Pietro Aretino, ovvero di sonetti peli pubici e condanne a morte

0

Pietro Aretino. Un personaggio di cui avrete forse letto di sfuggita il nome sul libro di letteratura del liceo. Un paio di pagine magari legate alla sua vita – come ogni libro di testo scolastico – e forse una o due sue opere, magari un sonetto. Certo è che di Pietro Aretino nessuno si ricorda mai nulla. Perché è un personaggio che ha contribuito a fare la storia dietro le quinte, mai in prima fila.

«Mi dicono ch’io sia figlio di cortigiana; ciò non mi torna male; ma tuttavia ho l’anima di un re. Io vivo libero, mi diverto, e perciò posso chiamarmi felice. – Le mie medaglie sono composte d’ogni metallo e di ogni composizione. La mia effigie è posta in fronte a’ palagi. Si scolpisce la mia testa sopra i pettini, sopra i tondi, sulle cornici degli specchi, come quella di Alessandro, di Cesare, di Scipione. Alcuni vetri di cristallo si chiamano vasi aretini. Una razza di cavalli ha preso questo nome, perché papa Clemente me ne ha donato uno di quella specie. Il ruscello che bagna una parte della mia casa è denominato l’Aretino. Le mie donne vogliono esser chiamate Aretine. Infine si dice stile aretino. I pedanti possono morir di rabbia prima di giungere a tanto onore»

Io vivo libero, mi diverto, e perciò posso chiamarmi felice. Basta questo, forse, a rendere l’idea del tipo di animus che dava vita a Pietro Aretino. Un uomo nato proprio nell’anno della fine del Medioevo e in quello della nascita del Rinascimento.

Pietro Aretino

Pietro Aretino, Sonetti Lussuriosi. Foto da Internet

Pietro Aretino: figura scomoda

Senza figurarmi come colei che vuol fare lezione di letteratura, possiamo provare a riassumere la vita di Pietro Aretino con qualche passaggio. Figlio illegittimo, amante della vita, della lussuria e delle parole. Anche del sesso. Il Divin Aretino, nel primo ventennio del 1500, si ritrova con due condanne a morte da parte di Papa Adriano VI e Clemente VII. E sopravvisse a entrambe egregiamente.

Certo è che di Pietro Aretino nessuno si ricorda mai nulla. Perché è un personaggio che ha fatto la storia dietro le quinte, mai in prima fila.

Pietro Aretino ci sapeva fare, non c’è che dire. Ci sapeva fare con i rapporti umani così come con le parole. Se non si fosse trattata di poesia pornografica ed erotica – sono due cose diverse che il poeta sperimenta ampiamente – forse la sua metrica, la sua capacità e la sua conoscenza sarebbero potute diventare oggetto di studio e base prescelta per i nostri libri di testo scolastici.

Pietro Aretino: non si può più dir nulla

Un po’ eccessivo è stata la prima cosa che ho pensato leggendo i suoi sonetti. Come se la sessualità e il desiderio espresso fossero da censurare in qualche modo. Pietro Aretino non conosce vergogna anzi, si esprime giocosamente. Ma è una battuta, non si può più dir niente, è stato invece il pensiero scaturito dalla domanda: e se Aretino si esprimesse in questo modo, oggi? Ho immaginato le ondate anomale di richieste di rispetto da parte delle donne di ogni dove. Perché oggi forse mi inasprirei anche io.

Che poi, il Divin Aretino, non è che scrive cose mai sentite, anzi.

Per dare Ortensia gusto ad un suo amante e del suo corpo il più soave loco, il cul gli diè, ma con promessa avante che v’abbia a por del suo gran cazzo un poco. Quello non poté star così costante alle primarie furie di quel giuoco, tutto nel cul vel pose. Utrum Ortensia accusare lo possa di violenza?

Pietro Aretino

Scena erotica, opera di Édouard-Henri Avril, 1892, tratta dai Sonetti lussuriosi di Pietro Aretino. Foto da internet

Un po’ come dire: si è vestita con abiti succinti per dar piacere all’occhi – Dante in un modo o nell’altro è sempre presente – ma siccome gli abiti erano succinti e l’uomo non poteva sottrarsi all’aumentare del piacere, alla fine l’ha violentata. Può la ragazza accusarlo di violenza?

Se, dunque, l’Aretino le avesse dette oggi queste cose, come sarebbe risultato? Inappropriato e un comico da cabaret di qualche locale fuori città dove ancora si fuma e ci si siede in tavoli unti e tondi. Lo immagino così. Se decontestualizzato, oggi forse sarebbero sonetti e poemi che in tribunale verrebbero usati come una giustificazione.

Pietro Aretino: all’epoca

All’epoca mia andavi anche fiera e te ne vantavi se qualcuno ti fischia a o ti gridava “a bona!”. Chi nasce negli anni ’60 nasce in un contesto come questo, con i fischi, i branchi e le gonne sotto al ginocchio che venivano trasformate in minigonne dietro l’angolo per andare a ballare.

Perché noi siamo le figlie di una generazione che ha lottato per il diritto alla parola e alla libertà di noi figlie. Non potete chiederci di parlare a voce più bassa, di lottare un po’ meno.

Un contesto, quello, in cui la libertà con l’altro sesso si stava scoprendo. Quelle dell’epoca mia, invece, sono quelle cresciute con un’infinità di stai attenta quando esci da sola e se devi tornare a casa da sola mettiti i pantaloni però. Quelle cresciute con il devi farcela da sola, guardati le spalle. Quelle cresciute con la macchina deve essere la tua, così non potrà lasciarti per strada se non gliela dai. 

pietro aretino

Le notti peccaminose di Pietro l’retino, locandina del film del 1972, di Manlio Scalpelli. Foto da internet

Forse è vero. I complimenti dei playboy noi non li sentiamo più se c’è chi non ce li fa più. Ma c’è da chiedersi come siano cambiati questi complimenti, cosa viene scambiato per complimento e in che modo viene detto. Torniamo così a Pietro Aretino in totale contrapposizione ai sonetti amorosi di Dante Alighieri, da un cul violato a metà a un benignamente d’umiltà vestuta. 

È difficile per la mia generazione riuscire a spiegare che fino a qualche anno fa era normale un approccio come quello di Aretino; un approccio che a un certo punto è risultato sgradevole, mostrando la pochezza di chi esordisce in quel modo e l’inutilità del gesto. Ci piace essere oggetto di desiderio quando guardiamo l’altro con desiderio. Non quando camminiamo dietro casa e non sappiamo se ci arriveremo.

Pietro Aretino: contestualizziamo

Aretino oggi verrebbe chiamato in qualche trasmissione e tornerebbe a casa ricoperto di pomodori. Le sue parole risulterebbero inopportune e fastidiose, nonostante si tratti dei pensieri inespressi della maggior parte delle persone.

Basta questo per non approfondire la sua conoscenza? Assolutamente no, anzi. Imparare a contestualizzare è forse una via di mediazione fra il dire troppo e il non dire affatto.

Allora perché non proseguire le lotte della generazione precedente anche in questo verso? Insegniamo ai nostri figli il contesto in cui è possibile esprimersi da vigliacchi longobardi boriosi e quando invece è preferibile tacere.

Perché noi siamo le figlie di una generazione che ha lottato per il diritto alla parola e alla libertà di noi figlie. Non potete chiederci di parlare a voce più bassa, di lottare un po’ meno.

About author

Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

No comments

Potrebbero interessarti

journal-2

Pennac e la dittatura teatrale della Parola

[caption id="attachment_6279" align="aligncenter" width="1200"]

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi