Nel nome dei padri: Tenenbaum e Meyerowitz

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Quanti film sono stati fatti sui padri? Quante storie hanno raccontato delle vicende dei padri e dellə loro figliə? Quante storie travagliate di padri assenti o troppo presenti, biologi o adottivi, persi o ritrovati? La figura del padre è sicuramente una delle più indagate nel cinema. Una presenza quasi ossessiva che affiora e che viene menzionata almeno una volta in tutti i film, anche quando proprio non fa parte della storia narrata, nei racconti d’infanzia o nei rancori dei personaggi.

Quasi sempre in questi casi questo padre ha fatto qualcosa che non avrebbe dovuto fare o invece non l’ha fatto e avrebbe dovuto.

Spesso vorremmo un padre saggio come quello di Elio Perlman (Chiamami col tuo nome), una leggiadra presenza discreta che al momento giusto ci snocciola un discorso sulla vita, sull’amore, sull’importanza di provare sentimenti e di lasciarsi prendere dalle nostre emozioni invece che reprimerle.

Altrettanto spesso vorremmo un padre adottivo come Juan (Moonlight), che possa essere per noi tutto quello che non abbiamo avuto, che ci insegni a vivere e che sia per noi un rifugio sicuro.

Nel nome dei padri: Tenenbaum e Meyerowitz

“I don’t see how I could be such a bad father” (The Meyerowitz Stories, Noah Baumbach, 2017)

Il più delle volte invece ci ritroviamo a crescere con le versioni reali di Royal Tenenbaum (I Tenenbaum, Wes Anderson, 2001) e Harold Meyerowitz (The Meyerowitz Stories, Noah Baumbach, 2017). E qui ci casca l’asino.

Dagli archetipi che questi padri rappresentano al rapporto con lə loro figliə e all’ambientazione, le simmetrie di questi due film sono impressionanti.  Incarnano i traguardi opposti di uno stesso punto di partenza: un padre borioso ed ego-riferito e il suo rapporto con tre figliə.

Con lə suə Tenenbaum, Anderson arriva all’epilogo che vorremmo nelle nostre vite. Con le vicende dellə Meyerowitz, Baumbach arriva all’epilogo che spesso invece otteniamo.

Nel nome dei padri anaffettivi

Andiamo con ordine, adottiamo una presentazione tipicamente simmetrica e andersoniana, giacché parliamo anche di lui.

In entrambe le pellicole i cognomi dei padri svettano già a partire dal titolo, prepotenti e patriarcali; sembrano quasi un privilegio troppo ingombrante e una maledizione per chi lo eredita.

Abbiamo da entrambe le parti un padre non troppo amabile, megalomane e con manie di protagonismo. E abbiamo anche New York come comune punto di partenza geografico. Tanto che sembra quasi di vedere questa città procedere sdoppiata in due direzioni parallele. La New York di Baumbach è verosimile: trafficata, frettolosa, spietata e indifferente. Quella di Anderson è al solito fiabesca, estemporanea e assurda, sembra che esista solo nei limiti dei personaggi.

La New York dove vivono i personaggi di Baumbach è il perfetto sfondo disinteressato del mumblecore più puro, così caro al regista. I dialoghi sono fatti l’uno sopra l’altro, non sono altro che un brusio continuo e indistinguibile in cui i personaggi si perdono, assorti nelle proprie personali tragedie. Senza nessuno che li ascolti, che li veda veramente. Al contrario i dialoghi di Anderson sembrano essere il centro gravitazionale delle scene, blocchi monolitici intervallati fra loro da silenzi spesso imbarazzanti.

nel nome dei padri

“You guys will never understand what is like to be me in this family” (The Meyerowitz Stories, Noah Baumbach, 2017)

Nel nome dei padri: figlie e figli

Ci sono tre figli in entrambi i film, due maschi e una femmina. Non si sa bene per quale espediente estetico-letterario, la figlia è sempre l’outsider della prole. È il personaggio più misterioso di Anderson e quello meno indagato di Baumbach. Entrambe infelici per un motivo non meglio precisato e tagliate fuori dalla cerchia dai loro padri.

Se però da una parte Margot Tenenbaum (Gwyneth Paltrow) ha spazio per essere comunque raccontata nella sua vita artistica e affettiva, ed è in realtà un personaggio chiave nella storia; dall’altra Jean Meyerowitz (Elizabeth Marvel) non ha nemmeno un capitolo tutto suo nella storia, ma si limita a comparire nei capitoli dei fratelli, e le sue vicende restano in ombra.

Non sapremo mai se questa distanza fra padri e figlie sia un fenomeno talmente diffuso da essere naturalmente diffuso anche nelle nostre due storie raccontate su pellicola, se questa distanza possa essere antropologicamente spiegata. Comunque questa incapacità di restare vicini alle loro figlie non ci permette di conoscerle e di conseguenza di sapere davvero cosa le muova.

Nel nome dei padri

“Look, I know I’m gonna be the bad guy on this one. But I just wanna say the last six days have been the best six days of probably my whole life” (I Tenenbaum, Wes Anderson, 2001)

In entrambe le storie il focus è piuttosto incentrato sui due figli, caratterizzati da disposizioni affettive opposte verso il padre. Quel che ancora di più è simmetricamente soddisfacente, è che troviamo Ben Stiller nel ruolo del figlio in entrambi i film, in due ruoli speculari.

Con Anderson interpreta Chas Tenenbaum, figlio tutto proiettato alla ricerca del successo e della sicurezza poiché orfano dell’approvazione del padre. Cosa che invece non è con Baumbach, in cui lo vediamo nei panni di Matthew Meyerowitz. Qui è un impegnato uomo in carriera, ormai emotivamente emancipato dal padre. Il distacco è presente in entrambi gli Stiller; ma Chas è preso dal rancore e dalla smania di essere per i suoi due figli quello che per lui Royal non è stato, un padre presente e amorevole.

In Baumbach questo ruolo è ricoperto da Danny Meyerowitz (Adam Sandler), che è a sua volta padre di una figlia che incoraggia e sostiene. Al contrario di suo padre Harold, che tende a sminuirlo e a sfruttarlo, senza dargli mai un segno d’affetto o di riconoscenza, per quanto Danny sia l’unico dellə figliə ad assisterlo davvero nel bisogno.
Stesso destino tocca a Richie Tenenbaum (Luke Wilson). Lui però gode della stima di Royal, che lo tratta da suo pari e da figlio prediletto, per la frustrazione di Chas.

Chas, dopo essere rimasto vedovo all’improvviso, ha paura di perdere anche i suoi figli. La sicurezza, il controllo e l’iper-protezione diventano la sua ossessione.

Anche Danny è solo, ma lui è divorziato. Lungo il film notiamo che la sua unica vera amica è sua figlia Elizabeth, la quale vorrebbe diventare l’artista affermata che lui non è stato.

Nel nome dei padri

“Family isn’t a word. It’s a sentence” (I Tenenbaum, Wes Anderson, 2001)

Nel nome dei padri: e le madri?

L’unico elemento non simmetrico di queste storie è quella della figura materna. In Baumbach, la madre non c’è più ed è sostituita da una terza moglie, non esattamente positiva. In Anderson invece è uno dei personaggi principali: Etheline è qui in aperta opposizione alla figura di Royal, in quanto ex-moglie e madre presente e incoraggiante.

