

Luna

Tutte le cosmicomiche, Italo Calvino, edizione Mondadori. In copertina, Concetto Spaziale. Attese, di Lucio Fontana, spazialista. Foto di Ylenia Del Giudice

Il problema de Le Cosmicomiche fu questo. Essere parte integrante di un insieme frammentario di racconti. Tra il 1965 e il 1967 venne pubblicata la prima stesura di Le Cosmicomiche e successivamente Ti con zero; anni dopo si aggiunsero La memoria del mondo e altre storie cosmicomiche e Cosmicomiche vecchie e nuove.

Luna: variazione #1.1

La Luna di questo Calvino è una Luna frammentata che si perde fra le molteplici correzioni e revisioni. Non si limitò a scrivere qualche storia complessa ma arricchì i suoi racconti del valore scientifico. L’equivalente di un contemporaneo Cosmos, uno dei documentari di Sky.

Per non perdere troppo la ragione, questa Luna è fondamentale. Lunga, inafferrabile e analitica. La Luna di Tutte le cosmicomiche è complessa e poco incline all’emotività, già solo per essere stata costruita artificialmente da Calvino per sopperire le necessità degli editori.

Luna: variazione #2

Quale Luna ci permette di tornare con i piedi per terra? Quale ci ricorda che siamo solo uomini, piccoli esseri sotto lo sguardo della Luna? Un’altra raccolta di racconti che ci aiuta – oltre che a sognare – a comprendere l’importanza della trascrizione delle fonti orali: Le mie fiabe africane, di Nelson Mandela.

Luna

Illustrazione dell’edizione del 2004 di Donzelli Editore, Immagine da internet

La fiaba più bella resta per me La mantide e la luna, racconto di cui abbiamo la trascrizione grazie all’antropologa e narratrice Marguerite Poland.

La Luna, simbolo di rigenerazione e ciclo, diventa qui complice del più grande attentato all’autostima: dimostrare, senza alcuno sforzo, quanto piccoli diventiamo se cerchiamo di essere altro da noi.

Poche pagine che raccontano la storia di questa mantide che voleva salire sulla Luna. Voleva essere venerata come una dea, aveva bisogno del suo posto nel deserto e lo voleva riflesso con la Luna. Tenta in ogni modo di afferrarla, ogni sera la insegue. Fino a quando si rende conto di essere nulla più di un essere insignificante al cospetto di questa magnificenza nel cielo.

Luna: variazione #2.1

E così avrebbe potuto finalmente viaggiare, guardando dall’alto il grande deserto arido in cui viveva, gli alberi spinosi, i corsi d’acqua asciutti e i branchi di antilopi che la fissavano a bocca spalancata.

Ma la mantide era solo un insetto e la luna era ben lontana. Neppure gli uccelli della notte, le cui ombre tagliavano da parte a parte la faccia della luna, l’avrebbero mai raggiunta, e dunque come poteva una mantide volare fin lì con le sue ali corte e ronzanti?

Eppure la mantide era una sognatrice e quando si dondolava su un ramoscello o si rannicchiava su una foglia, non pensava ad altro che all’astro e a come raggiungerlo.

La Luna, simbolo di rigenerazione e ciclo, diventa qui complice del più grande attentato all’autostima: dimostrare, senza alcuno sforzo, quanto piccoli diventiamo se cerchiamo di essere altro da noi. Sognare si, ma senza pretese.

Luna

Le mie fiabe africane, Nelson Mandela, Feltrinelli edizioni. Foto di Ylenia Del Giudice

Luna: variazione #3

Se l’antropologa non avesse raccolto questa storia, oggi probabilmente non l’avremmo potuta leggere in questo libro. Cosa succede alle storie che dimentichiamo di sapere?

Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, m’ero accorto, che non sapevo più di saperla.

Succede forse che si ricordano davanti ai falò, fra due amici che si ritrovano e che discutono della Luna, del bisogno di crederci.

La luna di Pavese, quella de La luna e i falò è luna chiara e sconosciuta. Muove le maree e i pensieri degli uomini, li lascia vagare senza costringerli su una strada. La luna di Pavese illumina il cammino degli uomini.

