Storia: nome singolare e femminile - 6. Natalia Ginzburg

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Natalia Ginzburg è stata una delle personalità di spicco del panorama letterario e intellettuale italiano del XX secolo. Non solo fu autrice di romanzi, saggi, opere teatrali di successo e brillanti interventi su quotidiani e periodici (tra cui il Corriere della Sera, La Stampa e l’Unità), ma anche figura essenziale all’interno della casa editrice Einaudi, e infine deputato della Repubblica Italiana come membro indipendente nelle liste del PCI.

natalia ginzburg

«Forse mai una scrittrice ha saputo essere così femminile – ragazza, moglie, madre – in un senso così opposto a quello che s’intende di solito per “letteratura femminile” cioè all’abbandono lirico ed emotivo». Italo Calvino parlando di Natalia Ginzburg. Foto da internet

Come spesso purtroppo accade alle donne che pur hanno lasciato un segno importante e indelebile nella storia della quale sono state protagoniste, anche a Ginzburg viene riservato un posto subalterno rispetto agli uomini al fianco dei quali ha camminato e ai quali è stata legata in un rapporto di collaborazione, reciproco rispetto, sostegno e affetto (Leone Ginzburg, Cesare Pavese, Italo Calvino e Giulio Einaudi, solo per citarne alcuni).

Ripercorriamo le tappe fondamentali della vita di una delle più grandi voci del ‘900, la quale, grazie alla sua scrittura, è riuscita a restituirci un affresco del tutto personale, e allo stesso tempo veritiero, dell’Italia pre e postbellica.

Natalia Ginzburg: infanzia

Natalia Ginzburg, nata Levi, nasce a Palermo il 14 luglio 1916, ultima dopo tre fratelli e una sorella. I suoi genitori sono Giuseppe Levi, ebreo, professore di anatomia, e Lidia Tanzi, sorella di Drusilla Tanzi, la Mosca di Eugenio Montale. Natalia è una bambina timida, pigra, poco incline allo studio e con una fervida immaginazione. Vive un’infanzia felice, ma anche solitaria. Trascorre interi pomeriggi nel giardino della casa in via Pastrengo, stesa sul fondo della vasca vuota di una fontana a fantasticare sul suo futuro. Inventa storie, scrive racconti e romanzi, dialoga con “i noi”, una stirpe di nani insolenti e chiassosi, sui sudditi, che le tengono compagnia, le fanno dispetti, la fanno piangere, ma anche ridere.

Ancora bambina in una famiglia di adulti, Natalia osserva i personaggi che sfilano nel salotto di casa sua: da Turati alla Kuliscioff, dai fratelli Rosselli a Adriano Olivetti. E dal basso della sua condizione, con sguardo ingenuo e indagatore, studia ciò che la circonda. Per lei il mondo degli adulti è incomprensibile, l’unica cosa che è certa di capire, ascoltando le conversazioni dei suoi genitori e dei loro amici, è che “ovunque si annidavano segreti”. Da questo sguardo e da questa condizione nascerà Lessico famigliare.

Natalia Ginzburg: primi passi

Nel 1933 redige con una sua amica una piccola rivista Il Gallo, composta di una ventina di pagine. In questa rivista compare il breve saggio Dire la verità, una sorta di precoce manifesto di poetica:

Dire la verità. L’artista che scrive deve sempre sentirsi capace di questo. […] l’artista non scrive una frase perché è bella, ma perché è vera. E non è un artista chi sacrifica la propria verità per amore di una bella frase o una bella parola. […] egli dipinge il suo mondo, i suoi personaggi quali sono, e non quali vorrebbe che fossero. Se no i personaggi sono falsi, il mondo costruito è falso. […] Dire la verità. Solo così nasce l’opera d’arte.

Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg, ritratto. Foto da internet

Inizia a muovere i primi passi della sua carriera di scrittrice grazie alla mediazione di Leone Ginzburg che invia alla rivista Solaria una sua novella. Nel 1935 prende il diploma classico. Si iscrive alla facoltà universitaria di Lettere, ma non concluderà mai gli studi.

