La scrittrice Marinella Fiume e la memoria delle donne siciliane

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Una tavola rotonda simbolo di uguaglianza, dove amazzoni invece di cavalieri, diventano portatrici di unicità, senza ricorrere a conflitti di prestigio o sgomitate per un posto a capo tavola. A sedere accanto a queste donne combattenti troviamo la scrittrice e studiosa siciliana Marinella Fiume. Essa è pioniera di un percorso fatto di memoria e simboli di donne siciliane appartenenti ad epoche differenti, che una società patriarcale ha condannato ad un sonno profondo. Sopite ma non vinte, queste figure femminili sono diventate per Marinella Fiume compagne di vita, tanto da essere le protagoniste del primo dizionario biografico Siciliane (2006).

Diffidate sempre dei libri troppo reclamizzati, di quelli venduti come un paio di scarpe o una maglietta griffata. Di quelli che sanno strizzare l’occhio al mercato e raccontano cose che la gente vuol sentire perché non vuole pensare.
-Marinella Fiume

Un’opera imponente, dal Medioevo ai giorni nostri. Protagoniste sono le donne siciliane. Incontriamo filantrope, scienziate, sindacaliste, mercantesse (per citarne alcune), che hanno fatto la storia della Sicilia e dell’Italia, e che in questo scritto esalano il loro primo respiro, grazie alla penna e all’ardore di Marinella Fiume. Donne risolute, dunque, rinvigorite da una donna altrettanto forte e combattiva.

Marinella Fiume: la scrittrice

Marinella Fiume

Marinella Fiume. Foto di Diletta Salafia.

Nata a Noto nel 1950, Marinella è un’esteta e appassionata della scrittura, che ha alimentato sin da bambina, favorita dalla madre e dalle zie insegnanti. Una passione che è sempre andata a braccetto con le battaglie sul fronte della legalità e della cultura, intraprese da docente di lettere e da sindaca di Fiumefreddo di Sicilia per ben due legislature.

La carriera letteraria della scrittrice, oltre al dizionario Siciliane comprende anche le pubblicazioni: Sicilia esoterica (2013), Di madre in figlia – Vita di una guaritrice di campagna (2014), La bolgia delle eretiche (2017), i racconti Ammagatrìci (2019), Le ciociare di Capizzi (2020), La memoria dei nonni (2021).

Marinella Fiume ci ha reso partecipi del suo percorso creativo fatto di gioia e salvezza, ricerca e fatica, delle sue opere letterarie e ha espresso il suo parere in merito allo scenario editoriale contemporaneo.

Marinella Fiume: le donne siciliane riportate alla memoria con studio e fatica

Marinella Fiume

Copertina del libro indagine di Marinella Fiume, Le ciociare di Capizzi, edito da Iacobelli Editore.

Le donne e le loro storie misteriose sono oggetto del suo studio. Come mai l’attrazione verso questi temi?

«L’attrazione per il tema delle donne si spiega con il fatto che esse sono state lungamente dimenticate dalla Storia. Quella Storia che le donne, ovunque nel mondo – anche in Sicilia – , hanno sempre contribuito a fare. L’attrazione per il mistero la definirei piuttosto interesse per l’universo simbolico. I simboli sono i resti più fecondi di una storia che viene da molto lontano e i cui significati spesso non riusciamo più a cogliere».

A Lei si deve il primo Dizionario Siciliane scritto nel 2006. Quanto sacrificio ha comportato la realizzazione di questo grande lavoro letterario?

«Il Dizionario Siciliane è stato davvero una grande fatica. Non esisteva niente di tutto questo prima e le fonti erano avare, non c’è quasi traccia di donne siciliane nei libri di storia. Si trattava di colmare un grosso vuoto, una profonda lacuna storiografica».

Molti scrittori e studenti attingono a questo dizionario per approfondire le figure femminili della Sicilia tra Medioevo e Novecento. Che effetto Le fa?

«Sono contenta di averlo messo a disposizione di tutte e di tutti. Quando qualche scrittrice dice di aver fatto un grande lavoro di ricerca per trovare le Siciliane dalla prima era cristiana al Novecento, in realtà per lo più ha solo consultato e ripreso il mio Dizionario. L’effetto che ciò produce in me è quello di aver tracciato un solco fecondo, che molte seguono in maniera più o meno onesta e autonoma. La scrittura pretende mani pure, altrimenti è sottobosco, come la politica…».

Marinella Fiume: scrivere da donna, scrivere di donne

Marinella Fiume

“I simboli sono i resti più fecondi di una storia che viene da molto lontano.” In foto, la scrittrice Marinella Fiume.

Ha salvato dall’oblio le donne di tempi lontani. Quanto, invece, ha lottato per trovare la Sua voce?

«Sono arrivata alla scrittura creativa negli anni Ottanta. Bisogna molto leggere prima di scrivere. Siamo tutte eredi di una lunga tradizione, l’originalità consiste nel riconoscerla senza divorare le Madri e sapersene staccare per seguire sentieri originali e propri. Se non hai qualcosa di personale da dire, al massimo puoi fare riassuntini scolastici, collezioni figure, scrivi pagine inutili. Puoi avere tutte le compiacenti recensioni che vuoi, ma sei destinata ad essere dimenticata».

