If only I were that warrior: la verità storica sul colonialismo fascista [INTERVISTA]

0

A proposito della verosimiglianza nel cinema, Hitchcock usava queste parole: “Nel documentario è Dio il regista, quello che ha creato il materiale di base. Nel film di finzione è il regista che è un dio, deve creare la vita”. Ci sono poi casi in cui a guidare la creazione di un film non c’è né Dio né l’uomo, ma la Storia, come è successo con If only I were that warrior.

Con questo film si fa luce su una vicenda spesso vittima del revisionismo e dell’immaginario degli “Italiani brava gente”: quella del colonialismo fascista e in particolare del generale Rodolfo Graziani, che guidò l’azione imperialista in Libia ed Etiopia, territorio, quest’ultimo, di cui fu anche viceré. Sul suo conto aleggiano le ombre di veri e propri eccidi, come il massacro avvenuto nel monastero di Debra Libanos, che portò alla morte di centinaia – se non migliaia – di persone. Eppure c’è chi lo celebra come un eroe, motivo d’orgoglio per il nostro Paese, e nell’agosto del 2012 è stato eretto ad Affile un monumento in suo onore che, non senza ragioni, ha fatto molto discutere a livello internazionale.

If only I were that warrior è un documentario che esplora questo pezzo (oscuro) della nostra storia nazionale, raccogliendo testimonianze in Etiopia, Italia e Stati Uniti. Ho fatto qualche domanda a Valerio Ciriaci, regista, e Isaak Liptzin, produttore e direttore della fotografia, per scoprire di più sul loro lavoro e su ciò che il documentario si propone di raccontare. È possibile consultare l’elenco delle proiezioni programmate sul sito ufficiale del film.

Valerio Ciriaci, regista

Valerio Ciriaci, regista di If only I were that warrior

Valerio Ciriaci è un documentarista italiano con base a Brooklyn. Si è laureato con specializzazione in Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma con una tesi su Jean Rouch e l’etno-fiction. Nel 2011 si  è trasferito a New York City per frequentare il corso di cinema documentario alla New York Film Academy. Nel 2012 ha co-fondato la Awen Films e diretto due cortometraggi documentari: Melodico, con Tony Maiorino, barbiere e cantante di Little Italy, nel Bronx, and Treasure – The Story of Marcus Hook, che testimonia le fatiche di una comunità dopo la chiusura della raffineria locale. Nel 2013 ha creato Short Italian Tales, una serie di documentari che ritraggono le vite degli Italiani di New York per i-Italy TV, in onda su NYC Life (Channel 25). 

Sei venuto a conoscenza del monumento di Affile a una conferenza tenutasi a New York. Per quale motivo credi che il caso abbia attirato tanta attenzione negli Stati Uniti?

La notizia del monumento a Graziani ha suscitato molto scalpore all’estero e in particolare negli Stati Uniti. Costruire nel 2012 un monumento per onorare un generale fascista ha lasciato perplessità in molte persone. Lo stesso New York Times ha dedicato un lungo articolo alla vicenda. Il ruolo dell’Italia nella seconda guerra mondiale è riconosciuto senza ambiguità. L’Italia fascista è ricordata come alleata della Germania nazista e complice di tragedie quali la Shoah. Al contrario, un fatto del genere non sorprende più di tanto in Italia. Quanto è successo ad Affile non è un caso isolato. Spesso si assiste a manifestazioni nostalgiche e tentativi di revisione storica.
Negli Stati Uniti vive una gran parte delle diaspora etiope. Si tratta di una comunità consapevole della propria Storia e attenta all’attualità che ha protestato con veemenza contro il monumento, dimostrando disappunto e rabbia durante un sit-in di fronte all’ambasciata italiana a Washington DC.

Dando voce anche a chi difende il ricordo di Graziani che risultato credi sia possibile ottenere? È eticamente possibile concedere spazio a una controparte quando si parla di eccidi?

Il film non dà voce a chi ha commesso questi eccidi. Sarebbe stato impossibile farlo, dato che i diretti responsabili sono deceduti da tempo. Il film dà spazio invece a chi porta un ricordo distorto di quel capitolo storico e ne ha deliberatamente rimosso gli aspetti più bui. Girando il film è subito emerso che il punto di vista di un personaggio come il sindaco di Affile, che minimizza i crimini degli italiani, è largamente condiviso. Il mito degli “Italiani brava gente” ha fatto breccia anche anche nella memoria di chi non si considera un nostalgico del regime. Questo film nasce proprio con l’intento di affrontare apertamente i vuoti di memoria e i tentativi di revisionismo che sono alla radice di episodi come quello del monumento ad Affile. Per raggiungere una riconciliazione della memoria di questi eventi, che finora è mancata, bisogna confrontarsi con tutti i punti di vista, anche contraddittori, che innegabilmente esistono oggi.


