Storia: nome singolare e femminile - 7. Partigiane italiane

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La storia di oggi non parla di un singolo individuo, ma di un insieme di donne: le partigiane italiane. Troppo spesso ci aspettiamo che delle persone eroiche salvino il mondo al posto nostro mentre dovremmo ricordarci che ognuno di noi ha delle responsabilità all’interno della collettività. La storia della Resistenza femminile racconta di gesta eroiche e di persone straordinarie, ma soprattutto di collettività, condivisione, ideali, libertà ed emancipazione.

Sì, stiamo per aprire una pagina di storia indubbiamente fichissima.

Prima delle partigiane italiane: donna schiava …

Dal 1924 al 1943 l’Italia è una dittatura fascista. No, LVI non ha introdotto la pensione [1], non ha creato la tredicesima [2], non ha bonificato grandi quantità di terre [3]. E no, i treni non arrivavano in orario [4].

E le donne? Come se la passano durante la dittatura fascista? Durante il Ventennio si dice che «le donne debbono tenere in ordine la casa, vegliare sui figli e portare le corna» e che «lo scopo della vita di ogni donna è il figlio. La sua maternità psichica e fisica non ha che questo unico scopo».

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Com’è la donna fascista? Con la testa bassa accudisce bambini e via. Foto via internet.

Senza giri di parole possiamo dire che durante il fascismo viene portata avanti una politica antifemminista. Per una serie di motivi non particolarmente condivisibili o acuti, Mussolini pensa che una nazione sia tanto più forte quanto più numerosa. La donna è così considerata solo per la sua funzione riproduttiva, come se fosse un’incubatrice vivente. Diritti delle donne, rispetto e parità di genere non vengono mai presi in considerazione durante il Ventennio. Anticoncezionali, aborti o educazione sessuale non esistono.

 

Prima delle partigiane italiane: ignoranti e disoccupate

Nel concreto come sono e cosa fanno le donne durante il regime fascista? Tendenzialmente sono ignoranti e disoccupate e, se tutto va bene, fanno figli. Meglio se maschi.

Secondo la Riforma Gentile le donne possono studiare solo alcune materie e in generale il proseguimento agli studi è disincentivato [5].

Le  donne inoltre non se la vedono bene nemmeno in ambito lavorativo. Come dice Miriam Mafai, «negli uffici pubblici il personale femminile non poteva superare il 10% del personale complessivo. Quindi non c’era nessuna forma di uguaglianza». Tina Anselmi ricorda che «durante il fascismo la donna poteva essere licenziata se si sposava o se rimaneva incinta, non aveva accesso a tutte le professioni, non aveva sviluppo di carriera, non aveva parità previdenziale».

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Chissà cosa ci sarà scritto sull’agenda della massaia rurale? Figliare e stare zitta? Foto via internet.

Questo non deve nemmeno far supporre che la donna fosse almeno padrona della sfera casalinga. Secondo il codice Pisanelli infatti una donna non può portare avanti decisioni giuridiche o commerciali come atti legali, notarili o contratti senza il permesso del marito o del padre [6].

In definitiva nascere donna in epoca fascista significa firmare il contratto per una vita orrenda. E no, giuro che i treni non arrivavano in orario.

Le partigiane italiane: le donne esistono!

A un certo punto l’incompetenza di Mussolini diventa palese agli occhi di tutti. Per esempio quando trascina l’Italia nella guerra più deleteria di sempre. O quando pensa che il fez possa essere un cappellino decente.  L’8 settembre del 1943 il Gran Consiglio del Fascismo depone il Duce. Nel nord Italia viene creata la RSI, per gli amici la Repubblica di Salò.

Nel frattempo i partigiani (e le partigiane!) imbracciano le armi con l’obiettivo di cacciare una volta per tutte i fascisti dall’Italia. Dopo mirabolanti peripezie, sbarchi in Normandia e amichevoli riunioni a Casablanca, la WWII finisce. Intanto Mussolini raccoglie tutto il suo eroismo e la sua onestà e scappa. O almeno ci prova. Viene infatti catturato, fucilato a Dongo e appeso come una salame Piazzale Loreto. L’Italia è finalmente libera.

