Catcalling: come ci siamo sentite #perduefischi

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C’erano una volta le Erinni, personificazioni femminili della vendetta. Vennero col tempo chiamate le Eumenidi, le benevole, al fine di placarle. Cosa c’entrano le Erinni con il contesto sociale in cui viviamo? La risposta è abbastanza semplice e chiara: ogni volta che una donna prova a denunciare pubblicamente un problema, porta alla luce un’istanza sociale, viene additata come isterica o furiosa. Si cerca poi di placare la donna, provando in tutti i modi a sminuirla; la fine arriva quando la si schernisce così: «va bene, hai ragione tu».

Questo siparietto noi donne lo conosciamo bene, lo viviamo ogni giorno, soprattutto quando – a ragion veduta – parliamo di problematiche che viviamo sulla nostra pelle e che quindi nessuno meglio di noi potrebbe conoscere.

Come succede ogni volta per qualsiasi tipo di molestia e discriminazione verso le donne e le persone appartenenti a minoranze, il significato e la portata di quelle azioni opprimenti vengono facilmente sminuiti, messi in discussione, scherniti e infine, spesse volte, rifiutati come inconsistenti.

«Niente di serio», insomma. «Ci sono problemi ben peggiori» e probabilmente le vittime di quelle molestie hanno «completamente frainteso le vere intenzioni». Esagerano, come sempre.

Il catcalling non fa eccezione.

Anzi, potremmo perfino annoverarlo fra le violenze patriarcali più subdole e meno prese sul serio. Partendo da chi lo pratica o lo ha praticato; a chi conosce persone che lo hanno praticato e non ha detto nulla in contrario; arrivando fino a chi è cresciutƏ con l’insegnamento che sia qualcosa di normale. Addirittura, che sia un complimento.

Catcalling: la violenza dello sguardo maschile

Qui si complica il quadro, perché entra in gioco un ulteriore fattore di violenza psicologica. Una collettività che sostiene che il catcalling sia un complimento, qualcosa per cui provare orgoglio, di cui essere fierƐ, sostiene più o meno implicitamente che la vera mancanza, il vero problema di cui preoccuparsi sia il non aver mai subito catcalling. Perché se non lo si è mai subito significa che non si è veramente attraenti, meritevoli di attenzioni. In particolare, meritevoli dello sguardo maschile.

Questo meccanismo, nel complesso, ci fa capire quanto il catcalling sia una pratica patriarcale estremamente pervasiva e diffusa, il cui intento persegue un duplice effetto opprimente. Da una parte, quando viene praticato, limita e minaccia la libertà e la sicurezza della vittima nello spazio pubblico, riducendola a mero oggetto sotto al potere dello sguardo e del privilegio maschile.

Dall’altra, quando si sostiene che questa molestia sia in realtà un complimento, si scredita automaticamente chi non l’ha mai subito nel suo aspetto. Come se avesse fallito nell’adeguarsi a fantomatici canoni di bellezza. E di conseguenza avesse fallito nel conquistare, nell’essere all’altezza di quello sguardo maschile.

#Perduefischi: Parte del Discorso dà spazio alla voce di chi ha subìto il catcalling

È da questi effetti che si comprende come il catcalling non sia altro che un ulteriore mezzo per imporre la prospettiva, il privilegio e infine il dominio patriarcale. E per sottrarre il corpo e la presenza alle donne, alle persone.

Insieme ad altri meccanismi sistemici sessisti e opprimenti, riduce le donne, le persone da soggetti con una propria inalienabile dignità e libertà umana a oggetti che dovrebbero soltanto «ringraziare e sorridere per questi complimenti» (non richiesti). Perché questa è la sola e autentica validazione che meritano. L’unica condizione possibile.

catcalling

#perduefischi è la campagna di sensibilizzazione sul tema del catcalling lanciata da Parte del discorso.

Noi di Parte del Discorso abbiamo deciso di lasciare che le voci delle persone che hanno subìto catcalling trovassero spazio, perché è decisamente arrivato il momento di non voltarsi dall’altra parte. Le voci sono diventate parole scritte, impresse in uno spazio dedicato perché, se ci tolgono parola, noi ce la riprendiamo con ogni strumento possibile.

Questo è il catcalling raccontato da chi lo ha vissuto, senza filtri e senza distorsioni. Non è il politicamente corretto, è la violenza e l’oppressione sistemica e va raccontata senza paura.