In che modo si approccia alla scrittura di una nuova opera?

«Ho un mondo interiore molto denso frequentato di sogni, visioni, letture, studi. A volte, se ne stacca qualcuno che reclama la mia attenzione, che bussa prepotente e pretende narrazione. Gli apro la porta docile, mi affido e mi perdo in esso».

Secondo Lei esistono oggi delle donne contemporanee a cui non è stata data particolare rilevanza per le loro imprese o ruolo culturale?

«Certo, ci sono ancora molte donne da scoprire. Ma il sistema ormai sta cedendo e tra le maglie appaiono sempre più figure femminili che stanno rivoluzionando per esempio la ricerca scientifica. Al di là di queste, però, è il modo diverso delle donne di stare al mondo, di abitarlo, che sta producendo una profonda rivoluzione».

Marinella Fiume: tra opere letterarie e memoria

Marinella Fiume

In foto, il libro La Bolgia delle Eretiche di Marinella Fiume.

Il romanzo La bolgia delle eretiche ha richiesto una ricerca particolarmente complessa?

«Per fare parlare queste donne in prima persona, sono partita da uno studio approfondito del contesto storico e dai verbali dei processi a loro carico, custoditi nell’archivio madrileño del Santo Uffizio. I verbali però erano stilati dai Padri inquisitori e quelle donne condannate a varie pene come eretiche, streghe, fattucchiere, guaritrici, donne di fuori non esprimevano liberamente le loro verità.

Io però sapevo che cosa avrebbero detto se fossero state libere di esprimersi, se non fossero state sottoposte a torture. Conoscevo la loro forza, la loro capacità di resistenza, la loro disobbedienza. Sapevo cosa nascondevano quelle carte fasulle e le ho fatte parlare, gridare la loro vera storia.

Anche per le Ammagatrìci ho lavorato all’inizio sulle fonti: mitografiche nel ricostruire figure del mito come la Sirena, Demetra e Kore; agiografiche per le Sante; storiche per figure come la medichessa ebrea trecentesca Virdimura o la risorgimentale Peppa la cannoniera. Le fonti mi servivano per tracciare una tradizione femminile che giunge fino alle contemporanee. Infatti, senza l’orgoglio di appartenere a una lunga, gloriosa tradizione le donne non si emanciperanno mai. Siamo tutte madri e tutte figlie, ma occorre inserirci in una tradizione sia nella storia che nella storia della letteratura. Altrimenti saremo comete che appaiono e scompaiono all’orizzonte senza continuità e durata».

Nel 2020 è uscito il libro Le Ciociare di Capizzi, sullo stupro delle donne siciliane durante i conflitti armati del ’43. Che cosa ha significato ripercorrere attraverso i parenti di quelle donne un pezzo di storia dimenticato?

«Le Ciociare di Capizzi è un libro di storia orale, un libro inchiesta. Indaga per la prima volta su un episodio mai messo in luce dalla storiografia, di cui nessun accademico si è mai occupato. Si tratta dello stupro di massa (marocchinate) perpetrato dai goumiers nord-africani del IV Tabor al comando dei Francesi durante l’operazione Husky nel luglio del 1943, in un piccolo villaggio sui Nebrodi in provincia di Messina. Si conoscevano questi efferati episodi per il Lazio, la Toscana, ma non per la Sicilia. La comunità si è aperta con noi dopo tanto silenzio, liberandosi finalmente di un ricordo per troppo tempo chiuso nel cuore e affidandolo alla narrazione corale».

Marinella Fiume: la memoria per rielaborare il lutto

Quanto è importante per Lei la memoria?

«La memoria è salvezza, guarigione, civiltà. Dimenticare significa ripetere sempre gli stessi errori. Ricordare significa rielaborare il lutto, mettere in comune nella narrazione lo spazio della memoria, fare della memoria individuale memoria collettiva».

«Un buon libro, proprio come un classico, non passa mai di moda. È inattuale, e quello che ci dice è per sempre. Non serve sculettare. Scrittori non ci si improvvisa. La scelta del tema alla moda serve solo a nascondere la loro tragicomica “vuotaggine a perdere”».
-Marinella Fiume

Marinella Fiume: il futuro dell’editoria

Verso quale futuro è proiettato secondo Lei il mondo dell’editoria?

«Il mondo dell’editoria in generale ultimamente sembra annaspare perché strizza l’occhio alle mode, al mercato, ai consumi. Recentemente davo questo consiglio di lettura: diffidate sempre dei libri troppo reclamizzati, di quelli venduti come un paio di scarpe o una maglietta griffata. Di quelli che sanno strizzare l’occhio al mercato e raccontano cose che la gente vuol sentire perché non vuole pensare. Di quelli super-premiati con gli Strega, super-recensiti da amici giornalai e testate compiacenti. Di quelli modaioli. Di quelli che si nascondono dietro il logo altisonante di una nota casa editrice commerciale.

Tutto questo non ha niente a che vedere con la letteratura perché non ha niente a che vedere con la qualità. Questi libri dureranno, proprio come le nostre magliette e le nostre scarpe, una stagione. Nessuno più si ricorderà dei loro autori quando sarà passata la moda! ».

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Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco le mie dita, le mie idee, le mie emozioni, un desiderio irrefrenabile di dire la verità, irriverenza, ironia. Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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