La soggettività dell’autore emerge sempre: è ciò che dirige lo sguardo, o meglio, la videocamera


Con If only I were that warrior pensi di aver adottato un punto di vista totalmente neutrale?

A mio avviso non esistono documentari neutrali. La soggettività dell’autore emerge sempre: è ciò che dirige lo sguardo, o meglio, la videocamera. Detto ciò, in If Only I Were That Warrior esiste un personaggio super partes, la Storia. Non a caso nel montaggio torniamo spesso nell’Archivio Centrale dello Stato, dove lo storico Mauro Canali ci guida tra i documenti che attestano le responsabilità dei crimini di guerra italiani, come per esempio il telegramma di Mussolini a Graziani che autorizza l’utilizzo delle bombe all’iprite o quello di Graziani al sottoposto Pietro Maletti che dà il via alla strage di Debra Libanos. Queste sono prove inconfutabili che aiutano a slegare il groviglio delle memorie frammentate che abbiamo raccolto nel corso delle riprese.

Una cosa che mi ha colpito durante la proiezione del documentario è stata la totale assenza di movimento di macchina. Perché questa scelta?

Quello di filmare con una camera fissa è uno stile che avevamo già adottato nel nostro precedente lavoro Treasure – The Story of Marcus Hook. Abbiamo deciso di mantenerlo perché ci è sembrata la maniera migliore per raccontare anche questa storia. Ci piaceva l’idea di una fotografica nitida e non invadente, che evitasse di “prendere per mano” lo spettatore concedendo il tempo e lo spazio di osservare e di riflettere. In effetti la trama è abbastanza fitta, piena di informazioni e testimonianze tra loro contrastanti, e abbiamo scelto un atteggiamento più distaccato, piazzando la camera in un punto e creando shot di lunga durata, privi di inutili virtuosismi tecnici.

Quale tra le storie raccontate dalle persone coinvolte nel film ti è più cara?

Tutte, ma il personaggio che mi è rimasto più impresso è Mulu Ayele, presidente della Comunità Etiopica di Roma. Con lei si apre e si chiude il film e i suoi interventi alla radio aiutano a ricostruire la vicenda di Affile. Più di chiunque altro, lei è forse la persona che più vive sulla sua pelle le conseguenze di quel periodo storico. Vederla lì ad Affile, confrontando a testa alta il monumento, è qualcosa che mi ha mosso particolarmente. Credo che in quell’immagine si racchiuda, in parte, il senso del film: riconoscere e affrontare quell’eredità storica a viso aperto.

Isaak Liptzin, produttore e DoP

Isaak Liptzin, produttore e DoP di If only I were that warriorIsaak Liptzin è un produttore e direttore della fotografia di base a New York con formazione in fotografia documentaria. Isaak è nato a San Francisco, ma è cresciuto e ha studiato in Italia fino al 2009, anno in cui si è trasferito a New York per frequentare il corso di fotografia e immagine alla NYU Tisch School of the Arts. Nel 2010 ha lavorato per sette mesi nello studio dell’acclamato fotogiornalista James Nachtwey e nel 2011 ha fornito foto e video per Peace Child India a Bangalore. Nell’estate del 2012 ha co-fondato Awen Films, una società di produzione di film documentari, mettendo a disposizione la sua camera e le sue competenze per diversi progetti. Ha lavorato a stretto contatto con Valerio Ciriaci come direttore della fotografia e produttore per Melodico (2013) e Treasure — The Story of Marcus Hook (2013).

If only I were that warrior è stato finanziato mediante una campagna di crowdfunding. Qual è il compito del produttore, in questi casi?