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Nel 1943 vengono fondati i gruppi di difesa della donna (GDD) con l’obiettivo di coinvolgere le donne nella Resistenza e di dar loro maggiore consapevolezza civica. Foto via internet.

In tutto questo marasma, dove sono le donne? La guerra, ben si sa, è un affare da uomini e non di certo da femminucce. Le donne hanno dunque passato il tempo a piangere per i mariti al fronte? Hanno trascorso gli anni della guerra a pulire il moccio dei bambini?

No. In primo luogo le donne occupano le posizioni lavorative lasciate vuote dagli uomini che erano andati a farsi ammazzare al fronte. Donne e ragazze lavorano così nei campi, nelle fabbriche e nei pubblici impieghi. In questo modo, in barba alla propaganda maschilista fascista, la popolazione femminile si rende conto di poter fare tutto ciò che gli uomini facevano.

In secondo luogo le donne hanno le scatole piene del fascismo e decidono così di combattere. Con i morti e la violenza degli occhi, scelgono di scendere in campo. No, non avevano paura di rompersi le unghie.

Le partigiane italiane: una Resistenza invisibile?

Siamo abituati e abituate a pensare alla Resistenza come una faccenda da uomini perché, ben si sa, i maschi combattono, le femmine piangono o al massimo curano i soldatini feriti. Eppure non è così.

Secondo l’ANPI possiamo parlare di 35.000 partigiane combattenti e di 20.000 con funzioni di supporto. 512 donne sono state commissarie di guerra, cioè ufficiali incaricate di supervisionare un’unità militare. Ricordiamo 4563 donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, 2900 giustiziate o uccise in combattimento, 1700 ferite, 623 fucilate e cadute. Irma Bandiera, Carla Capponi, Iris Versari sono solo alcuni dei nomi che devono essere ricordati. No, la Resistenza non è solo un affare da uomini.

Le donne prendono parte ai GAP (gruppi di azione patriottica) e ai SAP (squadre di azione patriottica). 70.000 donne aderiscono ai Gruppo di Difesa della Donna, un’organizzazione «aperta a tutte le donne di ogni ceto sociale e di ogni fede politica o religiosa, che volessero partecipare all’opera di liberazione della patria e lottare per la propria emancipazione [7]»

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Benché gli stereotipi di genere siano ancora forti nelle nostre testoline, i numeri parlano chiaro: secondo l’ANPI possiamo parlare di 35.000 partigiane combattenti. Foto dall’archivio ANPI di Grosseto.

Quale contribuito può portare una femmina alla Resistenza? I partigiani avevano forse bisogno di divise ricamate, di polpettoni della domenica o di scarpette all’ultima moda? Tra le donne della Resistenza c’è chi cucina, cuce e lava per i compagni. C’è anche chi si occupa di reperire beni di prima necessità come indumenti, cibo e medicinali. Alcune donne si impegnano nel primo soccorso e tengono i contatti con medici e farmacisti.

Altre si occupano della stampa di materiali di propaganda, distribuiscono volantini, attaccano manifesti, organizzano scioperi, manifestazioni, boicottaggi. C’è inoltre chi trasporta e raccoglie armi, munizioni, esplosivi. C’è da chiedersi cosa sarebbe stato della Resistenza senza tutto questo.

Le partigiane italiane: emancipazione e Resistenza

Le donne sono particolarmente abili a fare le staffette, ossia trasportano informazioni importanti e segrete da una brigata all’altra. Percorrono chilometri in bici, a piedi, su carri bestiame, non armate, con messaggi nascosti negli elastici delle gonne. Tra la pioggia e il vento, sotto bombe e mitragliatrici, le staffette sono le responsabili del coordinamento delle azioni militari della Resistenza. Nella maggior parte dei casi avevano meno di 18 anni.

A un certo punto le donne vogliono anche imbracciare i fucili per far piazza pulita dei fascisti. Alcune entrano nella Resistenza per vendicare un padre o un fratello, ma in fondo c’è molto di più. Dopo anni passati a sentirsi dire che se fossero stati maschi, avrebbero potuto fare ben altro, le donne hanno qualcosa da dimostrare. Resistenza ed emancipazione femminile si intrecciano: «ognuna l’ha fatto perché voleva sentirsi libera [8]».

