Body politics: la grassofobia & la bellezza come mito

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Che cosa sono i canoni di bellezza, se non una forma di politica del corpo? Il fisico ideale, il corpo perfetto, è un modello che cambia continuamente, risultando sempre inarrivabile. Non è forse questo uno strumento di controllo politico e sociale, di stigmatizzazione, di emarginazione? Leggendo Il mito della bellezza di Naomi Wolf e Fat Shame di Amy Farrell me ne sono fermamente convinta. Esistono delle body politics, delle politiche del corpo, del cui potere siamo consapevoli solo in parte. È arrivato il momento di diventarlo.

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Le body politics rappresentano il discorso politico imposto al corpo femminile, per rinchiuderlo, piegarlo, annullarlo e neutralizzarlo. Foto da Unsplash.

Perché cellulite, rughe e capelli bianchi sono motivo di vergogna per le donne, quando la loro comparsa è del tutto naturale? Perché una donna matura smette di essere desiderabile, mentre un uomo maturo diventa emblema di esperienza e fascino? Perché la credibilità di una professionista è sempre minata, nel bene o nel male, dal suo aspetto esteriore?

La risposta a tutte queste domande sta nelle body politics. Nel discorso politico imposto al corpo femminile, per rinchiuderlo, piegarlo, annullarlo e neutralizzarlo. Perché il corpo di un essere che sanguina per 5 e più giorni senza morire, è qualcosa di potente e inafferrabile, che l’uomo teme e ha sempre voluto sottomettere.

Body politics: il mito della bellezza

Nel suo libro omonimo, Naomi Wolf definisce la bellezza femminile come un vero e proprio mito. Wolf paragona i canoni di bellezza all’iron maiden (lett. vergine di ferro), un sarcofago rivestito all’interno di punte metalliche. Vi si rinchiudevano i condannati per torturarli, in una lenta agonia che portava alla morte. Secondo Wolf, il mito della bellezza è un’iron maiden che rinchiude la donna e la tortura, lasciandole poco se non nessuno spazio vitale.

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Secondo Wolf, il mito della bellezza è un’iron maiden che rinchiude la donna e la tortura, lasciandole poco se non nessuno spazio vitale.

Il mito della bellezza appartiene alle body politics, ed è forse quella più invasiva e pericolosa. Wolf identifica le origini storiche di questo mito con il boom economico e i movimenti di emancipazione femminile degli anni ’60. Sempre più donne avevano accesso all’istruzione e al mondo del lavoro. Per impedire loro di arrivare in alto e di diventare una minaccia per il genere maschile, serviva uno stratagemma.

E quale miglior modo, se non minando l’autostima delle donne attraverso il corpo? Creando standard di bellezza irraggiungibili, sempre volubili, costosi, rischiosi. Inventando un modello irrealistico di donna, sempre giovane, sempre perfetta, sempre in forma, sempre alla moda. Instillando nelle donne l’idea che ciò che le rende reali sia qualcosa di cui vergognarsi e per cui sentirsi indesiderabili.

 Il corpo grasso è oggi simbolo di decadimento interiore, morale, intellettuale, e se vogliamo spirituale. Essere grassi è diventato motivo visibile di emarginazione e di stigmatizzazione sociale.

Tali body politics hanno preso piede attraverso i media e la pubblicità. Attraverso foto ritoccate di donne reali coi loro difetti, attraverso la selezione di un unico modello di corpo tra migliaia di altri. Attraverso l’imposizione di una perfezione che non esiste, che cambia di decennio in decennio, che richiede enormi sacrifici. Attraverso un sistema, dunque, che toglie alle donne la possibilità di vedersi belle nella loro naturale e innata femminilità.

Body politics: una questione di tempo e di spazio

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Copertina del libro “Il mito della bellezza” di Naomi Wolf, nella versione originale. Foto da internet.

Naomi Wolf sottolinea come al corpo femminile venga tolto tempo e spazio. Lo spazio della carne di una donna che ama mangiare, che è voluttuosa, che è vitale, viene condannato. Il tempo del corpo che cresce e che cambia, che matura e invecchia, diventa motivo di rifiuto e disprezzo.

Le body politics contro le donne propongono canoni irreali e irraggiungibili. Impongono l’immagine di un corpo che non ha niente di sano, di vitale, di vero. Un corpo costretto a ridursi in uno spazio minimo, pena l’accusa di essere ciccione. Un corpo costretto a nascondere i segni dei cambiamenti ormonali, quali smagliature e cellulite, pena lo scherno. Un corpo costretto a congelarsi nelle fattezze di eterna adolescente, senza rughe o capelli bianchi, pena l’etichetta di vecchie e attempate.

Wolf propone innumerevoli esempi di professioniste licenziate o allontanate perché non più giovani o non più rispondenti agli standard della televisione o dei media. Come se il corpo femminile avesse una data di scadenza, e con esso la professionalità.

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Mostrando solo un certo modello di corpo, si insinua nelle donne l’idea che un corpo non conforme non sia desiderabile, mentre tutte le donne hanno in loro un’innata bellezza e femminilità. Foto da internet.

Nei canoni di bellezza maschile, capelli bianchi e rughe risultano affascinanti. Le donne, invece, da decenni imparano a vergognarsene. Secondo Wolf ciò accade perché una donna non più giovanissima, avendo maggiore esperienza e consapevolezza, rappresenta una spina nel fianco di quella cultura patriarcale che la vorrebbe sottomessa.

Il mito della bellezza mette in competizione per lo sguardo maschile le donne giovani con quelle mature. Anziché allearsi nella lotta al maschilismo condividendo esperienze e informazioni, generazioni di donne restano divise dall’invidia e dal timore reciproci.

Body politics: una sessualità estraniata

Un ulteriore scopo delle body politics è favorire il capitalismo tramite il consumismo. Il mito della bellezza mira a tenere lontani uomini e donne, creando una sessualità estraniata. Una sessualità e un’affettività che accrescono il senso di solitudine e producono consumatori accaniti.

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Oggettificazione del corpo femminile e sessualità estraniata sono parte fondamentale delle body politics. In foto, pubblicità di Dolce & Gabbana.

Attraverso la pubblicità e i media viene promossa l’immagine della donna oggetto e dell’uomo che la possiede. La dinamica mostrata è quella di preda e cacciatore, dove non v’è spazio per comunicazione, intimità, tenerezza. La promozione di determinati canoni fisici insinua l’idea che un corpo fuori da tali standard non sia desiderabile. Insinua la convinzione che un uomo di successo debba essere attratto da un certo tipo di donna, per essere riconosciuto e rispettato.

Il gioco delle body politics è fatto. Le donne investiranno tempo e denaro per rendersi il più possibile conformi a tale standard. Gli uomini si impegneranno a mostrarsi cacciatori, e a conquistare le prede che tale mito impone loro di desiderare. Così uomo e donna vengono tenuti lontani, in una mascherata dove nessuno dei due si mostra per com’è.

Le body politics contro le donne impongono l’immagine di un corpo corpo costretto a ridursi in uno spazio minimo, a nascondere i segni del tempo.

Per Wolf la soluzione è quella di una sessualità consapevole. Rivelando alle donne (e agli uomini) la capacità di seduzione che è innata di ogni corpo femminile, canoni a parte. Educando all’affettività nel senso di una vera intimità, in cui ci si ama e ci si accetta al di là di ogni imposizione sociale. Senza cacciatori né prede, senza oggetti né oggettificatori. In un incontro che vede due umanità ridotte all’essenza e piene di desiderio dell’altro.

Body politics: origine della grassofobia

In Fat Shame ho avuto modo di confrontarmi con il pensiero di Amy Farrell sulla vergogna di essere grassi. L’autrice individua le radici storiche e sociali della grassofobia nell’800, in piena età coloniale. In quell’epoca fece molto scalpore la figura di Sarah Baartman, che divenne famosa come la venere ottentotta. Si trattava di una donna africana che, resa schiava da un olandese, fu esibita come fenomeno da baraccone per via del suo corpo non conforme.

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Vignetta satirica dell’800 che raffigura Sarah Baartman. Foto da internet.

Il caso di Sarah Baartman, in un momento storico in cui la fisiognomica cresceva di importanza, finì per far associare la grassezza a caratteristiche negative. Essere grassi diventava automaticamente segno visibile di istinti primitivi, dell’appartenenza allo stato brado, non civilizzato. Baartman, in quanto nera, incarnava questi attributi, che furono traslati di conseguenza al corpo grasso.

Un’ulteriore passo avanti nella creazione delle body politics sul corpo grasso si ha con le rivolte delle suffragette. La critica alle donne che chiedevano il diritto di voto si rivolgeva spesso al loro aspetto fisico. Le suffragette venivano rappresentate come brutte, sciocche, indesiderabili e, spesso, grasse. Farrell spiega come il contrattacco delle suffragette sia stato in realtà controproducente. Proponendo a loro volta un’immagine della suffragetta bella, elegante e magra, esse non hanno fatto altro che rinforzare lo stigma verso il corpo grasso.

