Il diritto di lamentarsi è andato a male in pandemia?

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Tra le innumerevoli cose che ci sono state tolte con questa pandemia rientra inesorabilmente il diritto di lamentarsi. Mi sta capitando sempre più spesso che si reagisca negativamente alle mie lamentele, quando esprimo il mio dolore o la mia insofferenza. Tutto in virtù del fatto che potrebbe andarmi peggio. Che siamo nel bel mezzo di una pandemia mondiale, che devo cercare di guardare il lato positivo, che non serve a nulla lamentarsi sempre.

Ma è legittimo questo tipo di argomentazione, che sa tanto di positività tossica? Non si può aspirare a niente di meglio, solo perché potrebbe andare peggio? E si perde il diritto di lamentarsi se il proprio dolore appare insignificante agli occhi altrui?

diritto di lamentarsi

Ci siamo trasformati in cumuli di pensieri neri, raggomitolati in noi stessi, senza trovare il modo di dipanare la matassa. In foto il quadro Marcella di Ernst Ludwig Kirchner (1910).

Qualche settimana fa mi sono imbattuta in un post di Instagram di TLON. Il tema era La gara a chi sta peggio, ed esponeva i miei stessi dubbi in merito. Lamentarsi è diventato un lusso da quando siamo nella tempesta della pandemia. E’ un diritto scaduto, andato a male, fuori tempo massimo. In confronto a quello che sta succedendo intorno a noi, la sofferenza individuale diventa facezia. E non le si lascia più spazio.

Il dilemma sollevato da TLON sfonda una porta che prima era aperta. Una porta che chi ci vuole omologare e silenziare sta chiudendo con la chiave della crisi del Coronavirus.

Il lamento dell’essere umano per il proprio dolore e la propria insoddisfazione deve avere riconoscimento. Sia esso grande o piccolo, taciuto o urlato. In ogni tempo, in ogni luogo. Sia lo sfondo una pandemia, una guerra, una carestia, una crisi economica. In breve, eccovi il mio elogio del diritto di lamentarsi.

Il diritto di lamentarsi: il dolore dell’altro

De André cantava che il dolore degli altri è un dolore a metà. La percezione che abbiamo della sofferenza dell’altro è il risultato di un filtro, di una scrematura. Normalmente, di fronte al dolore altrui si risponde col silenzio o con l’empatia. Il diritto di lamentarsi viene accettato, accolto, dato per scontato. Ma con la pandemia è cambiato anche questo.

Senti in fondo al tuo cuore
il dolore del ramo che secca,
del pianeta che si spegne,
della bestia ferita,
ma prima di tutto
il dolore dell’uomo.
Nazim Hikmet

La pandemia ci ha tolto il contatto con l’altro, rinchiudendoci nel nostro unico, personalissimo dolore. Le restrizioni e le limitazioni agli spostamenti hanno creato una prospettiva soffocante – il nostro sguardo non ha più campo per spaziare. E’ diventato sempre più difficile, sentire l’altro, comunicare, empatizzare. Ci siamo trasformati in cumuli di pensieri neri, raggomitolati in noi stessi, senza trovare il modo di dipanare la matassa.

Il diritto di lamentarsi: lo sfogo

In questi microcosmi esiste solo il nostro dolore. Un dolore soffocato, azzittito dal rumore di quanto accade nel mondo. Non vedi cosa sta succedendo? Potrebbe andarti molto peggio! Il problema del singolo diventa infimo. E il diritto di lamentarsi viene depennato, sotto il peso del dolore collettivo.

diritto di lamentarsi

Il diritto di lamentarsi cessa quando non si fa nulla per cambiare le cose. Ma finché si lotta, ogni grido, ogni pianto, ogni lamento meritano riconoscimento. In foto il quadro L’angelo caduto di Alexandre Cabanel (1868)

Ma basterebbe ricordarsi che il mare è fatto di tante onde: il mare della sofferenza è fatto di tante sofferenze, ognuna col suo motivo di esistere. Ognuna con il diritto allo sfogo e alla comprensione. Sfogarsi è una necessità emotiva, fisiologica quasi. Il diritto di lamentarsi non è un capriccio; il prezzo da pagare per le emozioni represse è il burn-out, la somatizzazione, la psicosi.

Lo sfogo è una catarsi, è una rinascita. E’ il grido del dolore e dell’insoddisfazione che lacerano l’essere umano dalla notte dei tempi. Perché mai poi tutte le lingue dovrebbero avere parolacce e imprecazioni, se lamentarsi non fosse una necessità umana? E non è forse lo sfogo un nuovo respiro, un modo per mettere un punto e ricominciare da capo?

Il diritto di lamentarsi: insoddisfazione e ambizione

La necessità di sfogarsi, il diritto di lamentarsi hanno origine in quello stato di perenne insoddisfazione che caratterizza l’essere umano. Nel profondo, c’è sempre quella spinta a cercare qualcosa di meglio, a spingersi più in là, a volersi migliorare. Questa spinta si chiama ambizione, e senza ambizione si resta ancorati al proprio piccolo mondo, in rassegnazione, senza prospettive, senza speranze.

Il nostro dolore viene soffocato, azzittito dal rumore di quanto accade nel mondo. Il problema del singolo diventa infimo. E il diritto di lamentarsi viene depennato, sotto il peso del dolore collettivo.

La spinta dell’insoddisfazione e dell’ambizione ha portato il genere umano a grandi invenzioni, scoperte, progressi. Se nessuno si fosse mai lamentato del peso dei carichi da portare, non avremmo avuto la ruota; senza lamentele sul freddo, non avremmo avuto il riscaldamento; se le donne nel corso della storia non avessero presentato le loro rimostranze, saremmo ancora molto indietro in materia di diritti.

Il diritto di lamentarsi cessa quando non si fa nulla per cambiare le cose, questo sì. Ma finché si lotta, col sudore e col sangue, per conquistare una vita migliore, ogni grido, ogni pianto, ogni lamento meritano riconoscimento. Anche se in pandemia vogliono convincerci del contrario. Ogni dolore è valido, non ha una data di scadenza.

Il diritto di lamentarsi non potrà mai essere un diritto andato a male.

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Cristina Iorno

Cristina Iorno

Cristina ama le lingue come se fossero persone. O forse le ama perché, proprio con le persone, la mettono in contatto. Per mantenere viva la sua storia d'amore con inglese, tedesco e spagnolo, Cristina si serve di libri, viaggi, film, serie tv e canzoni. Dopo aver vissuto in Germania, Polonia e Spagna, e aver girato in lungo e in largo, si sente più che mai una cittadina del mondo. Crede nell'amicizia, nel valore della semplicità e nel destino, tant'è che Serendipity è una delle sue parole preferite. Ambientalista in erba, Cristina colleziona cartoline di tutti i posti che è riuscita a visitare e spera di raccoglierne presto da tutti i continenti.

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