Sembrava una felicità ma non lo era: come ci insegnano a riempire il vuoto

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Riempire un vuoto non serve perché è impossibile, l’unica cosa che siamo in grado di fare è rendere quel vuoto ancora più grande e spaventoso, un buco nero che ci inghiotte. Sembrava una felicità, di Jenny Offill e edito da Nneditore, ce lo dimostra molto bene.

I libri che leggo sono tutti libri che in qualche modo mi chiamano; per la libreria attuo lo stesso meccanismo, un libro deve chiamarmi perché possa sceglierlo.

Fra i panni umidi e i peli di Crosta cerco le conferme di cui ho bisogno. Il fatto che qualcuno mi dica insistentemente che devo convolare a nozze, che devo figliare, che devo cambiare casa, non porta altro che nervosismo nella mia testa.

Sembrava una felicità

Siamo diventati insofferenti a tutto, alla reciproca compagnia, alla fredda monotonia della notte scura e allo sgradevole sapore del cibo. Nel fisico, nella mente e forse nel morale ci stiamo deprimendo e l’esperienza mi dice che questa depressione andrà peggiorando. Pag.56-57 di Sembrava una felicità, di Jenny Offill, edito da NN editore. Foto di Ylenia Del Giudice

Sembrava una felicità: una porta sul contemporaneo

Un romanzo che risulta un ibrido fra un mémoire, un diario e un flusso di coscienza. Si scrive per bisogno, si dice.

Jenny Offill offre, grazie anche alla traduzione di Francesca Novajra, un quadro chiaro della vita di molte donne. La protagonista non ha nome, può adattarsi comodamente alla vita di chiunque, persino a quella di molti uomini.

Il mio piano era non sposarmi mai. No, io volevo diventare un mostro d’arte. Le donne non diventano mai mostri d’arte, perché i veri mostri d’arte si preoccupano solo d’arte e mai di cose terrene. Nabokov non si chiudeva nemmeno l’ombrello, era Vera che gli leccava i francobolli

Ruoli in qualche modo predefiniti per tutti, mogli mariti e artisti. Questa donna voleva altro per sé, poi invece si innamora, si sposa e ha un figlio. Lei non sembra esserci più nei suoi piani di vita. Questa donna scompare mentre cerca la felicità in qualcosa che non sembra appartenerle.

Sono storie che abbiamo iniziato ad accogliere con maggiore compattezza, scrutandone ogni particolare e cercando di accettarne ogni singola parte. C’è chi voleva fare il pediatra ma è diventato cardiologo perché il padre voleva questo; c’è chi ha scelto architettura perché i genitori hanno lo studio, ma se avesse inseguito la felicità sarebbe diventato un filosofo.

C’è chi, come la protagonista, si rende conto che qualcosa è andato storto.

Sembrava una felicità: il vuoto che occupa spazio

Frank Wilczec, nel suo trattato La leggerezza dell’essere, afferma: ciò che noi percepiamo come spazio vuoto è un mezzo potente la cui attività modella il mondo.

Un vuoto che non può essere colmato e che è vivo al punto di modellare ciò che lo circonda. Così come accade alla donna di questo ibrido letterario: si affanna per appigliarsi alla sua ambizione più grande che ha creato un vuoto, implosa per far spazio – voluto o no – a desideri realizzati con la speranza di tornare a essere felice.

Sembrava una felicità

Illustrazione di Laurindo Feliciano. Foto da Internet.

Nel testo, costruito con la paratassi che tanto prediligo, si percepisce pienamente non solo l’affanno per questa fantomatica felicità, ma soprattutto quel senso di inarrivabilità verso un punto indefinito. Si annaspa negli accadimenti, l’infestazione di cimici diventa motivo di nervosismo, il pianto della bambina fa impazzire questa donna che non ha ben chiaro cosa davvero vuole, cosa è in grado di accettare e cosa no.

C’è ancora un vuoto nel mio cuore. Pensavo che amare tanto due persone lo avrebbe riempito.

Cosa resta dopo aver realizzato questo? Questa donna non si arrende in alcun modo, non accetta di porre fine al suo sogno. O è ciò che vorrebbe riuscire a fare, cancellare quella cartella di Word e ricominciare?

Sembrava una felicità: il crollo e la ripresa

I singoli vanno a pezzi e con essi la coppia. Si sgretolano pian piano, cercano una soluzione. Lei che cerca di fare un lavoro che ama, scrivere; lui che ripone la sua insoddisfazione in un’altra donna più giovane.

Sembrava una felicità

Illustrazione di Laurindo Feliciano. Foto da Internet

Scatta la gelosia, il pensiero ossessivo, tutto porta allo stesso bug iniziale: amare qualcuno non riempie il tuo personale vuoto.

Il lettore non ha il tempo di fermarsi e cercare un colpevole. Non ci sono colpe in questo romanzo se non quella di aver scelto di seguire un progetto un po’ retrò e avvizzito, impolverato, che non si adatta alla struttura portante.

La Offill, fra una citazione di Keats e una di Singer, porta avanti pensieri e azioni che ci suonano familiari e che ci mettono paura, in qualche modo. Un campanello d’allarme che, per quel che mi riguarda, ha risuonato nella mia testa per giorni.

Si ha una ragionevole responsabilità in quanto lettori: il giudizio è negato. È richiesto, forse, solo l’ascolto di questa storia che dalla stessa seconda di copertina risulta una storia come tante, niente di speciale.

Nonostante ciò la Offill – e la sua traduttrice – riesce a toccare e a scavare in punti che non sono gli stessi per tutti. Un libro che diventa esperienza sensoriale, in questo caso.

About author

Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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