#Perduefischi: il catcalling nella testimonianza di Francesca Garofalo

Camminare per strada o andare in giro per i negozi e provare una sensazione di avere gli occhi addosso. A prima vista un’affermazione del genere può suscitare le risposte «Sei paranoica, hai le manie», poi ti accorgi che agli sguardi seguono fischi e commenti inopportuni.

Perché? Probabilmente il motivo sta nel fatto che un giorno ti sei svegliata con l’idea di indossare la tua gonna a campana, la maglia aderente che adori o magari un semplice rossetto rosso. A me è capitato spesso durante l’adolescenza e gli studi universitari. E no, non è una bella sensazione, specie quando devi attraversare una parte della città alle 6.00 del mattino al buio pesto per prendere l’autobus e andare all’Università.

Quando si sostiene che il catcalling sia un complimento, si scredita automaticamente chi non l’ha mai subito. Come se avesse fallito nell’adeguarsi a fantomatici canoni di bellezza, nell’essere all’altezza dello sguardo maschile.

Vai a passo spedito, a testa bassa e ti auguri che il bar accanto sia aperto o magari ci sia qualcun altro ad aspettare alla fermata con te. Azioni estreme per una situazione estrema. Il tempo è passato ma fischi, sguardi e commenti restano e ne collezioni di nuovi, l’ultimo mentre vai al lavoro alla luce del sole. Eh sì, perché il catcalling non conosce né giorno né notte, ma oscurità di pensiero e di abitudini.

Francesca Garofalo

#Perduefischi: il catcalling nella testimonianza di Matilde Mancuso

Tra amiche è quasi normale raccontare dell’ennesima molestia verbale subita. Ognuna di noi potrebbe citare numerosi esempi, che sono rimasti impressi nella nostra memoria.

Ricordo quando, in pieno giorno, stavo uscendo dalla stazione per raggiungere un’amica e un uomo mi urlò «Sei proprio una t**ia con quella gonna!» e altri commenti poco gradevoli (insomma, sessisti). In quel momento fisicamente proseguii, ma mentalmente mi ero bloccata. Non andava bene quella gonna? Forse avrei dovuto prestare più attenzione? Ma in fondo, cosa c’era di male? Era un complimento no? Avrei dovuto apprezzarlo. E il sentimento che arrivò dopo fu quello di sconfitta, per non aver potuto ribattere. Qualcuno ha pure il coraggio di dire «e perchè non gli hai risposto?», senza capire che in certi casi vuoi solamente allontanarti subito.

catcalling

#perduefischi Cristina Iorno si è sentita sporca.

Ti fa sentire così, il catcalling: sbagliata, impotente, perfino stupida. Quando invece tu sei solo la vittima e chi dovrebbe sentirsi così è l’uomo. Un’altra volta, un uomo ubriaco mi seguì fino a casa, e lì la paura prese il sopravvento, perché oltre ai commenti potrebbe esserci altro. E magari pensi anche «Ma se sono pure brutta?».

Poi si realizza che non importa come appari, tenendo conto che la bellezza è soggettiva, gli uomini ti vedranno sempre allo stesso modo: carne da macello. Che tu indossi una minigonna, una tuta, un vestito lungo, una camicia, che tu sia alta, bassa, non cambierà mai nulla. Dovrai sempre sopportare l’uomo di turno che ci tiene a comunicarti che ti porterebbe volentieri a letto, che sei stupenda vestita così, che ti meriti quattro fischi. E no, non è piacevole nemmeno sentirsi dire «Sei carina» da uno sconosciuto in mezzo ad un treno. Se volete approcciare una donna in questi modi, non fatelo. Perché è una violenza, e perché è così che ci farete sentire.

Matilde Mancuso

#Perduefischi: il catcalling nella testimonianza di Anna

Provo raramente rabbia. Tanto raramente che mi viene difficile ripensare ai momenti della mia vita in cui sono stata sinceramente arrabbiata. Uno di questi risale a un paio di estati fa, quando tornavo a casa dopo un lungo periodo di assenza. Ero con la mia ragazza, e non vedevo l’ora che potesse vedere la mia città, di cui le avevo parlato così tanto.

Napoli, assolata e affollata, come tutte le estati, di persone, di lingue e di colori. Io e la mia ragazza ci teniamo per mano, lei d’italiano non capisce una parola. Un ometto tarchiato sulla sessantina si sente in diritto di avvicinarsi e, con un sorriso ironico stampato sulla faccia, inizia a chiedermi se stiamo insieme. Continua con domande poco gentili e inizia a seguirci. Non sono spaventata, ci sono tante persone intorno, è pieno giorno. Mi innervosisco, ma non gli rispondo. Vorrei farlo, nella maniera più volgare che mi riesce, ma so che non servirebbe a nulla, allora mi allontano.