Natalia Ginzburg: Leone e la guerra

Le vite di Leone e Natalia si incrociano per la prima volta nel salotto di casa Levi. Per Natalia non sarà un colpo di fulmine, ma il loro amore è destinato a crescere nel tempo. Il 12 febbraio 1938 si sposano. Avranno insieme tre figli.

Allo scoppio della guerra Leone viene riconosciuto come persona pericolosa per la sicurezza dello Stato e internato con Natalia a Pizzoli. Qui Natalia Ginzburg scrive il romanzo-racconto La strada che va in città, firmato con lo pseudonimo Alessandra Tornimparte per aggirare le leggi razziali. Ricorderà quegli anni, nonostante le grandi difficoltà, come i più felici della sua vita.

Natalia ginzburg

Richiesta all’Istituto San Paolo per la riconsegna dell’ “alloggio al IV piano, sito in Torino, via Pallamaglio 11”. Foto da Le case e le cose

Davanti all’orrore della sua morte [di Leone Ginzburg] solitaria, davanti alle angosciose alternative che precedettero la sua morte, io mi chiedo se questo è accaduto a noi, a noi che compravamo gli aranci da Girò e andavamo a passeggio nella neve. Allora io avevo fede in un avvenire felice e lieto, ricco di desideri appagati, di esperienze e di comuni imprese. Ma quello era il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m’è sfuggito per sempre, solo adesso lo so.

Natalia Ginzburg: l’antifascismo

Nel frattempo Leone e Giulio Einaudi, nel 1933, avevano fondato una piccola casa editrice, destinata poi a diventare un punto di riferimento per tutti quegli intellettuali che si riconoscevano nei valori dell’antifascismo. E’ proprio in questo ambiente che Natalia viene in contatto per la prima volta con i maggiori rappresentanti dell’antifascismo torinese ed inizia ad impegnarsi nel campo facendo suoi quei valori.

Natalia Ginzburg

Ritratto di Natalia Ginzburg. Foto da internet

Natalia Ginzburg: Roma

Al crollo del regime fascista Leone e Natalia si trasferiscono a Roma, ma qua Leone, che aveva assunto la codirezione di un foglio clandestino, viene incarcerato a Regina Coeli. Muore nella notte tra il 4 e 5 febbraio 1944 a causa delle torture e dalle percosse subite. Prima di morire lascia un’ultima lettera d’addio, tra le più belle mai scritte per una donna amata, le cui raccomandazioni guideranno Natalia per il resto della sua vita.

La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori e scriva e sia utile agli altri. […] Attraverso la creazione artistica ti libererai delle troppe lacrime che ti fanno groppo dentro; attraverso l’attività sociale […] rimarrai vicina al mondo delle altre persone, per il quale io ti ero così spesso l’unico ponte di passaggio.

Natalia Ginzburg: il dopoguerra

Dopo la morte di Leone, inizia per Natalia Ginzburg il periodo più oscuro della sua vita. Deve imparare a convivere con l’enorme vuoto lasciato dall’uomo che più di tutti ha amato, tenta il suicidio, inizia un percorso di analisi, viene assunta presso la sede romana della casa editrice Einaudi. Nel 1950 sposa Gabriele Baldini e i due vanno a vivere prima a Roma e successivamente a Londra, dove la Ginzburg scriverà Le voci della sera.

Il 16 ottobre 1962 inizia la stesura di Lessico famigliare che termina prima di Natale. Il libro viene pubblicato nel 1963 e vince il premio Strega.

Natalia Ginzburg: la casa editrice Einaudi

Natalia Ginzburg è l’unica donna a sedere al tavolo di tutti uomini che si riuniva ogni mercoledì presso la sede della casa editrice Einaudi. Durante i mitici “mercoledì einaudiani”, che altro non erano che riunioni editoriali, un ristretto gruppo di redattori discuteva la linea editoriale, l’uscita di nuove collane, pubblicazioni di opere inedite, proposte di giovani scrittori e così via. Natalia, severa e puntigliosa, riesce ad emergere anche in quel contesto, per prendere le parti di libri o autori che lei reputava di valore.