Inizialmente gli uomini non vogliono femmine tra i piedi perché tutti sanno che le armi sono cose da uomini, le donne si impressionano a vedere il sangue e piangono se si sporcano il vestitino, giusto? A ben pensarci poi «riconoscere alle donne la possibilità di esercitare la violenza armata avrebbe significato riconoscere un’uguaglianza di genere [9]» e di certo il mondo non era ancora pronto.

Negli anni Quaranta infatti l’idea di una donna armata sembra decisamente stridente. Eppure la presenza dei fascisti sul suolo italiano faceva ben più male e in tempi di guerra ci sono delle precise priorità. Così le donne imbracciano le armi, combattono, in alcuni casi diventano capi squadra, dirigono le brigate e in generale «si resero utili, combatterono, fuggirono per la loro vita, conobbero strazi e orrori e terrori sopportandoli quanto gli uomini [10]».

Perché una donna deve essere (ancora) antifascista?

La Resistenza delle donne oggi è poco nota perché gli stereotipi di genere sono indubbiamente forti e non tollerano l’esistenza di una donna che combatte e che si autodetermina. Inoltre dopo il ’45 le donne hanno dovuto lottare e sputare sangue per non ritornare ad essere un angelo del focolare. La Resistenza delle donne è stata allora inutile? Resta solo un bel capitolo della storia italiana? Perché dobbiamo ricordare anche la Resistenza delle donne?

Il problema è che il fascismo non è un concetto legato solo ad uno specifico momento storico, ma è un insieme di idee ancora ben presenti nel mondo di oggi.

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Le idee fasciste sono ancora ben radicate nel mondo contemporaneo. Non è più il momento di imbracciare le armi, ma non dobbiamo di certo abbassare la guardia o retrocedere. Foto via internet.

Il fascismo è nella violenza esasperata, nell’odio razziale, nel machismo, nel mito del manganello, nel dito puntato contro neri, rom e ogni tipo di minoranza, negli slogan accattivanti e vuoti, nelle grida di chi non ascolta,  nella chiusura, nel populismo, nella manipolazione delle informazioni, nell’omofobia, nel patriarcato, nel maschilismo, nell’oppressione della donna.

Il fascismo, in definitiva è presente nella vita di tutti i giorni ed è una minaccia costante per ogni essere umano e ancor di più per le donne.

Ricordare la Resistenza e in particolar modo quella femminile è di fondamentale importanza perché, significa sottolineare quanto i diritti umani, la libertà e la parità tra tutti gli esseri umani, donne incluse, siano valori tanto alti quando non sempre scontati. Per questo motivo non possiamo permetterci di abbassare la guardia.

Del resto, sta a noi far fischiare ancora il vento.

Note

[1] Il primo sistema pensionistico è del 1895.

[2] La tredicesima per tutti i lavoratori e lavoratrici è del 1960.

[3] Mussolini ha bonificato circa il 6% delle terre che aveva promesso.

[4] Si diceva che i treni durante il Ventennio arrivassero in orario, ma era semplicemente propaganda.

[5] Piero Morpurgo, La Riforma Gentile allontana dalla scuola i poveri e le ragazze. https://www.academia.edu/31531360/1924_LA_RIFORMA_GENTILE_ALLONTANA_DALLA_SCUOLA_I_POVERI_E_LE_RAGAZZE

[6] https://it.wikiversity.org/wiki/L%27Autorizzazione_Maritale_nel_Codice_Pisanelli

[7] http://lombardia.anpi.it/voghera/donneresistenza/donneresistenza.htm

[8] https://www.vice.com/it/article/8qpnnb/libere-documentario-donne-della-resistenza

[9] https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2019/04/25/donne-resistenza

[10] Fenoglio, Il partigiano Johnny

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Giulia Mauri

Giulia Mauri

Giulia Mauri è laureata in lettere e insegna alle scuole medie. Si dice sia nata da una malsana mescolanza tra South Park, Nirvana, Cowboy Bebop, Moravia, Pavese, Bojack Horseman e tante cose belle. Troppo pallida, oscenamente timida, fortemente introversa, talvolta sarcastica. Ama i fumetti, l'animazione, i cani e la montagna.

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