Luna

La Luna e i falò, Cesare Pavese. Edizione Einaudi del 1950. Foto di Ylenia Del Giudice

Luna: variazione #3.1

C’è una correlazione fra queste due luci, cielo e terra non possono essere svelati.

La luna e i falò di Cesare Pavese, il romanzo scritto tra settembre e novembre del 1949, è l’incontro di più mondi, come se a guidarci ci fossero Goethe o Thoreau. Si cerca razionalità nel loro potere fino a quando i falò non si spengono e l’uomo si accorge di non essere in grado di dare alcuna risposta.

Luna: variazione #4

Cosa scatena la Luna? I ricordi, per esempio. Nel caso specifico quelli di Giacomo Leopardi che, a Recanati, compone Alla luna, precedentemente chiamata La ricordanza. 

Arcaicismi e solitudine petrarcheschi restituiscono l’immagine di un componimento intenso, volutamente ipotattico e ricco del lessico della tradizione antica, quello che più avrebbe potuto ricordare all’uomo che mira, l’essenza di humanitas. 

Luna

Alla Luna, manoscritto di Giacomo Leopardi. Foto da Internet.

Luna: variazione #4.1

La luna di Leopardi è una luna magnanima, che ascolta il suo bilancio dell’anno passato e di quel che verrà. È una luna in grado di accogliere le sue paure e i suoi dolori e di restituire quel senso di humanitas per lasciar vivere l’uomo con decoro.

Con Alla luna si può ricostruire un ambiente che rispecchia pienamente il paesaggio interiore dell’io poetico.

I primi versi sono caratterizzati dalla presenza di un suono, quello della “a” (allitterazione), che si apre al chiarore, alla luce bianca che illumina lo stesso luogo de L’infinito; si passa poi, quasi improvvisamente, a suoni più cupi degli aggettivi “nebuloso” e “tremulo”. Leopardi sembra essersi perso fra i suoi dolori.

È un uomo, lui, che guarda una luna alla quale parla di vita “travagliosa”: e pur mi giova la ricordanza. La luna è strumento di riflessione interiore, di un grande passo di consapevolezza: ricordare il dolore può far bene.

Luna: variazione #5

Cosa c’è sulla Luna? C’è chi alla Luna lascia speranze e sogni, chi il senno. Orlando, l’uomo che fino a quel momento era stato dedito ai compiti e alla guerra cristiana, alla vista del tradimento di Angelica, perde lucidità.

Orlando serve integro in questa guerra, deve rinsavire. Così Astolfo, cugino di Orlando e Rinaldo, viene inviato da Dio in persona a recuperare il senno perduto sulla Luna, una specie di grande contenitore delle cose perdute in Terra.

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desideri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.

Luna: variazione #5.1

Il XXXIV canto dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto è un classico – se mi permettete – viaggio di risveglio: la luna rispecchia e illumina, abbraccia la nostra superficialità e il bisogno di essere terreni.

Luna

Astolfo raggiunge la luna. Illustrazione di Gustave Doré per “L’Orlando furioso”. Milano, Biblioteca Braidense. Foto da Internet.

È una luna magnanimo anche quella dell’Ariosto. Guarda questi uomini che si fanno la guerra e che capitolano dinanzi una donna. Nel XXIV canto si legge:

quale è di pazzia segno più espresso / che per altri voler perder se stesso?

La Luna è un anello di una catena che si può staccare quando se ne ha bisogno. Orlando perde non solo la ragione, ma tutto se stesso. Perde l’uso dea parola, dimentica completamente la rete sociale.

Ariosto però non ne fa un dramma: il magnifico ritratto che vede sullo sfondo la Luna vuole essere un monito. Il sennò di Orlando è perso, si, ma è una perdita controllata dalla ragione. Una ragione di cui si può ridere se associata alla follia.

La Luna è allora il setting in cui trovarsi per esorcizzare la paura della follia e della perdita di lucidità. La follia è legata alle cose terrene, ora, non più all’intervento di forze divine.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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