Natalia Ginzburg: la raggiunta maturità

Negli anni successivi la pubblicazione di Lessico famigliare è chiaro che ormai Ginzburg ha raggiunto la sua piena maturità come scrittrice. Lessico famigliare segna la svolta nella sua produzione letteraria. L’autrice sceglie di abbracciare il genere autobiografico, di non inventare più delle storie e di parlare in prima persona mettendo sulla pagina i propri pensieri. Questa maturità artistica è sicuramente conseguenza di una raggiunta maturità e stabilità personale: la capacità di guardare con distacco i propri dolori, che pure non guariscono mai.

Dalla metà degli anni ’60 la Ginzburg si impegnata su più fronti. Molto importante è la sua collaborazione con i giornali grazie alla quale la voce, che per tanto tempo aveva tenuto nascosta dietro a quella dei suoi personaggi, ora è svelata: cristallina, ironica, tagliente, malinconica

Natalia Ginzburg: maestra

Però qualcosa è cambiato nel rapporto tra lei e la realtà circostante. Dagli anni del fervido antifascismo è passato un po’ di tempo. Leggendo il suo primo articolo, Noi e i nostri figli, pubblicato su La Stampa il 10 dicembre 1968, ce ne rendiamo conto. Ginzburg prende atto della mutevolezza dei tempi, dell’avvicinarsi della sua vecchiaia, e si dice incapace di capire il presente, che risulta esserle “incomprensibile” e “indecifrabile”.

L’autrice afferma l’impossibilità di sentirsi saggia. Questo non le preclude la possibilità di essere per i suoi lettori una “maestra”, una guida, lei che per tanto tempo aveva avuto il bisogno di essere sostenuta e indirizzata. Pur dichiarandosi sempre incapace di capire o fare, si dimostrerà pienamente consapevole di sé, ferma nelle sue idee e abilissima come sempre nell’analizzare il mondo che la circonda. Spazia tra i temi più vari: dalla critica cinematografica e televisiva, ai temi politici, dagli interrogativi esistenziali sulla vita e la morte, agli spettacoli teatrali e alla musica.

Natalia Ginzburg: ultimo periodo

Nel 1983 accetta di essere candidata alla Camera dei Deputati come indipendente nelle liste del Partito Comunista. Nonostante sia molto titubante, viene eletta. Memorabili per la loro chiarezza e brevità sono gli interventi che terrà nell’aula del Parlamento.

Natalia Ginzburg si spegne nella notte tra il 7 e l’8 ottobre 1991, nella sua casa di Roma, durante il sonno. Continua a lavorare fino a due giorni prima della scomparsa.

Natalia Ginzburg e il femminismo

Mettiamo le cose in chiaro: Natalia Ginzburg non si definiva una femminista. Se da una parte appoggiava le rivendicazioni del movimento, dall’altra se ne manteneva distante. La sua però è una lettura negativa del femminismo perché ne prende in esame l’ala più estrema: per questo mi sento di dire, una visione parziale.

Non amo il femminismo. Condivido però tutto quello che chiedono i movimenti femminili.
Condivido tutte o quasi tutte le loro richieste pratiche. Non amo il femminismo come
atteggiamento dello spirito… penso che tutte le lotte sociali debbano essere combattute
da uomini e donne insieme. […] [Il femminismo] parte invece dal presupposto che le donne,
benché umiliate, siano migliori degli uomini. Le donne non sono in realtà né migliori né peggiori
degli uomini. Qualitativamente, sono uguali.

Tuttavia è doveroso riconoscere alla Ginzburg il merito di essere stata una delle poche voci femminili (purtroppo) a spiccare in un mondo intellettuale e artistico dominato dagli uomini. Il suo merito più grande è stato forse quello di aver scritto di donne diverse, deboli e forti, tristi e spensierate, lunatiche e allegre, ma tutte, nessuna esclusa, in costante tensione verso un futuro migliore. Il merito di aver mostrato lo slancio, il coraggio delle donne, a prescindere dagli esiti.