Ogni volta che una donna prova a denunciare pubblicamente un problema, viene additata come isterica o furiosa. Si cerca poi di sminuirla in tutti i modi; alla fine la si schernisce così: «va bene, hai ragione tu».

In treno, al ritorno, quel tenersi per mano, innocente, e un bacio a stampo, innocente ma di troppo, basta a scatenare un’erezione all’uomo seduto di fronte a noi in pantaloncini da tuta, che non fa nulla per nascondersi, e che anzi inizia a toccarsi come fosse normale. Ce ne andiamo, disgustate.

Il giorno dopo, su quello stesso treno, nello scompartimento tra i vagoni tenersi per mano significa che un vecchio sdentato senta il bisogno di chiederci chi di noi sia «il maschio». A lui rispondo, gli spiego non c’è un maschio. Lui ignora la risposta e continua a ridere senza denti, a fare commenti. Inizio a urlargli contro, oramai non ne posso più. Esasperata, scoppio a piangere. La gente si gira, non fa nulla. Mi piace pensare non abbiano sentito: la circumvesuviana sa essere imperdonabilmente rumorosa. Solo due tedeschi accanto a noi hanno sentito. Una coppia, e lei parla italiano. Mi chiede conferma di quello che è successo. Al mio annuire tra le lacrime, gli urla un «vaffanculo» duro, che mi fa sentire meno sola.

Tre episodi e tre cose in comune:

  1. Erano tutti uomini.
  2. Mi hanno fatto sentire arrabbiata, e io non mi arrabbio quasi mai.
  3. Ci stavamo solo tenendo per mano.

Anna

#Perduefischi: il catcalling nella testimonianza di Annalia Leone

Ricordo con chiarezza un unico episodio in cui ho subìto catcalling, perché mi ha particolarmente spaventata.

Ero uscita con una mia amica. Dopo aver cenato assieme ci siamo dirette alla macchina per tornare a casa. Mentre stavamo attraversando il parcheggio siamo passate di fianco a un gruppo di ragazzi probabilmente della nostra età, o al massimo poco più grandi. Fin da quando si sono accorti che stavamo per passare loro di fianco, hanno cominciato a guardarci con insistenza, sorridendo malignamente. Appena siamo passate loro di fianco hanno cominciato a fare commenti e richieste, rivolgendosi direttamente a noi; il contenuto delle loro parole l’ho rimosso dalla memoria.

Però mi ricordo benissimo quanto quel momento mi abbia terrorizzata, perché avrebbe potuto benissimo essere il preludio di un tentativo di violenza sessuale. Quanto mi abbia fatta sentire impotente e sopraffatta, perché se avessi risposto a tono, se avessi reagito, avrebbero potuto diventare più aggressivi e farci del male. Non sia mai che un complimento venga apertamente rifiutato. Quanto mi abbia fatta arrabbiare, perché non è concepibile che una persona possa sentirsi in diritto di dirmi certe cose in piena tranquillità e libertà, perché tanto il coltello dalla parte del manico ce l’ha lei (lui*). Perché io per lui non sono nessunƏ.

catcalling

#perduefischi Annalia Leone si è sentita frustrata.

L’unica cosa che sono riuscita a fare è stato un misero dito medio, mentre andavamo via in macchina, al sicuro.

Probabilmente non l’avranno nemmeno notato. Questo mi fa sentire scoraggiata, totalmente disarmata. Mi fa sentire disarmata il fatto che chi pratica e sostiene il catcalling lo consideri normale, qualcosa di cui ridere e poi scordarsi.

Non so quante volte io abbia subito catcalling. Non lo dico perché lo consideri un vanto, ma perché è una pratica estremamente diffusa, a cui veniamo socializzatƐ fin da piccolƐ. Fischi, urla, versi, squallidi commenti, clacson, occhiate insistenti fanno talmente parte della quotidianità, che quando sembrano quasi passare inosservati da chi li subisce. Quasi vengono considerati normalità. Appunto, quasi.

Non sono normali. Non è normale che siano considerabili normali. È ignobile cercare di farli passare per normali.