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Vignetta satirica che dipinge una suffragetta come grassa e indesiderabile. Foto da internet.

Body politics: il vero peso di un corpo grasso

Questo stigma si è perpetuato per circa due secoli, nella cultura americana e nell’europea, diventando parte delle body politics attuali. Il corpo grasso è oggi simbolo di decadimento interiore, morale, intellettuale, e se vogliamo spirituale. Essere grassi è diventato motivo visibile di emarginazione e di stigmatizzazione sociale.

Oggi il nostro sguardo condizionato ci porta a pensare immediatamente che una persona, una donna in sovrappeso debba avere necessariamente problemi di salute. Il nostro pregiudizio applica ancora una volta le body politics sui corpi altrui, senza andare oltre la scorza esterna. In Fat Shame, Farrell cita come diversi studi abbiano dimostrato che essere in sovrappeso non ha nulla a che fare con la salute – i valori di un corpo grasso possono essere ottimali anche senza un’effettiva perdita di peso.

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Copertina della versione italiana di Fat Shame, edito da Tlon. Foto da internet.

Lo stigma del grasso invece si ripercuote anche e sopratutto sulla salute mentale. Sulla vita privata, sulla sfera affettiva, sulle possibilità di carriera. Le persone e soprattutto le donne dal corpo non conforme vengono fatte sentire come un peso per la società, al di là di ogni possibile motivazione medica o salutare.

Solo diventando noi stessi consapevoli di questi pregiudizi infondati, possiamo rendere più facile la vita per chi sente il peso sociale di essere grassi. Dimenticando le body politics, cambiando lo sguardo e trattando ognuno con rispetto e dignità, a prescindere dal peso.

Body politics: bella da morire

Uno degli ultimi aspetti delle body politics che dobbiamo considerare sono i rischi per l’incolumità delle donne. Ne Il mito della bellezza, Wolf riconosce come il mito spinga le donne a un vero e proprio autolesionismo. Pur di apparire belle, esse sono disposte a tutto.

L’iron maiden rinchiude e tortura il corpo femminile col dolore della ceretta, della chirurgia plastica, della liposuzione. Le prova fisicamente e spiritualmente con diete e programmi detox altamente discutibili, anche fino all’anoressia. Soffoca il naturale respiro della loro pelle con prodotti di make up, a lungo andare dannosi.

Non si tratta di cura di sé, ma di terrore. Il mito della bellezza e lo stigma del corpo grasso instillano nelle donne il terrore di venire discriminate, disprezzate perché non conformi. Non importa se tali procedure comportano rischi per la salute (Wolf analizza numerosi casi in cui la liposuzione ha causato la morte) o per il benessere psicosessuale (una mastoplastica comporta la perdita della sensibilità di seno e capezzoli). L’importante è essere belle, belle da morire. Anche a costo della vita stessa.

Come abbiamo visto, le body politics annientano ogni giorno la donna con piccoli, subdoli espedienti. Togliendole spazio, tempo, amore nel vero senso del termine, gioia di vivere. Ma è dalla consapevolezza che deve partire la battaglia. Leggere Wolf e Farrell sul tema del discorso sul corpo è un ottimo modo per cominciare.

Body politics: Bibliografia

[1] Naomi Wolf, The Beauty Myth – How Images of Beauty are used against Women, Harper Perennial, 2002.

[2] Amy Farrell, Fat Shame: Stigma and the Fat Body in American Culture, New York University Press, 2011.

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Cristina Iorno

Cristina Iorno

Cristina ama le lingue come se fossero persone. O forse le ama perché, proprio con le persone, la mettono in contatto. Per mantenere viva la sua storia d'amore con inglese, tedesco e spagnolo, Cristina si serve di libri, viaggi, film, serie tv e canzoni. Dopo aver vissuto in Germania, Polonia e Spagna, e aver girato in lungo e in largo, si sente più che mai una cittadina del mondo. Crede nell'amicizia, nel valore della semplicità e nel destino, tant'è che Serendipity è una delle sue parole preferite. Ambientalista in erba, Cristina colleziona cartoline di tutti i posti che è riuscita a visitare e spera di raccoglierne presto da tutti i continenti.

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