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Harold Bloom, J. M. Coetzee, Aldous Huxley e Natalia Ginzburg, illustrazione di Fernando Vicente Sánchez. Foto da internet.

Natalia Ginzburg: “voglio scrivere come un uomo”

Una delle affermazioni che mi hanno più colpito di Natalia è quando disse che da giovane desiderava «terribilmente scrivere come un uomo» e di aver avuto «orrore che si capisse che ero una donna dalle cose che scrivevo». Scrivere come un uomo significava, per lei, scrivere col distacco, con freddezza di sentimenti.

Questa dichiarazione potrebbe apparire fuorviante e ambigua. Si deve tener conto che Ginzburg scrive in un’epoca in cui poco spazio era concesso alle donne. Forse con queste parole Natalia manifesta semplicemente il timore di una donna che deve lottare per ciò che le spetterebbe di diritto per i suoi meriti e il suo talento.

Infatti molti anni dopo, in una intervista, dirà:

Con gli anni ho capito che la condizione di donna deve essere accettata da uno scrittore, non si può scrivere sentendosi diversi da quello che si è, fingendo di essere diversi.

Natalia Ginzburg e l’intelligenza fisiologica

A parer mio la forza di Natalia Ginzburg, che ancora oggi la rende un’autrice più che attuale, è stata quella di esprimersi, sia nei suoi romanzi che nei suoi articoli, in un modo completamente nuovo e fresco, manifestando un punto di vista unico. Cesare Garboli parlava a questo proposito di “intelligenza fisiologica”:

Un’intelligenza che viene articolata chiaramente, organizzata razionalmente quanto più ne vengono esaltati, al contrario, gli originari connotati primitivi e emotivi, le oscure e aggrovigliate premesse passionali. L’impressione non è quella di un pensiero infantile o “naif”, ma di un pensiero il cui pigro organismo, attraversato da intuizione e concatenazioni fulminee, sia costretto a risvegliarsi e a uscire da un lunghissimo letargo. A ogni richiamo la femminilità si scuote, capricciosa e imperiosa, e si traduce in una forza intellettuale in sé e per sé, in un’arma che impone le sue leggi.

Natalia Ginzburg: “una giusta”

Così Rossana Rossanda definiva Natalia: “una giusta”. Senza entrare nel merito di questa affermazione, che più di mille altre parole descrive al meglio ciò che Natalia Ginzburg è stata e continua ad essere, vi lascio con la speranza di aver acceso in voi una piccola scintilla di curiosità che vi porti alla riscoperta dell’opera e del pensiero di questa grande Autrice.

Fonti

Oriana Fallaci, Gli antipatici, Rizzoli, Milano 2014.
Leone Ginzburg, Lettere dal confino 1940-1943, a cura di Luisa Mangoni, Einaudi, Torino 2004.
Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi, Torino 2018.
Sandra Petrignani, La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg, Neri Pozza Editore, Vicenza 2018.
Domenico Scarpa, Per un ritratto di Natalia Ginzburg, «Griseldaonline» 16 (2016-2017).
Domenico Scarpa, Le strade di Natalia Ginzburg, in Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, a cura di Domenico Scarpa, Einaudi Tascabili, Torino 2015.

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Ilaria Murali

Classe 1998, laureata in Lettere Moderne a Perugia, ora studentessa di Italianistica presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. A parte il terzo rewatch di Friends, non ho ancora realizzato nulla nella vita da poter scrivere nella bio. Amo la letteratura, il cinema e la musica: originale direte! Ascolto Katy Perry, ma anche gli Smiths. Il mio film preferito è La La Land e nessuno mi farà cambiare idea. Scrivo per smuovere "quella specie di ovo sodo dentro, che non va né in su né in giù".

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