Avrò anche scordato tutti gli altri momenti esatti in cui ho subito catcalling, ma non ho mai scordato la sensazione di pericolo e vulnerabilità che provoca. Non è possibile scordarla, perché è ovunque, sempre.

Ogni volta mi dico che la prossima volta sarò più coraggiosa, più pronta, e che saprò rispondere a tono. Trovo disturbante rendermi conto di dovermi preparare all’idea di poter subire catcalling. Trovo disturbante il fatto che poi mi incolpo se non riesco a difendermi.

Come se il problema fossi io. Come se non avessi diritto a quello spazio pubblico.

Le donne, le persone non dovrebbero essere coraggiose nell’occupare e attraversare uno spazio che invece dovrebbero avere diritto di occupare in libertà e con tranquillità.

Annalia Leone

#Perduefischi: il catcalling nella testimonianza di Melissa Vitiello

Decidere di affrontare un argomento come il catcalling non dovrebbe essere difficile. D’altra parte, per molti il solo accostamento di un complimento urlato da una macchina all’idea di molestia, è fonte di divertimento, spesso di presa in giro. Eppure forse è il momento di svestire questo fenomeno della sua leggerezza. Perché per me, e per tante altre, leggero non è.

Non mi ricordo del momento esatto in cui ho cominciato a riflettere, a fare attenzione ai dettagli. Se prendo quella strada, ci sono quelli seduti fuori al bar. Fa caldo, però non posso avere le gambe scoperte. Sì, sto andando al mare, ma devo passare davanti alla tabaccheria e di primo pomeriggio per strada non c’è nessuno: vada per il vestito lungo. Devo salire sul treno, la stazione dove scendo è quasi sempre vuota, però sul marciapiede opposto potrebbe ricapitare quel ragazzo che passeggia con una sigaretta in mano, in attesa di incrociare qualcuna a cui dispensare complimenti. È di nuovo estate, sto tornando a casa, sono con un’amica, non mi ricordo come sono vestita perché alla fine non è rilevante, ci urlano apprezzamenti volgari da un motorino.

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#perduefischi Claudia Fontana si è sentita in colpa.

Come quella volta che ero seduta a parlare con un’altra amica su una panchina, di sera, la strada trafficata, è capitata la stessa cosa, lei ha fatto mostra del dito medio, il motorino si è fermato, ce ne siamo andate subito con la paura che scendessero e ci seguissero. È primavera ma fa freddo, sono al liceo, sto tornando a casa, due ragazzi in macchina rallentano e mi seguono per l’intero tragitto, fino a scoprire dove abito e a ripetersi l’indirizzo tra loro, soddisfatti.

Di recente ho avuto modo di discutere con un ragazzo secondo il quale bisogna distinguere tra molestie e quelli che lui definiva «complimenti maldestri». Ma la verità è che nessuno ha mai legittimato degli sconosciuti a richiamare la nostra attenzione per strada. Non è importante cosa facciano, cosa dicano, se prima si faceva così, non è importante se film e telefilm ci hanno fatto sognare tattiche di corteggiamento goffe, improvvise ma affascinanti. La realtà non è così. Il contesto è importante. Ed è una scelta che appartiene a me, a noi, quella di non essere importunate per strada. Le uniche voci che devono avere rilevanza sull’argomento sono le nostre.

Melissa Vitiello

#Perduefischi: il catcalling nella testimonianza di Guendalina Ferri

Non mi capita spesso di subire catcalling. Nell’immaginario comune, che si lega anche a questa espressione e che quindi rimanda a una forma di ‘calling’, il fenomeno implica un’emissione sonora, un fischio, un grido, un clacson.

Eppure c’è una variante silenziosa, e forse per questo più subdola – mi starò immaginando tutto?, magari esagero, è solo nella mia testa – nella quale mi imbatto piuttosto spesso: quelli che ti fissano. Che girano la testa, che ti squadrano, che rimangono a scrutarti senza dire niente se non con lo sguardo. Sull’autobus, per strada, in treno. E tu rimani lì, e guardi altrove.

Il catcalling non è altro che un ulteriore mezzo per imporre il dominio patriarcale. Riduce le donne da soggetti a oggetti che dovrebbero soltanto «ringraziare e sorridere per questi complimenti».