E così, in continue simmetrie e compensazioni, le storie e i ruoli di queste famiglie si mescolano. E si rispecchiano perfino nella ragione del riavvicinamento dellə figliə ai padri, cioè la malattia. In Anderson sarà un finto espediente che minaccerà di aggravare la crisi della famiglia. In Baumbach, la malattia reale di Harold rappresenterà l’ultimo stadio del suo rapporto con lə figliə e la prova del nove di ciò che ha trasmesso loro nel corso degli anni.
Arriviamo così all’epifania dei padri, in cui uno dei due riuscirà a riconquistare lə propriə figliə, mentre l’altro verrà catarticamente lasciato a sproloquiare da solo. E così abbiamo questi padri che si guardano allo specchio e le loro storie si intrecciano in un continuum di ruoli filiali sempre uguali e sempre diversi.

Nel nome dei padri: simmetrie

Perché un articolo proprio su questi due film? Dopotutto di film sui padri ce ne sono centinaia e ancora di più, se volessimo includere quei film in cui sono presenti figure metaforicamente o simbolicamente paterne. Ma non possono essere ignorate la simmetria e la complementarietà di questi due registi che con questi film si concentrano con leggerezza disarmante e disincanto amareggiato su una figura che sembra condannata a non essere mai veramente presente o al posto giusto.

Se anche fra tutte le storie di padri I Tenenbaum e The Meyerowitz Stories sembrano essere fra le meno verosimili, troverete invece che malgrado il loro alone fiabesco e assurdo, raccontano le vicende più comuni di un padre, quelle che incontriamo più di frequente.

Nel nome dei padri

“Can’t somebody be a shit their whole life and try to repair the damage” (I Tenenbaum, Wes Anderson, 2001)

Ciò che conta più di tutto è la reazione dellə figliə a queste figure umanamente difettose. Pare che lə figliə non possano far altro che vivere all’ombra di questi cognomi, condannatə ad avere, volenti o nolenti, l’obiettivo di essere degnə di un cognome che non hanno chiesto e che è più grande di loro. Di questo cognome sentono tutto il peso sulle spalle, ma alla fine dovranno farci pace.

Margot elaborerà catarticamente il suo rapporto con Royal trasponendolo in spettacolo teatrale e scegliendo così la soluzione artistica. Jean invece porterà il groviglio dentro di sé, impossibilitata a esprimerlo appieno. Matthew e Richie sono fin dall’inizio emotivamente emancipati dai loro padri. Su Danny e Chas vediamo gli effetti più manifesti dell’eredità affettiva paterna. Forse perché sono padri a loro volta, e si ritrovano a sperimentare sulla loro pelle un ruolo per loro inviso. Decidono di percorrere una strada genitoriale diversa, spezzando la ruota anaffettiva portata avanti dai loro padri. Da una parte Chas la spezza per includere poi Royal in quella che ha costruito con i suoi figli. Danny la spezza per sempre per custodire quella costruita con Elizabeth, senza spazio per Harold.

Nel nome dei padri: eredità di famiglia

nel nome dei padri

“It was like walking barefoot through broken glass to get milkshake” (The Meyerowitz Stories, Noah Baumbach, 2017)

Anderson ci mostra il rifugio che la famiglia può diventare quando si accetta l’evoluzione dei suoi membri e vi si corre a fianco. Baumbach ci mostra il guscio vuoto che la famiglia può diventare quando questo non succede.

Nel nome dei loro padri, lə figliə sviluppano complessi di inferiorità, sindromi dell’impostore, insoddisfazioni, depressioni e malinconie latenti. Ma anche talenti più o meno naturali, fortuna, carriere e amore. E sviluppano tutto questo proprio a partire dalla famiglia in cui nascono e in virtù della famiglia in cui nascono. Non sarebbero così se fossero natə in un’altra. Il nome patriarcale che ereditano, porta con sé una buona parte di quello che (non) saranno. Questə figliə non fanno altro che disporre le loro vite sia rispetto che contro a esso. Pare una sorte inevitabile, impossibile da aggirare.

Quale dei due epiloghi è il nostro?

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Annalia Leone

Annalia Leone

Dal 1997 alla spasmodica ricerca delle parole esatte per descrivere tutto quello che mi passa per la testa. Più che altro castelli in aria.

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