Sto pensando di finirla qui: Reid ci insegna a ragionare sul suicidio

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Ci sono momenti in cui un film ti salva la recensione perché l’immagine compensa il significante che nel romanzo non riesci a trovare. Questo di Sto pensando di finirla qui è un esempio. L’aspetto cinematografico è a cura di Lorenzo Pietroletti. 

Affermare che Reid, scrittore di Sto pensando di finirla qui, edito Rizzoli, ci abbia insegnato a ragionare sul suicidio e sulla solitudine è azzardato, sappiamo tutti come viene in realtà percepito:

Ylenia ha detto che Reid ci insegna come suicidarci

Ma se avete letto il libro e visto anche il film su Netflix di Charlie Kaufman, converrete con me che siamo oltre il solito thriller psicologico.

Sto pensando di finirla qui: solitudine e suicidio

Vi sentirete soli in questa lettura, messi con le spalle al muro in una stanza piena di voci e di cose che odorano di vecchio, ma non stantie. Gli occhi correranno lungo tutta la pagina come i pensieri di Lucy, accoglierete le sue domande e cercherete risposte come fossero le vostre.

Quello che voglio, credo, è che qualcuno arrivi a conoscermi. A conoscermi davvero, meglio di chiunque altro e forse anche di me stessa. Non è per questo che ci impegniamo nelle relazioni?

Reid è in grado di costruire percorsi alternativi di cui il lettore seguirà la traccia come attratto da una forza gravitazionale. La quarta di copertina promette paura. La paratassi è forte, ogni frase che superiamo ci resta, per un po’, in mente.

Solitudine e suicidio sono nascosti, il romanzo e il suo ritmo non danno tempo di rifletterci se non nelle pause in corsivo che entrano prepotentemente come il suono della sveglia in piena notte. Avvalorano la tesi della pagina precedente di Lucy e stordiscono, smarriscono il lettore che perde la cognizione del tempo.

Sto pensando di finirla qui: riflessioni postume

Non è possibile raccontare la trama senza spendere parole sui personaggi e sulla storia, sulle loro inquietudini e i loro colori. Ho chiuso il libro sentendomi sciocca, con un bagaglio da digerire e un senso di impotenza da smaltire. Dovevo scrollarmi di dosso una colpa che non mi apparteneva, ma che in qualche modo avevo fatto mia. Sto pensando di finirla qui è uno dei libri più capaci che abbia letto nell’ultimo anno. 

Sto pensando di finirla qui

Frame di Sto pensando di finirla qui, film di Charlie Kaufman. Foto da internet

Sto pensando di finirla qui: momento cinematografico down there

Un libro come quello di Reid è impossibile da trasporre in maniera precisa. Chi lo ha letto, capirà senza dubbio il perché, visto soprattutto un finale a dir poco sconvolgente. Eppure Charlie Kaufman ci è riuscito brillantemente, avvalorandosi di una narrazione che sembra seguire il flusso di coscienza, girovagando in un mutevole teatro dell’assurdo.

Riferimenti che rimandano ad un periodo storico-artistico ben preciso, in cui la psicanalisi influenzava inevitabilmente lo sviluppo dei prodotti artistici. Si parla moltissimo, si comunica pochissimo. Le interazioni tra i personaggi, tra cui una meravigliosa Toni Collette, sono continue, senza un attimo di respiro. Ma non si riesce mai ad interagire come si deve. Non c’è mai quella comunicazione forte e necessaria.

Sullo sfondo, un’aura perturbante la fa da padrona, tanto con la protagonista Lucy quanto con lo spettatore. La tagline del libro recita: “Avrai paura senza sapere perché“. Un luogo accogliente e caldo come una casa si trasforma in un qualcosa di inquietante. Non da meno, la gelateria in stile anni Cinquanta. Tutto ciò che viene mostrato nel film assume contorni da vero horror.

Sto pensando di finirla qui

Frame del film Sto pensando di finirla qui. Foto da Internet.

Il genere, anzi i generi che il film utilizza, diventano strumento per portare sullo schermo una storia che possiamo definire assurda. E inquietante. Dal thriller alla commedia, passando per l’horror e per il musical. Non c’è uno schema fisso e lineare, si salta da un momento comico ad uno tragico senza soluzioni di continuità, in maniera netta.

Più scorrono i minuti del film, più allo spettatore si lascia un senso di straniamento costante, assorbendo le riflessioni della protagonista e facendoli nostri. Il disagio di Lucy trasparirà sin dall’inizio, grazie all’uso del voice over che accompagnerà i suoi pensieri. Pensieri che, come ci insegna Sto Pensando Di Finirla Qui, non si possono fingere. In alcun modo.

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Attualità, cultura e confronto. Parte del discorso vuole rappresentare ogni lettore e renderlo partecipe al dibattito.

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