Se già quando ti fischiano rispondere a tono è difficile, in questo caso diventa quasi impossibile. Perché poi ti immagini cosa succederebbe dopo: ma che dici, non ti sto fissando. Sei paranoica, eh. Ti pare che guardo te. Stai esagerando. Che cazzo vuoi, oh? E pian piano diventano anche i tuoi pensieri, è quel che dici a te stessa: Stai esagerando, dai, che cazzo vuoi. Così finisce che spesso non dici niente. Ti alzi, cambi posto, allunghi il passo. Eppure la sensazione di quello sguardo ti rimane addosso a lungo.

Guendalina Ferri

#Perduefischi: il catcalling nella testimonianza di Virginia Ciambriello

Fischi, urla, «Quanto sei bella!», tutto normalizzato come se fossero complimenti che dovrebbero far piacere.

Uno di quei fischi però, me lo ricordo bene, talmente bene che se ci ripenso ho ancora paura. Camminavo per strada di notte con una mia compagna di università, stavamo tornando a casa e due uomini iniziano a fischiarci e farci apprezzamenti. Noi continuiamo a camminare ma dopo un po’ iniziano quei commenti indesiderati: «Ehi, dove andate a quest’ora?», «Siete sole, volete compagnia?». Ci affiancano e noi continuiamo a far finta di niente; hanno due bottiglie di birra vuote, in mano. La mia amica mi dice sottovoce: «Continua a parlare con me come se nulla fosse, tra poco cambiamo strada». Il sangue mi si è gelato, ho pensato: «Vorrei reagire, ma ho troppa paura di cosa potrebbero farci con quelle bottiglie».

catcalling

#perduefischi Virginia Ciambriello si è sentita impotente.

Non sono complimenti, non sono solo fischi e battute: camminare per strada con il dubbio che un uomo potrebbe fischiarti e seguirti, potrebbe arrabbiarsi per una tua reazione indomita ai suoi commenti, è qualcosa di disturbante. Disturba la mia necessità di essere sicura in strada, la mia volontà di avere una sfera personale che non deve essere oltrepassata.

Il catcalling non è mai un complimento, è un’espressione di potere. Ci delegittima come donne libere e ci fa arrivare persino a dubitare di noi e delle nostre scelte. Dovevo vestirmi meno scollata?, una fra le tante. Siamo stanche di essere delegittimate, non credute, siamo stanche che un fenomeno che ci mette a disagio venga normalizzato da uomini che non lo hanno mai vissuto ma probabilmente praticato. Siamo stanche.

Virginia Ciambriello

#Perduefischi: il catcalling nella testimonianza di Giulia Colato

Quando ci è stato proposto il progetto sono rimasta qualche minuto a fissare il vuoto e a pensare. Cosa potevo dire per scatenare qualche riflessione utile anziché far semplicemente annuire chi comprende fin troppo bene queste situazioni? Di quale episodio volevo parlare?

La scelta è ricaduta sull’ultimo episodio che mi è successo. Stavo camminando sul marciapiede in direzione del supermercato. La giornata era splendida e molte persone se la stavano godendo all’aperto. Ad un certo punto sento delle bici arrivare da dietro, così mi sposto di lato. Sento anche la voce di un ragazzino chiedermi di spostarmi nonostante l’avessi già fatto. Lui e i suoi amici avranno avuto circa 12 anni. Quando mi sorpassano uno di loro (immagino lo stesso che aveva parlato prima) mi manda dei baci mentre ringrazia, per poi riderne con i suoi amici.

«Ehi, dove andate a quest’ora?»
«Siete sole, volete compagnia?»
«Sei proprio una t**ia con quella gonna!»

Ho scelto questo episodio proprio perché scatena molte più domande di altri. Potrà sembrare una “ragazzata”, ma non è la prima volta che vedo dei ragazzini comportarsi in questo modo. Perché lo fanno? Dove l’hanno visto? Perché pensano che sia una buona idea? Non credo che sappiano davvero il significato di certi gesti, ma penso che loro siano tra gli esempi più visibili con cui si può capire il meccanismo del catcalling.

I ragazzi più giovani sono spesso alla ricerca di modi per comportarsi – e/o essere trattati – come adulti perché nella loro condizione di ragazzini non hanno potere. E se il catcalling è tra questi comportamenti, allora diventa molto più ovvia l’associazione tra questa pratica e la sensazione di potere che ne deriva. Diventa molto più ovvio che non si tratta di complimenti ma di un modo per elevare se stessi. E forse le ovvietà sono proprio ciò di cui abbiamo bisogno per riconoscere il problema.

Giulia Colato

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Attualità, cultura e confronto. Parte del discorso vuole rappresentare ogni lettore e renderlo partecipe al dibattito.

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