Nella fase del fundraising il produttore interviene a tutto campo. Per questo progetto abbiamo deciso di affidarci al crowdfunding, usando la piattaforma Kickstarter. Mettere in piedi una campagna crowdfunding che funziona non è facile come sembra: servono prima di tutto dei contenuti audiovisivi che mostrino gli intenti creativi e stilistici e una video-intervista in cui gli autori si rivolgono direttamente al pubblico; poi c’è un lavoro di outreach, che consiste nell’identificare e contattare specifiche persone e organizzazioni, coloro che diventeranno la prima audience del film; e infine definire i rewards che i sostenitori riceveranno in cambio delle loro donazioni. Una volta avviata la campagna, il lavoro diventa quotidiano: la produzione si trasforma in ufficio stampa e con email, telefonate e social media si cerca di far girare il più possibile la notizia.

Molte proiezioni del film sono state organizzate nelle università, praticamente tra i vostri coetanei. Il pubblico ideale del vostro lavoro è quello dei festival o delle facoltà?

Con If Only I Were That Warrior volevamo rivolgerci a un pubblico vasto, che andasse anche oltre al contesto dei festival e delle università. Abbiamo curato molto le storie dei personaggi e l’aspetto tecnico e credo il film che possa servire da introduzione a un capitolo storico poco conosciuto anche per chi non ha un particolare interesse in quei temi. A metà tra documentario storico e inchiesta, il film ha un profilo che lo rende difficile da inserire in molti festival. Ciononostante, ha colto l’attenzione di alcune rassegne cinematografiche importanti, primo tra tutti il Festival dei Popoli, dove abbiamo vinto il premio Imperdibili per il miglior documentario italiano.
Le proiezioni nelle università sono iniziate in un secondo momento, quando abbiamo cominciato a ricevere richieste direttamente da professori interessati a utilizzare il film come strumento d’insegnamento. Ci siamo resi conto che il lato educational è fondamentale, perché è proprio nelle scuole che è sempre mancata una didattica approfondita sul colonialismo italiano (eccezion fatta per gli indirizzi specializzati) ed è questo il presupposto della rimozione e del revisionismo storico a cui spesso assistiamo.


Per un fotografo documentare il momento di rinascita di un popolo è il massimo a cui aspirare


Il documentario fa chiarezza su una storia resa marginale dal revisionismo, in contrasto con ciò che le testimonianze dicono e, in molti casi, che le immagini mostrano. Si può considerare la fonte fotografica totalmente attendibile o è possibile distorcere la realtà attraverso l’obiettivo? In altre parole, la fotografia è verità?

Dietro a una fotografia c’è sempre il fotografo e, come in tutte le forme di comunicazione audiovisive, distorsioni della verità sono inevitabili. Ne sono prova alcune immagini di propaganda fascista che mostriamo nel documentario, mirate proprio a convincere il popolo italiano a impegnarsi in una sanguinosa guerra d’invasione. Le stesse fotografie di Graziani che appaiono nel film sono state scattate dai corrispondenti del regime che hanno seguito le truppe durante l’invasione dell’Etiopia. La loro parzialità emerge proprio nel confronto con altre immagini presenti nel montaggio, immagini che raffigurano le vittime innocenti di quella guerra e che il regime teneva nascoste. Paradossalmente, molte di queste fotografie sono state scattate da soldati semplici italiani che, sorridenti, si facevano immortalare di fronte a scene di impiccagione e ai corpi martoriati dei partigiani etiopi.

Da fotografo documentarista, che ruolo e importanza credi che abbia l’uso di immagini d’archivio all’interno del film?

Le immagini d’archivio, che abbiamo raccolto nei depositi sotterranei dell’Archivio Centrale dello Stato, svolgono un ruolo di grande importanza. Permettono di immergerci nel passato, di guardare direttamente a quanto successo ottant’anni fa. Sono testimonianze visuali di grande impatto e dal grande valore documentaristico.

Quale tra le immagini d’archivio viste nel documentario avresti voluto aver scattato tu?

Penso che avrei voluto scattare quella del 25 aprile 1945, quando in molte piazze italiane si festeggiava la liberazione dal fascismo. Nella foto si vedono partigiani e civili sopra una camionetta, commossi ed euforici, sventolando una bandiera tricolore. Per un fotografo documentare il momento di rinascita di un popolo, e trovarsi in un luogo di così forte emozione condivisa, è il massimo a cui aspirare.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

No comments

Potrebbero interessarti

Carmen Consoli © partedeldiscorso.it / Alessia Scarpinati

Carmen Consoli, l’Indiegeno è fimmina

Il nove agosto, l’Indiegeno Fest è stato protagonista e promotore di un nuovo appuntamento musicale, stavolta nell’incantevole scenario del Teatro Greco di Tindari, un luogo ...

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi